La vera storia di nonno Renato, giornalista e partigiano a Roma, sfuggito ai nazisti con Lizzani e poi ucciso da sua moglie

«Il libro che abbiamo fra le mani è un romanzo nel senso più pieno del termine: perché parla soprattutto di quello che non si vede ma che ci portiamo dentro. Le speranze e le sconfitte, l’amore e la morte, la città di muri e la città di sentimenti», così Alessandro Portelli, storico e anglista alla Sapienza di Roma, definisce «Al centro di una città antichissima. La storia indicibile di un partigiano e di chi lo uccise» (Alegre, 2017) della giornalista Rosa Mordenti.

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Strade e piazze che conservano memoria dei discorsi tra donne

«Perché coltivo una credenza: che le strade e i sentieri conservino le impronte di chi ci è passato. Credo che fosse l’alba di una settantina di anni fa quando per questa strada hanno camminato in ansia, guardandosi attorno, il nonno, la nonna, lo zio e la mia bellissima zia Lyda, incinta. Passi affrettati e atterriti, i loro, verso il convento delle suore che li avrebbe nascosti e protetti dalle bande fasciste e naziste che spadroneggiavano in città, sempre a caccia di ebrei. Guardo le loro impronte. Ripercorro la loro strada. I settant’anni trascorsi da allora mi sembrano pochissimi, si sente ancora, qui, il loro batticuore. Insieme al mio».

Si sente eccome il battito del cuore fra le pagine di questo agile e al tempo stesso così denso volume, Cartoline da Roma (Edizioni Unicopli, 2017], scritto da Lidia Campagnano, giornalista, saggista e voce autorevole del femminismo italiano. Si sente l’occhio attento di chi romana non è, di una donna che ha vissuto Roma con partecipazione e amicizia, con il desiderio di attraversarla per conoscerla davvero, alla ricerca di una mappa che ne restituisse la sua «trama storica, politica, ideale».

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Il pensiero dell’alveare

“Ai passanti si presentava una scena palesemente grottesca: vedevano un uomo che si chinava verso terra e osservava rapito i fiori per poi scattare in piedi e mettersi a correre come se fosse impazzito, quindi si fermava ancora un po’ e di nuovo si rimetteva a correre. Un signore a passeggio si è avvicinato a mia moglie molto preoccupato: “Stia attenta, signora, c’è un pazzo nel bosco che continua a saltare in mezzo ai fiori”. E mia moglie gli ha risposto: “Non si preoccupi. È mio marito. Forse un po’ matto lo è, ma non è pericoloso”.
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Aborto, surrogata, prostituzione, velo Libere tutte, di fare le proprie scelte Questo è femminismo

«Davanti al Grand Canyon, Thelma e Louise sono costrette a fermarsi. Alle spalle infinite macchine della polizia, di fronte il vuoto. Si guardano, sorridono, intrecciano le loro mani e le protendono verso l’alto, spingendo sull’acceleratore. L’ultima immagine è quella di loro due nell’auto sospesa nel vuoto. […] Muoiono perché quello che è mancato alla loro libertà è la costruzione di un nuovo ordine simbolico, una volta girate le spalle a quello maschile» [pag 13, Libere Tutte]. 

La mancanza come misura della libertà: è forse questa una delle possibili chiavi di lettura di «Libere tutte. Dall’aborto al velo, donne nel nuovo millennio» (Minimum Fax, 2017), volume molto agile e ricco, scritto a quattro mani da Giorgia Serughetti, ricercatrice torinese, e Cecilia D’Elia, attivista romana. La mancanza – variamente declinata – alla base delle diseguaglianze sociali ed economiche che fortemente colpiscono il genere femminile, con conseguenze dirette sulle scelte da fare, sulla possibilità di accedere ai propri diritti, sulla piena cittadinanza ad agire. A partire da qui, D’Elia e Serughetti hanno scelto di affrontare cinque temi in particolare (aborto, gestazione per altri, matrimonio, prostituzione e velo), tutti hanno a che fare con la «libertà» delle donne. Quella facoltà – ma anche un sentimento – così complessa e desiderata, respinta e inseguita, personale e collettiva, che le autrici hanno cercato di dipanare in una riflessione lontana dai soliti estremi del dibattito a cui siamo abituate: Non crediamo né al mito neoliberale dell’individuo proprietario di sé, né alla prescrizione paternalista di qualche bene superiore per le donne – affermano convinte – Potremmo anzi dire che tra il paternalismo dello Stato e il laissez-faire del mercato c’è di mezzo la libertà delle donne», con tutti i suoi dilemmi da sciogliere.

