Barbara Bonomi Romagnoli | move
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Lavorare con il corpo: dialoghi tra femministe e prostitute

Sì, senza punto interrogativo: Sex work is work. E come tale va accolto. Non significa far propria quella scelta ma riconoscerne la dignità al pari di altre, accettando almeno di fermarsi ad ascoltare cosa hanno da dire le dirette e diretti interessati. E senza dover ogni volta ricordare che la tratta e lo sfruttamento sono altro e che le/i sexworker sono in prima fila nel combattere illegalità, soprusi e violenze. Sì, è vero che il lavoro sessuale scelto senza costrizione riguarda una minoranza di persone, ma sfuggire al confronto perché riguarda poche persone è come dire: non ci occupiamo più delle minoranze etniche o delle femministe perché non sono la maggioranza della popolazione.

 

La vera storia di nonno Renato, giornalista e partigiano a Roma, sfuggito ai nazisti con Lizzani e poi ucciso da sua moglie

 

«Il libro che abbiamo fra le mani è un romanzo nel senso più pieno del termine: perché parla soprattutto di quello che non si vede ma che ci portiamo dentro. Le speranze e le sconfitte, l’amore e la morte, la città di muri e la città di sentimenti», così Alessandro Portelli, storico e anglista alla Sapienza di Roma, definisce «Al centro di una città antichissima. La storia indicibile di un partigiano e di chi lo uccise» (Alegre, 2017) della giornalista Rosa Mordenti.

Aborto, surrogata, prostituzione, velo Libere tutte, di fare le proprie scelte Questo è femminismo

«Davanti al Grand Canyon, Thelma e Louise sono costrette a fermarsi. Alle spalle infinite macchine della polizia, di fronte il vuoto. Si guardano, sorridono, intrecciano le loro mani e le protendono verso l’alto, spingendo sull’acceleratore. L’ultima immagine è quella di loro due nell’auto sospesa nel vuoto. […] Muoiono perché quello che è mancato alla loro libertà è la costruzione di un nuovo ordine simbolico, una volta girate le spalle a quello maschile» [pag 13, Libere Tutte]. 

La mancanza come misura della libertà: è forse questa una delle possibili chiavi di lettura di «Libere tutte. Dall’aborto al velo, donne nel nuovo millennio» (Minimum Fax, 2017), volume molto agile e ricco, scritto a quattro mani da Giorgia Serughetti, ricercatrice torinese, e Cecilia D’Elia, attivista romana. La mancanza – variamente declinata – alla base delle diseguaglianze sociali ed economiche che fortemente colpiscono il genere femminile, con conseguenze dirette sulle scelte da fare, sulla possibilità di accedere ai propri diritti, sulla piena cittadinanza ad agire. A partire da qui, D’Elia e Serughetti hanno scelto di affrontare cinque temi in particolare (aborto, gestazione per altri, matrimonio, prostituzione e velo), tutti hanno a che fare con la «libertà» delle donne. Quella facoltà – ma anche un sentimento – così complessa e desiderata, respinta e inseguita, personale e collettiva, che le autrici hanno cercato di dipanare in una riflessione lontana dai soliti estremi del dibattito a cui siamo abituate: Non crediamo né al mito neoliberale dell’individuo proprietario di sé, né alla prescrizione paternalista di qualche bene superiore per le donne – affermano convinte – Potremmo anzi dire che tra il paternalismo dello Stato e il laissez-faire del mercato c’è di mezzo la libertà delle donne», con tutti i suoi dilemmi da sciogliere.

 

Il debutto tedesco della prima figlia. Lezione di inclusione per Ivanka Trump al W20

La giornalista tedesca come prima domanda le ha chiesto «potrebbe chiarire la carica di “first daughter” a noi tedesche? È una cosa che non conosciamo»: è anche questo il motivo del brusio che ha accompagnato l’intervento di Ivanka Trump al W20 che si è svolto a Berlino. Le femministe presenti erano, non a torto, un po’ perplesse di quella definizione. «Lei è qui per rappresentare il popolo degli Stati Uniti, suo padre o le sue imprese?», ha incalzato la giornalista. «Certamente non queste ultime», risponde Trump, riconoscendo che la carica è nuova anche per lei e che sta ancora cercando di capirlo. «È presto per me. Sto ascoltando, imparando – ha aggiunto – e cercando di definire in che modo posso avere un impatto positivo».E di sicuro Trump avrà avuto molto di ascoltare in questo suo primo W20: donne da tutto il mondo si sono messe al lavoro per dare indicazioni e proposte di genere ai leader del G20 nella definizione di obiettivi comuni e di un’agenda politica condivisa per uno sviluppo economico sostenibile. Se lo scopo del G20 è infatti una crescita inclusiva e sostenibile in un mondo interconnesso, questo obiettivo non si può raggiungere se non con un impegno forte verso l’empowerment economico delle donne: è quanto sostengono le delegate in rappresentanza anche della società civile internazionale.

8 marzo – Lo sciopero delle donne «Ecco perché farlo anche in Italia»

Intervista a Eliana Como, Fiom

Trecentomila donne hanno manifestato a Roma lo scorso 26 novembre contro la violenza maschile sulle donne; Non Una Di Meno [Nudm ] continua il percorso nazionale e a inizio febbraio si sono riunite a Bologna circa duemila donne. Le tante anime dei femminismi e dei movimenti Lgbtqi proseguono nella scrittura del piano femminista nazionale antiviolenza, lanciando 8 punti per l’8 marzo e ribadiscono l’adesione allo sciopero globale delle donne, proposto dai movimenti femministi argentini e polacchi e a cui parteciperanno decine di paesi, dall’Europa agli Stati Uniti.

Cosa significa sciopero globale? Significa che ovunque le donne si asterranno da ogni forma – garantita, precaria, sottopagata, non riconosciuta – di lavoro produttivo, riproduttivo e di cura, non solo per dare un segnale chiaro nella lotta alla violenza fisica e psicologia sulle donne, ma anche per far valere il proprio peso nella comunità umana.

La laicità non si tocca

«È giusto esercitare radicalità innanzitutto nell’inclusione, accettando – e cercando di accorciare – le distanze tra noi per trovare una voce che esprima quello che siamo e vogliamo essere?». È la domanda che pone Barbara Stefanelli, vicedirettrice del Corriere della Sera, in un suo intervento in vista dell’8 marzo, aprendo ad una discussione a più voci sul significato dello stringere alleanze fra donne, sul senso di dirsi femministe oggi e sugli spazi – e relazioni – che si mettono in gioco.

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