Barbara Bonomi Romagnoli | D’amore e d’odio – intervista a Maria Rosa Cutrufelli
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D’amore e d’odio – intervista a Maria Rosa Cutrufelli

Raccontare il Novecento attraverso sette vite di donne, legate tra loro da storie familiari e da uno sguardo diverso su un secolo così complesso, è quello che ha scelto di fare Maria Rosa Cutrufelli nel suo nuovo romanzo storico “d’amore e d’odio” (Frassinelli, 460 pagine, 18 euro).

Un testo appassionante anche se non di immediata e facile lettura, per via di una struttura costruita su capitoli basati su monologhi di personaggi minori che raccontano le protagoniste delle differenti storie, eccetto l’ultimo dove è la donna a raccontare in prima persona. Una scelta originale, voluta dalla scrittrice siciliana, non nuova ai romanzi storici, perché “detesto il romanzo storico tradizionale, soprattutto nell’architettura non c’è sperimentazione. Molti colleghi lavorano sul lessico ma non sulla costruzione della struttura narrativa”. Lei invece ci ha provato a cambiare le regole classiche e il risultato è un libro che si presta molto anche ad una lettura radiofonica e teatrale, un racconto corale e accorato su momenti cruciali della Storia, non solo del nostro paese, ma certamente un tentativo di spiegare l’Italia tessendo fili tra città, accadimenti apparentemente distanti, vicende personali e collettive. Pagine che ci trasmettono un fermento e una passione che oggi sembrano sopiti, se non scomparsi, ma anche la speranza che il futuro porti trasformazione, se è vero, come scrive Cutrufelli, citando Zambrano, che “le radici devono avere fiducia nei fiori”.

Perché hai scelto di iniziare la narrazione dai fatti di Caporetto per dare vita ad una genealogia femminile?

La prima guerra mondiale inaugura il secolo, con una maniera totalmente nuova di pensare e fare la guerra. C’era un disprezzo assoluto per la vita dei soldati su cui non si è riflettuto molto. Racconto anche questo, il trauma degli uomini in trincea, dopo un lungo periodo di pace almeno in Italia. Credo che la crudeltà di questa guerra ha inaugurato la crudeltà del Novecento, è stato l’inizio di una lunga catena. Per andare oltre non si è fatto abbastanza, ci portiamo ancora addosso tutte le ferite del secolo.

È un testo nel quale si sente che c’è dietro un grande lavoro di studio e approfondimento. Quanto tempo ci hai lavorato?

Tra la ricerca e la documentazione sono passati circa 4 anni, ho letto molti diari di soldati e crocerossine. Poi come spesso accade avevo un accumulo di storie in mente a cui non riuscivo a dare senso. Anche perché nella ricerca e documentazione ho recuperato anche pezzi di memoria recente che non avevo così chiari in mente, come nel leggere la raccolta dei quotidiani del dicembre 1999  dove ho riletto come in quel mese ci furono così tanti morti di immigrati sulle coste o nei cpt.

Come è possibile, scegliendo di occuparsi della Storia, tenere assieme memoria storica e immaginazione letteraria?

Comincio sempre da un deposito di storie vere che poi diventano autonome. L’immaginazione viene colpita da un fatto che poi rielabora ma la verità storica resta l’input da cui si parte. Poi subentrano altre coordinate e sfumature, del resto di questi fatti reali è intessuta la nostra vita personale.

Quale pensi che sia il ruolo di chi scrive e in particolare di chi come te si definisce femminista?

Lo scrittore è testimone del suo tempo, se sei femminista hai imparato a guardare diversamente e puoi restituire questo sguardo differente. C’è chi parlava del “meridionale” come di colui che è portatore di uno sguardo privilegiato, credo valga lo stesso per le femministe abituate a guardare dal fuori al dentro.  È uno sguardo che entra nei sentimenti con una capacità di analisi politica. C’è indubbiamente una grande responsabilità perché sei consapevole che devi essere all’altezza dei tempi che vivi nel vederli e narrarli.

Hai tratteggiato donne tutte molto coraggiose, forti, capaci di cambiare la loro vita. Quelle pagine rimandano una energia che oggi sembra essere molto più debole, un fermento che oggi sembra essersi fermato… 

Un giornalista mi ha fatto notare quale è la differenza tra l’ultima donna e le altre sei che l’hanno preceduta. Tutte tranne l’ultima appunto sono narrate da altri. È come se l’ultima che si narra da sola sia proprio il simbolo di ciò che ha prodotto il femminismo: nel Novecento noi donne eravamo ancora oggetto di rappresentazione mentre ora siamo soggetti che si rappresentano. Noi donne usciamo dal Novecento capaci di autodeterminazione, di dirsi/parlarsi con coscienza femminista. Certo non tutte, una ragazzina ha più libertà oggi di quanta ne avevamo noi ma questo non vuol dire che riesca a focalizzare quali sono gli ostacoli che ha davanti. Noi eravamo represse in tutto e quindi bombe pronte ad esplodere. Nadia Spano, grande comunista, diceva che non invidia le ragazze di oggi perchè si trovano davanti diritti da conquistare così difficili da vedere. C’è certamente una coscienza nuova capace di attivare uno sguardo più complesso, sono fiduciosa che le giovani possano scardinare alcuni meccanismi.  Finalmente non hai mediazioni puoi narrarti a te stessa e al mondo.

È anche un romanzo sulle relazioni amorose, ad un certo punto si legge: “dopo vent’anni di matrimonio, due figli e tante amicizie, viaggi, interessi: tutto in comune, tranne il senso della vita”.

Sono le contraddizioni dell’amore, come della guerra che coinvolse anche le donne ed è stata una grande illusione anche per loro, di libertà ed emancipazione. Per le donne che verranno dopo la guerra, quelle della generazione di Isa, l’illusione sarà poi il matrimonio che dovrebbe dare senso alla vita, ma come la guerra è una emancipazione illusoria. Tu come donna devi sempre dare senza mai ricevere.


pubblicata su Marea, www.mareaonline.it

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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