Barbara Bonomi Romagnoli | move
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La laicità non si tocca

«È giusto esercitare radicalità innanzitutto nell’inclusione, accettando – e cercando di accorciare – le distanze tra noi per trovare una voce che esprima quello che siamo e vogliamo essere?». È la domanda che pone Barbara Stefanelli, vicedirettrice del Corriere della Sera, in un suo intervento in vista dell’8 marzo, aprendo ad una discussione a più voci sul significato dello stringere alleanze fra donne, sul senso di dirsi femministe oggi e sugli spazi – e relazioni – che si mettono in gioco.

Ricordando la scienziata Lise Meitner. Perché la storia delle donne è primo passo verso il piano femminista

«Perfino i fisici, come categoria quasi altrettanto maschilisti degli economisti, ammettono che Lise Meitner avrebbe dovuto ricevere il premio Nobel per la scoperta della fissione nucleare»: così esordisce Sylvie Coyaud nella voce dell’Enciclopedia delle donne dedicata alla «scienziata che non ha perso la sua umanità», ed è appassionante leggere la sua vita in La forza nell’atomo. Lise Meitner si racconta di Simona Cerrato (Editoriale Scienza), un bel testo illustrato rivolto alle lettrici e ai lettori più giovani.

Centri antiviolenza, parità salariale, educazione alla differenza… Cosa vogliono femministe (e non)

Oltre cento donne ammazzate dall’inizio del 2016. Si parte da qui, da questo irreversibile dato per arrivare a Roma con decine di pullman e un migliaio di adesioni da tutta Italia di singole e gruppi, oltre 1200 iscritte a otto tavoli in assemblea: le femministe daranno certamente i numeri il prossimo 26 e 27 novembre. Anche, e soprattutto, a fronte di quelli che non tornano nella nostra società.

Identità mutabili, una nuova forma di convivenza

Preferisco saperti morta che con un altro’/’volevo abbassare le armi ora dovrò spararti’/’voglio vedere la vita fuggire dai tuoi occhi’: non è il diario o il promemoria di un femminicida, sono le parole di una canzone di Emis Killa, rapper milanese classe 1989, che ha suscitato diverse polemiche sui social network e anche nei media. “Ho avuto un brivido nell’immaginare milioni di adolescenti italiani canticchiare questo pezzo – racconta Ketty, 33 anni di Messina – perché, in base alla mia percezione, credo si possa dire che nel nostro paese la cultura machista della violenza sia trasmessa e fomentata con una facilità estrema”.

Cosa ne pensano i ragazzi? Il confronto a Torino con Università e Telefono Rosa

Anche l’università si mobilita in vista del 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le Donne: da Milano, dove l’Università Bicocca (di cui abbiamo raccontato il programma qui)partecipa alla campagna UNiTE to End Violence Against Women (con tre appuntamenti dal titolo significativo: «Parole, no violenza», «Violenza contro le donne: un anacronismo inaccettabile», «La mujer que merezco – La donna che merito di essere»; a Verona dove verrà messo in scena lo spettacolo Maledette suffragette. Storie canti e immagini della lotta per l’emancipazione delle donne, fino a Palermo con l’Aula Magna del Dipartimento di Scienze Agrarie e Forestali che ospiterà «Una sciarpa rossa contro la violenza sulle donne», ed è possibile aderire all’iniziativa pubblicando foto sui social network usando gli hashtag #sciarparossa #25novUniPa #questononeamore. A Torino, invece, il Dipartimento di Psicologia e il Comitato Unico di Garanzia con la collaborazione dell’Associazione Volontarie Telefono Rosa Piemonte di Torino organizzano un convegno dal titolo «La Violenza maschile sulle donne nella percezione giovanile». Saranno divulgati e commentati i dati raccolti attraverso più di 5mila questionari compilati da allieve e allievi delle classi quinte di alcuni istituti scolastici di Torino e provincia e da studentesse e studenti iscritti all’Università degli Studi di Torino, in merito alla percezione giovanile della violenza nei confronti delle donne.

Lavoro, legge 194, autodeterminazione. Ripartire dalle origini della violenza. I movimenti verso la Giornata Internazionale

Il punto resta sempre lo stesso, da anni, decenni oramai. A corrente alternata l’opinione pubblica si indigna e si commuove per un femminicidio, uno stupro, una violenza reiterata e al contempo è ferma alla stessa lettura di quel che accade: la donna in questione se l’è cercata, aveva comportamenti compiacenti, mentre lui è stato colto da una folle sregolatezza magari per gelosia. L’attenzione mediatica, tendenzialmente morbosa e spettacolarizzante, punta i riflettori sulla “violenza” ma senza uscire, se non in rare eccezioni, dallo stereotipo del vittimismo che sembra essere una delle condizioni sine qua non che madre natura abbia concesso alle femmine. E se provassimo a vedere le cose da un altro punto di vista?

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