Barbara Bonomi Romagnoli | queer
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Vicine di casa, vicine al mondo

Trent’anni di centro antiviolenza e quindici anni di Festival della Violenza illustrata per cambiare il mondo a partire dalle singole donne. Un bel compleanno per la Casa delle donne di Bologna che in questi decenni «ha visto passare oltre 12mila donne, ognuna di loro con una sua storia, importante, unica, di sofferenza ma anche di felicità per una nuova vita da ricostruire” come racconta Anna Pramstrahler, una delle socie fondatrici della casa e co-ideatrice del Festival: «siamo riuscite a costruire un centro autonomo e femminista, siamo tutte donne, formate, motivate, con una forte spinta politica a non volere considerare la violenza maschile contro le donne un problema “psicologico” come fanno i servizi istituzionali. È una questione globale, strutturale, una questione di potere tra i generi». E l’anno della pandemia lo ha confermato.

Identità mutabili, una nuova forma di convivenza

Preferisco saperti morta che con un altro’/’volevo abbassare le armi ora dovrò spararti’/’voglio vedere la vita fuggire dai tuoi occhi’: non è il diario o il promemoria di un femminicida, sono le parole di una canzone di Emis Killa, rapper milanese classe 1989, che ha suscitato diverse polemiche sui social network e anche nei media. “Ho avuto un brivido nell’immaginare milioni di adolescenti italiani canticchiare questo pezzo – racconta Ketty, 33 anni di Messina – perché, in base alla mia percezione, credo si possa dire che nel nostro paese la cultura machista della violenza sia trasmessa e fomentata con una facilità estrema”.

Lavoro, legge 194, autodeterminazione. Ripartire dalle origini della violenza. I movimenti verso la Giornata Internazionale

Il punto resta sempre lo stesso, da anni, decenni oramai. A corrente alternata l’opinione pubblica si indigna e si commuove per un femminicidio, uno stupro, una violenza reiterata e al contempo è ferma alla stessa lettura di quel che accade: la donna in questione se l’è cercata, aveva comportamenti compiacenti, mentre lui è stato colto da una folle sregolatezza magari per gelosia. L’attenzione mediatica, tendenzialmente morbosa e spettacolarizzante, punta i riflettori sulla “violenza” ma senza uscire, se non in rare eccezioni, dallo stereotipo del vittimismo che sembra essere una delle condizioni sine qua non che madre natura abbia concesso alle femmine. E se provassimo a vedere le cose da un altro punto di vista?

Autobiografia di una femminista: Laura Lepetit, libraia «distratta» che pubblica solo donne

Quante cose si potrebbero risolvere con le chiacchiere. Alle cose futili e deperibili create dalle donne non è mai stato dato alcun valore, mentre indistruttibili orrori prodotti dagli uomini ingombrano e imbruttiscono il nostro povero pianeta.

Uno scambio di battute all’insegna dello stupore. Lei si stupisce, anzi le suona strano che la parola «femminista» sia ancora circondata da un alone di negatività, non capisce perché sia così difficile da usare e sia, ancora, così scomoda. Non ne ravvede il motivo e allora si è definita «distratta» nel titolo del suo libro (Autobiografia di una femminista distratta, Nottetempo, 2016), per alleggerire questa pesantezza che ritiene ingiustificata e perché le sue memorie – di donna del Novecento che si innamora all’improvviso delle pratiche femministe – potessero dissipare i dubbi che ancora resistono. Lei è Laura Lepetit, classe 1932, libraia prima ed editrice poi, nel 1975 fonda la casa editrice La Tartaruga e sceglie di pubblicare solo donne, non necessariamente femministe, dando così la possibilità al pubblico italiano di conoscere molte delle più grandi scrittrici del nostro tempo: fra le altre Doris Lessing, Alice Munro, Gertrude Stein, Edith Warton, Virginia Woolf.

Un contributo per le donne di Lucha Y Siesta

“Il corpo è il punto da cui partire, perché è il nostro esistere nel mondo”

Rosangela Pesenti

 

Il corpo delle femministe è da sempre un corpo – fisico, sociale, politico – scomodo e dal quale tenere le dovute distanze.

Sui maschi, ancora

Introduzione allo speciale pubblicato su Leggendaria 115

 

Mettersi in discussione costa fatica, pubblicamente ancora di più, ma farlo insieme ad altri restituisce il senso di quello che siamo e vorremmo essere.

É forse per questo che il numero di Leggendaria dedicato ad indagare la cosiddetta “questione maschile” ha suscitato vivaci dibattiti, commenti e critiche, riflessioni e spunti per non chiuderla lì, la discussione, perché non fosse una semplice parentesi, uno squarcio veloce fra letterature e femminismi. Da qui questo nuovo focus, con altri interventi, molto differenti fra loro eppure con un filo comune che, mi pare, balzi subito agli occhi: per proseguire a ragionare di “uomini nuovi” è necessario un cambiamento radicale, uno smarcamento totale dai dispositivi eterodiretti nei quali nasciamo tutte e tutti, un desiderio rivoluzionario capace di ri-generarci anche oltre i generi.

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