Budget più bassi e poca visibilità: gli ostacoli italiani per le registe

La premessa, in questo caso, è d’obbligo: affrontare il tema delle donne nel mondo dell’audiovisivo è particolarmente difficile perché non esiste un database di riferimento sulle professioniste del settore. In mancanza di informazioni quantitative, è molto difficile analizzare la situazione e tutto si aggrava se si riscontrano forti resistenze da parte delle associazioni a collaborare nella ricerca.Eppure, data la premessa, uno staff di ricercatrici è riuscito nell’impresa di realizzare il progetto Dea – Donne e audiovisivo con l’intento di iniziare a reperire dati e proporre interpretazioni. Ora, dopo la presentazione al 34° Torino Film Festival di un primo rapporto sullo stato dell’arte della ricerca e delle buone pratiche per il riequilibrio di genere nel cinema, nel documentario e nell’animazione, la ricerca è entrata nella fase di costruzione della banca dati sulle posizioni di donne e uomini nel mondo dell’audiovisivo, partendo dalla formazione professionale.

«Gli ostacoli che le donne dello spettacolo, del cinema, della tv si trovano ad affrontare sono simili a quelli che in generale si manifestano nel mercato del lavoro: discriminazioni nelle assunzioni, minori retribuzioni, precarie condizioni di lavoro, difficoltà nell’accesso alle posizioni decisionali e di maggiore prestigio – afferma Maura Misiti, demografa Irpps-Cnr -. Ma in questo ambiente gli stereotipi di genere hanno un ruolo ancora più cruciale, perché producono modelli di comportamento, trasmettono punti di vista. Il settore della cultura, e quello audiovisivo in particolare, marca ancora una considerevole distanza nell’acquisizione delle pari opportunità e dell’uguaglianza di genere, nonché una certa inerzia al cambiamento, soprattutto per quanto riguarda la produzione commerciale. Questo è documentato da molte ricerche europee e statunitensi, ma è importante che anche in Italia siano prodotte indagini e dati che forniscano strumenti potenti per affermare l’uguaglianza e chiedere azioni politiche di riequilibrio. Questo è uno degli obiettivi di Dea».

«In Italia il mestiere di regista ha un basso appeal per le donne – prosegue Adele Menniti demografa Irpps-Cnr -, e lo si capisce a partire dalla quota delle iscritte alla Scuola Nazionale di Cinema (17%). Inoltre, c’è un doppio problema: il primo è che le donne non scelgono mestieri che le pongano ai vertici della piramide, il secondo è che anche quando ce la fanno, ottengono minori risultati in termini di visibilità. Di conseguenza, le loro carriere sono più tortuose, e con maggiore frequenza rispetto ai colleghi uomini si fermano dopo le prime fasi, come dimostrano i minori finanziamenti ottenuti dopo le opere prime e seconde».

In Italia e altrove, le donne presenti nell’industria dell’audiovisivo sono costrette a relazionarsi con budget più bassi, che spesso implicano un sacrificio nelle campagne pubblicitarie e nella diffusione in sala, il che genera una minore visibilità del cinema delle donne e una difficoltà a far conoscere e riconoscere immaginari diversi al pubblico. C’è un’eccezione nel mondo del documentario, come racconta Mariangela Barbanente, sceneggiatrice e documentarista: «È molto interessante mettere a confronto i due ambiti, il cinema documentario e quello di finzione, perché risalta subito che il numero delle registe che girano documentari è nettamente superiore a quello delle colleghe che fanno cinema di finzione. Almeno il 30% dei documentari sono girati da donne. Le documentariste sono il doppio (se non di più) delle registe che riescono a portare a conclusione la produzione di un film di finzione. Lo stesso vale se confrontiamo il numero delle direttrici della fotografia che fanno documentari e quelle che fanno finzione. Le ragioni sono diverse, ma la principale è il modo di produrre documentari. Il documentario è il più delle volte frutto di iniziativa privata. Molto spesso si comincia a girare prima di avere un produttore, che entra in gioco quando può vedere la qualità del girato e decidere se gli interessa o meno. Si può fare perché un documentario ha dei costi contenuti e per cominciare il più delle volte basta avere una telecamera».

Resta il problema generale delle registe, perché per chiedere un finanziamento bisogna avere già un produttore: «E la maggior parte dei produttori non si fidano “sulla carta” di una regista donna. Nessuno lo ammetterà mai, ma il confronto tra questi due ambiti ci fa capire che c’è a tutti gli effetti una strettoia a monte: sono molti di meno i produttori che decidono di portare avanti progetti filmici di registe donne. Ci sono dei luoghi comuni difficili da sfatare, come quello che una donna ha meno capacità di leadership e quindi è meno capace di dirigere una troupe», conclude Barbanente. Ma si può correre ai ripari anche da subito, anche grazie alle buone pratiche evidenziate nel rapporto Dea: «Prima di tutto l’istituzione di database, accessibili gratuitamente online, che forniscano da un lato modelli identitari di successo per le donne che si approcciano all’industria, e dall’altro un elenco di professioniste attive di cui le produzioni possono avvalersi nel selezionare il cast tecnico», spiega Ilaria A. De Pascalis, ricercatrice Roma Tre. E si dovrebbe lavorare anche nell’ottica di istituire forme di discriminazione positiva» già usate in Svezia e Gran Bretagna, che vadano a riequilibrare la presenza di professionalità maschili e femminili laddove necessario, anche attraverso l’uso delle quote, andando ad aumentare la presenza femminile in quei ruoli di responsabilità creativa e produttiva in cui al momento le donne sono sottorappresentate. Tutte le forme di finanziamento pubblico dovrebbero essere subordinate all’applicazione di queste pratiche, oppure all’attestazione di una reale parità di genere in atto. E ancora, promuovere il mentoring, ossia l’affiancamento, come accade già in realtà statunitensi come il Sundance Institute (attraverso la sezione Women at Sundance) e il Tribeca Film Festival (attraverso il progetto dedicato Through Her Lens), in cui professioniste affermate e giovani talenti sono assieme sia all’interno dei programmi di formazione, che nelle prime fasi della carriera professionale.

pubblicato su La27ora Corriere della Sera

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