Barbara Bonomi Romagnoli | book
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Aborto, surrogata, prostituzione, velo Libere tutte, di fare le proprie scelte Questo è femminismo

«Davanti al Grand Canyon, Thelma e Louise sono costrette a fermarsi. Alle spalle infinite macchine della polizia, di fronte il vuoto. Si guardano, sorridono, intrecciano le loro mani e le protendono verso l’alto, spingendo sull’acceleratore. L’ultima immagine è quella di loro due nell’auto sospesa nel vuoto. […] Muoiono perché quello che è mancato alla loro libertà è la costruzione di un nuovo ordine simbolico, una volta girate le spalle a quello maschile» [pag 13, Libere Tutte]. 

La mancanza come misura della libertà: è forse questa una delle possibili chiavi di lettura di «Libere tutte. Dall’aborto al velo, donne nel nuovo millennio» (Minimum Fax, 2017), volume molto agile e ricco, scritto a quattro mani da Giorgia Serughetti, ricercatrice torinese, e Cecilia D’Elia, attivista romana. La mancanza – variamente declinata – alla base delle diseguaglianze sociali ed economiche che fortemente colpiscono il genere femminile, con conseguenze dirette sulle scelte da fare, sulla possibilità di accedere ai propri diritti, sulla piena cittadinanza ad agire. A partire da qui, D’Elia e Serughetti hanno scelto di affrontare cinque temi in particolare (aborto, gestazione per altri, matrimonio, prostituzione e velo), tutti hanno a che fare con la «libertà» delle donne. Quella facoltà – ma anche un sentimento – così complessa e desiderata, respinta e inseguita, personale e collettiva, che le autrici hanno cercato di dipanare in una riflessione lontana dai soliti estremi del dibattito a cui siamo abituate: Non crediamo né al mito neoliberale dell’individuo proprietario di sé, né alla prescrizione paternalista di qualche bene superiore per le donne – affermano convinte – Potremmo anzi dire che tra il paternalismo dello Stato e il laissez-faire del mercato c’è di mezzo la libertà delle donne», con tutti i suoi dilemmi da sciogliere.

 

Racconto l’amicizia tra i banchi di scuola nei miei estremi anni ‘80

Nel tempo dei social network di lettere, cartoline e bigliettini vari se ne scrivono pochi, ed è un vero peccato. Per fortuna sovviene la letteratura e l’ultimo romanzo di Grazia Verasani, Lettera a Dina (Giunti, 2016) è una lunga missiva rivolta ad un’amica adolescenziale che si è persa per la via, come spesso accade: una storia a ritroso con incursioni veloci nel presente della protagonista, un andamento da noir per ricostruire la probabile morte dell’amica amata e odiata al contempo, perché «se incontri presto sulla tua strada qualcuno che ti chiede tutto, impari che quel tutto non ha regole e non ha rispetto, che quel tutto forse è l’amore».

Autobiografia di una femminista: Laura Lepetit, libraia «distratta» che pubblica solo donne

Quante cose si potrebbero risolvere con le chiacchiere. Alle cose futili e deperibili create dalle donne non è mai stato dato alcun valore, mentre indistruttibili orrori prodotti dagli uomini ingombrano e imbruttiscono il nostro povero pianeta.

Uno scambio di battute all’insegna dello stupore. Lei si stupisce, anzi le suona strano che la parola «femminista» sia ancora circondata da un alone di negatività, non capisce perché sia così difficile da usare e sia, ancora, così scomoda. Non ne ravvede il motivo e allora si è definita «distratta» nel titolo del suo libro (Autobiografia di una femminista distratta, Nottetempo, 2016), per alleggerire questa pesantezza che ritiene ingiustificata e perché le sue memorie – di donna del Novecento che si innamora all’improvviso delle pratiche femministe – potessero dissipare i dubbi che ancora resistono. Lei è Laura Lepetit, classe 1932, libraia prima ed editrice poi, nel 1975 fonda la casa editrice La Tartaruga e sceglie di pubblicare solo donne, non necessariamente femministe, dando così la possibilità al pubblico italiano di conoscere molte delle più grandi scrittrici del nostro tempo: fra le altre Doris Lessing, Alice Munro, Gertrude Stein, Edith Warton, Virginia Woolf.

Poco raccomandabile

Nel tempo della guerra dichiarata alla presunta “teoria del gender” la graphic novel di Chloé Cruchaudet andrebbe indicata come testo da studiare, dalle scuole medie e fino anche all’università. È un testo di rara bellezza, nell’intreccio fra parole e immagini virate seppia e qui e là sprazzi di rosso a indicare il sangue della guerra e della passione, il colore dell’amore e della trasformazione, un rosso vermiglio mai pieno ma sempre caldo ad accompagnare le linee morbide del tratto e una narrazione che scorre veloce.

La macchina che abbraccia

“ – Se potessi decidere di non essere più autistica così, in un attimo, premendo un interruttore, mi rifiuterei – dice oggi Temple – L’autismo è parte di ciò che sono. È una cosa importante da dire. Io non mi offendo se mi paragonano ad un animale – spiega Temple. – Le mucche e i cani hanno caratteristiche ammirevoli. Non scatenano guerre spaventose dove moltissimi esemplari della loro specie vengono torturati o uccisi. Sono gli animali con il cervello più complesso, come gli scimpanzé, i delfini e gli uomini che si comportano nei modi più crudeli fra loro”.

A rileggere queste righe, nei giorni di Ventimiglia e della disperazione di migliaia di migranti, vengono i brividi. Sono le parole romanzate di Temple Grandin, nota docente della Colorado University affetta da autismo fin da bambina, protagonista anche di un racconto di Oliver Sacks.

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