 

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Preservativo, consultori, test: quello che ancora gli studenti non sanno sull’Hiv

«E sì perché all’improvviso sono diventati tutti potenziali portatori del virus del secolo. Che sì, può essere però… quasi m’hanno fatto credere che non ci si debba più sfiorare. Sarò io che sono paranoico, ma vedevo tutti così. Invece dammele quelle mani calde, le voglio stringere e toccare e abbracciamoci, ve ne prego, di più, più forte, e piangiamo uno sulle spalle dell’altro e ridiamo e beviamoci qualcosa insieme che tutto questo non fa male! Perché è quello il rischio, no? Una specie di orrendo isolamento, come se la gente stesse in agguato per schizzarti il suo sangue addosso. Certo che bisogna stare attenti e i preservativi e tutto il resto. Però il sangue è quella cosa densa e calda che ci corre dentro e ci fa essere vivi. Tutti quanti. E certo che ci sto attento, però guardiamoci negli occhi e stiamo uno attaccato all’altro, coraggiosi che se non sono io sei tu, ma che differenza fa? Potrei essere io. Perché adesso spero che l’abbiano capito tutti, no? Che non c’entra di che razza sei, con chi ti piace andare a letto, se sei maschio o femmina, se hai scopato con cento persone o con due soltanto, non c’entra proprio niente, sul serio! Io me lo sono fatto il test. M’ha detto che per il momento l’ho schivato. E poteva benissimo essere il contrario. E certo che me la sono fatta sotto quando sono andato a ritirarlo! Però quando mi sono seduto lì, e quello mi tirava il sangue, mi sono sentito proprio bene, pronto a tutto, ad accettare tutto. Mi sentivo bene, forte, intelligente. Coraggioso come un guerriero. Quando si fa qualcosa di coraggioso ci si sente un passo avanti. Ma col cuore, mica col cervello. Come se dentro il cuore ti si rilassa, no? e qualcosa gli si accende dentro. Una cosa così». [Brano tratto da «Primo Dicembre. Performance a più voci»]  Continue reading Preservativo, consultori, test: quello che ancora gli studenti non sanno sull’Hiv →

Il debutto tedesco della prima figlia. Lezione di inclusione per Ivanka Trump al W20

La giornalista tedesca come prima domanda le ha chiesto «potrebbe chiarire la carica di “first daughter” a noi tedesche? È una cosa che non conosciamo»: è anche questo il motivo del brusio che ha accompagnato l’intervento di Ivanka Trump al W20 che si è svolto a Berlino. Le femministe presenti erano, non a torto, un po’ perplesse di quella definizione. «Lei è qui per rappresentare il popolo degli Stati Uniti, suo padre o le sue imprese?», ha incalzato la giornalista. «Certamente non queste ultime», risponde Trump, riconoscendo che la carica è nuova anche per lei e che sta ancora cercando di capirlo. «È presto per me. Sto ascoltando, imparando – ha aggiunto – e cercando di definire in che modo posso avere un impatto positivo».E di sicuro Trump avrà avuto molto di ascoltare in questo suo primo W20: donne da tutto il mondo si sono messe al lavoro per dare indicazioni e proposte di genere ai leader del G20 nella definizione di obiettivi comuni e di un’agenda politica condivisa per uno sviluppo economico sostenibile. Se lo scopo del G20 è infatti una crescita inclusiva e sostenibile in un mondo interconnesso, questo obiettivo non si può raggiungere se non con un impegno forte verso l’empowerment economico delle donne: è quanto sostengono le delegate in rappresentanza anche della società civile internazionale.

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