Barbara Bonomi Romagnoli | world
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Di cosa parliamo quando parliamo di uomini

“Con tutta sincerità ammetto che la “questione maschile” – eccetto tutto ciò che concerne il tema della violenza – non mi appassiona. Mi pare che il dibattito si giochi su un livello di astrazione e genericità che non giova al ragionamento e alla conoscenza, rendendo vana ogni possibilità di cogliere qualche – seppur provvisoria e approssimativa – verità. Ma lo stesso tema, se declinato su terreni concreti e con focus specifici, diventa ricco di spunti”: così Monica Pasquino, portavoce di Scosse, associazione prettamente femminile nel suo gruppo ristretto ma aperta a uomini e donne, che aggiunge: “Aspettiamo con curiosità l’arrivo di un uomo nel cerchio più attivo dell’associazione, potrebbe essere un elemento di crescita per tutte noi da non sottovalutare”.

La riduzione del danno

Fine agosto. A Vienna sfilano in migliaia per dire che questa vita non è vita, se donne e uomini, bambine e bambini, sono costretti dalla disperazione e dalla guerra ad affrontare esodi disumani e, pochi giorni dopo, nella remota Islanda decine di migliaia di cittadine e cittadini sono pronti ad accogliere i migranti in fuga. Sono pronti ad aprire le braccia, sarà un caso che il loro paese è considerato addirittura un paese femminista?

Le donne hanno un posto per tutto

Mi sono avvicinata alla lettura di questo volume con prudenza e un po’ di sospetto, lo ammetto. Il tema della maternità è scivoloso e anche un po’ di moda, in un paese in cui si chiede alla maggioranza delle donne di essere buone madri e buone mogli e dove le aspettative sociali rispondono a modelli precostituiti che riducono la scelta [o l’impossibilità] di non riprodurre la specie a velleitari egoismi o commiserevoli imperfezioni. Con in sottofondo il solito paradossale leitmotiv: da una parte la santa mamma italiana che tutto vede e provvede, dall’altro politiche che negano diritti e possibilità alle eventuali future madri.

Da questa premessa e per di più essendo una ‘senza figli’, la lettura di Madri comunque di Serena Marchi si è rivelata invece una piacevolissima sorpresa, per lo stile asciutto mai enfatico, perché la carrellata di ritratti è davvero rappresentativa delle differenze e perché, come afferma Pedro Almódovar in epigrafe: “le donne sanno nascondere un cadavere e affettare i peperoni: hanno un posto per tutto”.

Ascoltate cosa abbiamo da dire. Prostituzione e dintorni: il “piano” (sempre rimandato) del governo, una chiacchierata con Pia Covre e gli appuntamenti del 30 aprile a Roma

Il dibattito su prostituzione e dintorni è acceso, fuori e dentro il Parlamento, e la politica non manca di fare annunci. Come quello fatto il 16 aprile scorso da Giovanna Martelli, consigliera del presidente del Consiglio per le Pari Opportunità che in una nota stampa afferma: «Il Governo presto emanerà il Piano nazionale di contrasto alla tratta e alla prostituzione. Ma si apra una riflessione anche sugli utilizzatori finali». E aggiunge: «È precisa intenzione del governo licenziare in breve tempo il Piano Nazionale di contrasto al fenomeno della tratta. Questo è un passaggio fondamentale senza il quale non possiamo pensare di affrontare la forma peggiore di sfruttamento umano, quella che vede i corpi di donne e uomini venduti e comprati come puri strumenti, “produzione di valore”, da impiegare nel mercato, come mano d’opera a basso costo, come corpi da smembrare per l’espianto di organi, come corpi da offrire come oggetti di piacere». Alla richiesta di maggiori dettagli, informazioni su tempi e contenuti del “Piano” in questione, e se sono state contattate le dirette interessate, la consigliera Martelli non risponde.

Peccato. Allora rivolgo la domanda alle Lucciole di Pordenone, ossia il Comitato per i diritti civili delle prostitute (Cdcp) da decenni in prima linea con un prezioso lavoro culturale e politico per migliorare la condizione di chi si prostituisce, ma soprattutto per ribadire che qualunque sia la propria posizione non può venire meno il rispetto della dignità e dei diritti delle/dei sex workers. Non è una questione da poco considerando che anche nei movimenti delle donne e femministi ci sono posizioni oltranziste, guai a dire «Sex work is work».

Volevamo essere diverse dalle nostre madri, ci siamo scoperte mogli devote. Intervista a Clara Sereni

Essere una giovane donna fra il 1968 e il 1977 in Italia. Esserlo in una famiglia autorevole di origini ebraiche e progressiste e decidere di andare a vivere da sola nel centro di Roma, in un punto che è paradossalmente difficile da spiegare anche ai tassisti, pur essendo ad una manciata di metri da piazza del Popolo e dall’Ara Pacis, da Piazza Navona e dal Pantheon. Un luogo prezioso dove prendere confidenza con il resto del mondo, facendo fatica a mettere insieme l’affitto e la cena ma senza dolersene troppo, con l’esuberanza che ti permettono i vent’anni. Quando tutto è possibile e tutto – il lavoro, l’amore, la militanza politica – è ancora da provare e sperimentare. Una tana sgangherata che diventa una casa per tante e tanti, tutti quelli che busseranno alla porta negli anni per una spaghettata, una cantata, un letto dove stare. Un indirizzo che è diventato il nuovo libro di Clara Sereni, Via Ripetta 155 (Giunti, 200 pagine, 14 €), romanzo autobiografico in cui Sereni parla di sé e della sua generazione in maniera schietta, sincera, liberatoria. È un libro in cui si respira una bella aria, che non è solo quella degli anni in cui si è provato a cambiare il mondo, ma è anche quella di chi ripensa a quel periodo con appassionata malinconia e senza rimpianto nostalgico. È un racconto pungente, vivace, ritmato dalla musica popolare del Folkstudio di Roma, a cui Sereni ha dedicato tempo ed energie, ed è soprattutto una scrittura essenziale, che va dritta al punto. Anche quando è doloroso, anche quando i tempi precipitosamente mutano e dallo spazio collettivo si torna ad un orizzonte privato.

Niente amore solo sesso Dai banchi alle “battute di caccia” – Intervista a Riccardo Iacona

Non è un libro lineare quello di Riccardo Iacona (scritto con Liza Boschin, Federico Ruffo, Elena Stramentinoli), appena uscito per Chiarelettere con il titolo Utilizzatori finali e che in parte riprende il lavoro fatto dal giornalista e dal suo team per la puntata di Presa diretta. Non è lineare per i sentimenti che suscita, per come è scritto, per le storie che racconta.

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