Barbara Bonomi Romagnoli | Dal «Diario di un maestro» ai «malestanti» – Intervista a Marco Venditti, Luca Mandrile e Claudio Di Mambro
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Dal «Diario di un maestro» ai «malestanti» – Intervista a Marco Venditti, Luca Mandrile e Claudio Di Mambro

Un anno e mezzo di lavoro e più di cento ore di riprese sono il materiale «grezzo» dal quale Marco Venditti, Luca Mandrile e Claudio Di Mambro hanno ricavato «I malestanti, trent’anni dopo», documentario che racconta che fine hanno fatto gli allievi dell’attore Bruno Cirino, interprete di «Diario di un maestro», film ed esperimento di didattica alternativa girato in un quartiere popolare di Roma da Vittorio De Seta nel 1972. I bambini degli anni Settanta oggi hanno 45 anni, e vivono ancora a Tiburtino terzo o alla Torraccia: c’è chi è diventato ragioniere, chi fa lo speaker radiofonico, chi è responsabile della comunicazione al V municipio, chi ha un banco al mercato. Altri hanno alle spalle storie di droga e carcere. Il film è stato presentato in concorso a Roma al Tekfestival 2004, dove abbiamo incontrato i registi.


Come è nata l’idea del film?
Quando abbiamo visto il film di De Seta, del quale conoscevamo solo qualche documentario degli anni ’50, siamo stati colpiti dalla spontaneità e freschezza di quei ragazzini. E ci siamo chiesti: che fine avranno fatto, come li avrà segnati quell’esperienza? Abbiamo ragionato anche su come fosse cambiata la scuola, ci siamo chiesti se quei metodi avessero avuto un seguito. Ovviamente con un occhio estraneo: non siamo insegnanti né pedagoghi. Abbiamo tentato un esperimento. Non volevamo fare una semplice fotografia su come eravamo e come siamo diventati, ma cogliere quello che è successo nel frattempo. Vedere la trasformazione o la non trasformazione, capire le storie diverse di ciascuno, perché sono quelle storie che danno «corpo» alla realtà sociale.

Come avete fatto a ritrovare i protagonisti del film? Avete parlato prima con De Seta?
De Seta lo abbiamo sentito dopo. La nostra ricerca è partita, semplicemente, dall’elenco telefonico. Quelli che si vedono nel documentario hanno accettato con gioia di far parte del nostro film, sono stati di una disponibilità eccezionale. Hanno rifiutato in pochi: o per motivi personali o perché c’è chi ha maturato un distacco, rispetto a quella condizione sociale, economica e culturale. Magari vivono sempre a Tiburtino terzo, ma mentalmente rifiutano la loro condizione di allora. A uno, invece, non piaceva la definizione di «malestanti», un neologismo, inventato proprio da uno di loro nel film di De Seta, per esprimere in maniera efficace la loro realtà in contrapposizione ai benestanti degli altri quartieri romani.

Che ricordo avevano di quell’esperienza?
Sono stati protagonisti di un particolare periodo della storia della città. Molte delle loro famiglie erano arrivate dalla campagna, a Roma erano finiti nelle baracche. E, a causa della loro povertà, sono stati uno scandalo, e sono finiti sotto i riflettori. Poi sono entrati nelle case popolari e sono scomparsi dall’attenzione mediatica, anche se i problemati e il disagio erano gli stessi. Solo che se li erano portati dentro casa, nascosti. In alcuni casi, la loro condizione era anche peggiorata. Per questo, gli uomini che abbiamo ritrovato avevano voglia di dire ancora tante cose. La loro storia non si era fermata al ’73.

Nelle parole di alcuni di loro sembra esserci rassegnazione…
Magari qualcuno esprime una certa ineluttabilità, l’idea di un destino che appare segnato, ma lo fa con orgoglio. Non hanno sicuramente perso il senso della loro dignità. Altrimenti non avrebbero accettato di partecipare a questo film, perché non è facile mettersi davanti a una telecamera, soprattutto se si devono raccontare storie «pesanti». Così facendo ti esponi al giudizio degli altri e li rendi partecipi della tua vita. Come dice lo stesso Amedeo nel film, sono passati da una dimensione di comunità, dove i ragazzini giocavano per strada e le persone si ritrovavano tra loro a parlare, a una disgregazione dovuta ai condomini, nei quali nessuno parla più con il vicino. Hanno attraversato una strada, sono passati dalla baracca alla casa, ed è cambiato tutto. Tiburtino terzo com’è oggi ha sconvolto lo stesso De Seta, che ci è tornato dopo trent’anni in questa occasione.

Nella stessa scuola del film di De Seta voi state tenendo un laboratorio. Di che si tratta?
È un’esperienza che si sta concludendo ma è stata molto intensa e significativa. Ci siamo presentati a scuola e abbiamo dato la telecamera in mano a ragazzi tra i 15 e i 18 anni. Sono stati entusiasti e hanno cominciato a parlare di loro e delle loro famiglie, confessioni a cuore aperto su tutto quello che vorrebbero dire e non possono. A casa, perché non hanno l’attenzione dei genitori che tornano stanchi la sera, a scuola perché evidentemente non trovano chi li ascolta. La telecamera è diventata un nuovo tipo di diario. Noi eravamo abituati a scrivere su un quaderno che poi mettevamo sotto chiave perché vogliono essere soli nelle riprese. Ma sanno benissimo che ne uscirà qualcosa che verrà visto da altri.

Una reazione diversa dai ragazzini che si ritrovarono in classe il «maestro» Bruno Cirino…
Trent’anni fa il maestro Cirino capì che bisognava portare la loro realtà nella scuola. Fece entrare la campagna nelle aule. Adesso è diverso, ma l’impatto, all’inizio, non è meno problematico. Quello che emerge è che questa generazione cresciuta davanti alla tv ha una grande voglia di dire. La scuola non è preparata a parlare con loro, di stupefacenti oppure 0di sesso. Nel documentario che stiamo realizzando con loro ci sono delle dichiarazioni molto forti, probabilmente in fase di montaggio avremo problemi per gli aspetti legali della privacy. Alcuni insegnanti che hanno collaborato con noi sono rimasti molto toccati nel vedere le riprese dei loro allievi, non li riconoscevano. Ci è sembrato naturale e spontaneo trattare i ragazzi da adulti, e ha funzionato. Non è stato certo un rapporto alla pari, ma sicuramente è stato sincero.

Che idea hanno questi ragazzi della scuola?
Hanno un rapporto più diretto con i professori, la sensazione è che la vivano meglio di noi. Ma è un istituto d’arte e la preside è stata molto disponibile, si è assunta una responsabilità che non è detto sia possibile altrove.

pubblicato su Carta, www.carta.org

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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