Barbara Bonomi Romagnoli | world
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Senza il rispetto dei diritti umani per le donne non c’è crescita possibile: intervista a Maura Misiti

Un conflitto o una calamità naturale possono cancellare in un attimo un’intera generazione di conquiste economiche e sociali. Possono inoltre minare, a livello individuale, ogni speranza di una vita migliore, distruggendo opportunità e limitando le possibilità di scelta. Possono, infine, esasperare le disuguaglianze già presenti nella società, incrementando ulteriormente le difficoltà di poveri ed emarginati ed esigendo un prezzo spropositato da donne e giovani.

I numeri parlano chiaro e non è possibile eluderli: sono oltre 100 milioni le persone che hanno bisogno, oggi, di assistenza umanitaria e, fra queste, 26 milioni sono donne e adolescenti in età riproduttiva. A dircelo in modo chiaro è l’ultimo rapporto Unfpa (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione), tradotto e diffuso in italiano da Aidos, Associazione italiana donne per lo sviluppo.

Il tema indagato e richiamato dal titolo – Al riparo dalla tempesta. Un’agenda innovativa per donne e ragazze, in un mondo in continua emergenza – è quello che rimbalza sui media ogni giorno ma interpretato in maniera completamente diversa, in quell’ottica di genere che ancora fatica ad essere accolta in pieno come chiave di lettura generale e mettendo in relazione guerre, cataclismi naturali e crescita di ineguaglianze.

Riprendiamoci il “terzo tempo”. Le sfide femministe in Europa

8 marzo 2016

Il rito si ripete ogni anno e da tempo le femministe invitano a riflettere sul senso profondo della giornata internazionale delle donne, un otto marzo che oscilla spesso fra folklore e retorica, e sempre più si svuota non solo delle storie e delle battaglie che la data ricorda ma anche di contenuti efficaci da trasmettere alle nuove generazioni. È uno dei motivi per cui i femminismi sono stati al centro dell’iniziativa dal titolo International Women’s Day: Feminist Left Struggles in Europe, voluta al Parlamento di Bruxelles il 2 e 3 marzo scorsi dalle europarlamentari Gue/Ngl impegnate nella commissione Femm, in particolare Eleonora Forenza e Malin Björk.

L’espresso che non vale un caffè

Ti si ferma lo sguardo su parole e immagine e subito hai un sussulto. Che la copertina faccia a pugni (chiusi come quelli delle Femen) con il titolo e l’inchiesta delle pagine interne, lo hanno già notato altre. Per il contrasto dei significati ma anche perché sono le solite tette a illustrarci “qualcosa” che dovrebbe, pur ammiccando agli uomini, riguardare solo le donne, come se la rivoluzione femminista non avesse riguardato, e non riguardi, l’altro sesso. Non solo, ogni volta che sento o leggo che “le donne hanno perso” mi dico che se perdono loro, perdono tutti.

Di cosa parliamo quando parliamo di uomini

“Con tutta sincerità ammetto che la “questione maschile” – eccetto tutto ciò che concerne il tema della violenza – non mi appassiona. Mi pare che il dibattito si giochi su un livello di astrazione e genericità che non giova al ragionamento e alla conoscenza, rendendo vana ogni possibilità di cogliere qualche – seppur provvisoria e approssimativa – verità. Ma lo stesso tema, se declinato su terreni concreti e con focus specifici, diventa ricco di spunti”: così Monica Pasquino, portavoce di Scosse, associazione prettamente femminile nel suo gruppo ristretto ma aperta a uomini e donne, che aggiunge: “Aspettiamo con curiosità l’arrivo di un uomo nel cerchio più attivo dell’associazione, potrebbe essere un elemento di crescita per tutte noi da non sottovalutare”.

La riduzione del danno

Fine agosto. A Vienna sfilano in migliaia per dire che questa vita non è vita, se donne e uomini, bambine e bambini, sono costretti dalla disperazione e dalla guerra ad affrontare esodi disumani e, pochi giorni dopo, nella remota Islanda decine di migliaia di cittadine e cittadini sono pronti ad accogliere i migranti in fuga. Sono pronti ad aprire le braccia, sarà un caso che il loro paese è considerato addirittura un paese femminista?

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