Barbara Bonomi Romagnoli | book
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Quei libertari anni ‘80, quando essere trans significava non volere la normalità

«Quando si cominciò a rivendicare, prima che i diritti, il diritto di esistere»: finché non lo leggiamo nero su bianco, non ci riflettiamo quasi mai sul nostro stare al mondo, su chi può esercitare questo diritto senza colpo ferire, senza pensarci su. E chi, invece, ha dovuto aggrapparsi a tutto per arrivare a mettere al centro del discorso – pubblico e privato – il proprio diritto a esistere. Come trans e, soprattutto, a nominarsi come esperienza umana significativa. Sì, perché non è certo semplice dare un senso alla propria vita se c’è una intera società che la nega, se non sono reperibili documenti, se il mondo attorno ti etichetta come capricciosa, sempre e comunque malata e fuori dalla norma.

 

Informazione e partecipazione per sconfiggere l’Aids

Può una malattia cambiare il mondo? La risposta di Cristiana Pulcinelli, giornalista scientifica e scrittrice, è sì.

Nel suo “Aids. Breve storia di una malattia che ha cambiato il mondo” [Carocci, 2017], libro agile e ricco di dettagli, Pulcinelli ricostruisce nel tempo e nello spazio la genesi di una malattia che causa ancora milioni di morti e che più di altre ha segnato l’immaginario comune, così come racconta Pulcinelli nella sua disamina che spazia dalla letteratura al cinema, dalle scoperte mediche alle scelte politiche e alle campagne della società civile.

La vera storia di nonno Renato, giornalista e partigiano a Roma, sfuggito ai nazisti con Lizzani e poi ucciso da sua moglie

 

«Il libro che abbiamo fra le mani è un romanzo nel senso più pieno del termine: perché parla soprattutto di quello che non si vede ma che ci portiamo dentro. Le speranze e le sconfitte, l’amore e la morte, la città di muri e la città di sentimenti», così Alessandro Portelli, storico e anglista alla Sapienza di Roma, definisce «Al centro di una città antichissima. La storia indicibile di un partigiano e di chi lo uccise» (Alegre, 2017) della giornalista Rosa Mordenti.

Strade e piazze che conservano memoria dei discorsi tra donne

«Perché coltivo una credenza: che le strade e i sentieri conservino le impronte di chi ci è passato. Credo che fosse l’alba di una settantina di anni fa quando per questa strada hanno camminato in ansia, guardandosi attorno, il nonno, la nonna, lo zio e la mia bellissima zia Lyda, incinta. Passi affrettati e atterriti, i loro, verso il convento delle suore che li avrebbe nascosti e protetti dalle bande fasciste e naziste che spadroneggiavano in città, sempre a caccia di ebrei. Guardo le loro impronte. Ripercorro la loro strada. I settant’anni trascorsi da allora mi sembrano pochissimi, si sente ancora, qui, il loro batticuore. Insieme al mio».

Si sente eccome il battito del cuore fra le pagine di questo agile e al tempo stesso così denso volume, Cartoline da Roma (Edizioni Unicopli, 2017], scritto da Lidia Campagnano, giornalista, saggista e voce autorevole del femminismo italiano. Si sente l’occhio attento di chi romana non è, di una donna che ha vissuto Roma con partecipazione e amicizia, con il desiderio di attraversarla per conoscerla davvero, alla ricerca di una mappa che ne restituisse la sua «trama storica, politica, ideale».

Il pensiero dell’alveare

“Ai passanti si presentava una scena palesemente grottesca: vedevano un uomo che si chinava verso terra e osservava rapito i fiori per poi scattare in piedi e mettersi a correre come se fosse impazzito, quindi si fermava ancora un po’ e di nuovo si rimetteva a correre. Un signore a passeggio si è avvicinato a mia moglie molto preoccupato: “Stia attenta, signora, c’è un pazzo nel bosco che continua a saltare in mezzo ai fiori”. E mia moglie gli ha risposto: “Non si preoccupi. È mio marito. Forse un po’ matto lo è, ma non è pericoloso”.

Aborto, surrogata, prostituzione, velo Libere tutte, di fare le proprie scelte Questo è femminismo

«Davanti al Grand Canyon, Thelma e Louise sono costrette a fermarsi. Alle spalle infinite macchine della polizia, di fronte il vuoto. Si guardano, sorridono, intrecciano le loro mani e le protendono verso l’alto, spingendo sull’acceleratore. L’ultima immagine è quella di loro due nell’auto sospesa nel vuoto. […] Muoiono perché quello che è mancato alla loro libertà è la costruzione di un nuovo ordine simbolico, una volta girate le spalle a quello maschile» [pag 13, Libere Tutte]. 

La mancanza come misura della libertà: è forse questa una delle possibili chiavi di lettura di «Libere tutte. Dall’aborto al velo, donne nel nuovo millennio» (Minimum Fax, 2017), volume molto agile e ricco, scritto a quattro mani da Giorgia Serughetti, ricercatrice torinese, e Cecilia D’Elia, attivista romana. La mancanza – variamente declinata – alla base delle diseguaglianze sociali ed economiche che fortemente colpiscono il genere femminile, con conseguenze dirette sulle scelte da fare, sulla possibilità di accedere ai propri diritti, sulla piena cittadinanza ad agire. A partire da qui, D’Elia e Serughetti hanno scelto di affrontare cinque temi in particolare (aborto, gestazione per altri, matrimonio, prostituzione e velo), tutti hanno a che fare con la «libertà» delle donne. Quella facoltà – ma anche un sentimento – così complessa e desiderata, respinta e inseguita, personale e collettiva, che le autrici hanno cercato di dipanare in una riflessione lontana dai soliti estremi del dibattito a cui siamo abituate: Non crediamo né al mito neoliberale dell’individuo proprietario di sé, né alla prescrizione paternalista di qualche bene superiore per le donne – affermano convinte – Potremmo anzi dire che tra il paternalismo dello Stato e il laissez-faire del mercato c’è di mezzo la libertà delle donne», con tutti i suoi dilemmi da sciogliere.

 

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