Barbara Bonomi Romagnoli | Chi sono i 30/40enni, alternativi, ma pure un po’ conformisti?
772
post-template-default,single,single-post,postid-772,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,select-theme-ver-1.6.1,wpb-js-composer js-comp-ver-5.4.5,vc_responsive

Chi sono i 30/40enni, alternativi, ma pure un po’ conformisti?

L’amicizia ai tempi di facebook ha molti volti, c’è chi nelle relazioni virtuali trova soddisfazione e godimento, chi è in bilico e cerca un equilibrio fra la tastiera e gli aperitivi in carne ed ossa, chi cerca nell’amicizia quel sostegno che non trova altrove, relazioni amicali che magari sostituiscano famiglie tradizionali incapaci di nuove forme di vita, di stare assieme senza schemi predefiniti: così accade nel nuovo romanzo di Paola Soriga, La stagione che verrà [Einaudi, 2015], dove Dora, Agata e Matteo, tutti originari della Sardegna, tornano a vivere nello stesso appartamento a Cagliari dopo essere stati diversi anni lontani dall’isola per studiare, viaggiare, lavorare.

L’amicizia, anch’essa una forma di amore, conta molto nella vita dei personaggi del romanzo e dei loro amici, «come conta per tutti e un po’ di più per chi ha lasciato presto la rete di affetti legata all’infanzia e all’adolescenza e ne ha dovuto creare altre» spiega Paola Soriga, anche lei sarda che vive altrove.

Agata è pediatra a Pavia, il suo compagno l’ha lasciata quando è rimasta incinta e lei ha deciso di far nascere il bambino a Cagliari andando a vivere lì con Dora, perché a casa sua non è che l’hanno presa proprio bene questa gravidanza da single. Matteo ha studiato a Bologna dove poi ha iniziato a insegnare, si è deciso a tornare a Cagliari perché ha scoperto di avere un tumore e capisce che

«ha paura adesso della solitudine come non gli era mai accaduto. Ha paura di stare male, di vomitare, di svenire, ed essere solo a casa. Valentina dorme sempre con lui ma di giorno lavora, e certo non può stare tutto il tempo appresso a lui».

Allora lui accetta l’invito dell’amica Dora che è la girovaga del trio: da Alghero a Calella poi Barcellona e Rio de Janeiro e infine di nuovo in Sardegna a Cagliari per un nuovo lavoro.

È lei che tiene in mano i fili e i grovigli di queste relazioni e di queste amicizie nate fuori dalla Sardegna, quando i tre si sono incontrati nei loro giri universitari.

Anche perché

«Agata e Matteo non si vedevano da più di un anno, non si sentivano quasi mai, ogni tanto guardavano i post l’uno dell’altra su facebook. Era un’amicizia soprattutto riflessa attraverso Dora, ma si piacevano, nonostante Agata pensasse che Matteo fosse troppo cinico e Matteo che Agata fosse un po’ rigida e noiosa».

Dora e Matteo hanno invece un gran feeling pur non sentendosi sempre e negli anni hanno condiviso

«la stessa visione dell’amore come fenomeno intenso e brevissimo del sesso come espressione di molteplici stati d’animo. Credevano nella magia degli incontri e nelle occasioni che non vanno mai sprecate».

Adesso si ritrovano insieme di fronte ad un futuro incerto per tutti e tre.

A dare voce e corpo ai loro pensieri e desideri è Dora che dice di essere

«tutte le storie che ho ascoltato, le case e le città che ho abitato. Come Alghero, di luce e bastioni, che guardo dall’alto mentre sono in balcone a fumare, il rumore costante del mare. Come mia madre: affacciata al balcone anche lei, venti o trenta anni fa, la nuca scoperta e abbronzata e un filo di corallo attorno al collo».

Dora è anche tutte le canzoni che le tornano in mente o canticchia fra sé e sé – l’ottima playlist che fa da colonna sonora al testo è in chiusa al libro – e tiene insieme le storie e le generazioni che attraversano la narrazione perché lei non ha dubbi:

«Ho scritte sul corpo le tracce di tutte le persone che ho conosciuto, così come in tutte loro c’è un pezzetto di me e di tutte le altre che hanno conosciuto, delle città e le case che abbiamo abitato. Le rughe del mio viso non sono soltanto le mie, sono le stesse di mia madre e di mio padre, di Agata che cura i bambini e di Matteo che prepara le lezioni; le mie mani sono anche le mani dell’oncologo che ha in cura Matteo e dell’infermiere che lo aiuta, sono di Ivana che fa il tecnico del suono e di Daniel che fa il manovale e l’imbianchino, l’idraulico o l’elettricista, a seconda del bisogno. Sono le mani di tutti noi che ci arrangiamo, in queste piattaforme traballanti su cui passiamo l’esistenza, o meglio, come si dice in spagnolo, nos buscamos la vida, che è una forma più bella per dirlo, ci cerchiamo la vita, e infatti è così: la vita te la devi andare a cercare».

Sì, la vita te la devi andare a cercare e Paola Soriga è stata bravissima – nella trama e nella scrittura – nell’andare a cercare nella sua fantasia la vita di questi tre personaggi che con ironia e immediatezza restituiscono una fotografia così lucida, tenera e spietata al tempo stesso, di un pezzo della nuova generazione precaria.

Non penso che il romanzo, come è stato detto, racconti un’intera generazione, credo ne raffiguri molto bene una minoranza, forse quella più consapevole o semplicemente più “attrezzata” a muoversi sotto la spinta di cambiamenti globali che ricadono nelle nostre vite. In questa storia c’è quel pezzo di 30/40enni che ha vissuto le giornate genovesi del 2001, che non è iscritta ad un partito e fa politica nei movimenti in maniera intermittente, con il rischio che a volte il privato sembra prendere il sopravvento sulla collettività. Ad essere, per certi aspetti, ‘politici’ sono i lavori che fanno, nella misura in cui sono votati all’altro/a da sé – dall’impegno nella Ong di Dora, alle professioni di Agata e Matteo.

C’è l’eco di 30/40enni che sono, sì, alternativi al pensiero dominante ma ugualmente un po’ conformisti, vivono il Pigneto come centro del mondo e Berlino come panacea di tutti i mali.

Donne e uomini di cui Dora si chiede quand’è che sono passati dall’essere

«giovani brillanti a adulti con un curriculum non più competitivo».

Forse

«si tratta solo di accettare il nostro tempo».

Quale che sia questo tempo è una altra storia ancora. Nel frattempo che si riesca a capirlo, si possono coltivare amicizie preziose da gustare nel tempo che ci spetta da vivere.

E per farlo a volte è necessario tornare lì da dove si è venuti, lasciare la terraferma che attanaglia il futuro e tornare sull’isola che mantiene un senso profondo di utopia.

Perché l’isola ha il mare che, nelle parole di Paola Soriga, «è distanza da attraversare, con tutto ciò che questo comporta. Dora, Agata e Matteo tornano, è vero, ma non la vivono come una cosa definitiva, il mare li aveva portati lontani, ora li stringe amoroso ma non è detto che non li spinga via di nuovo».

Pubblicato sulla 27Ora, Corriere della Sera

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
No Comments

Sorry, the comment form is closed at this time.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi