Barbara Bonomi Romagnoli | Di pari diritti – scritto in collaborazione con Rosa Saugella
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Di pari diritti – scritto in collaborazione con Rosa Saugella

“Razzismo e sessismo sono sistemi interconnessi di dominio che si rafforzano e si sostengono a vicenda”, scrive Bell Hooks, femminista e scrittrice statunitense, in uno dei suoi testi più noti “Elogio del margine. Razza, sesso e mercato culturale”, dove mettendo insieme discorso di genere e di razza l’autrice critica i tradizionali schemi sulle appartenenze e identità sessuali.

Le riflessioni di Bell Hooks, accanto a quelle di altre autorevoli autrici afroamericane, hanno svolto un importante ruolo di critica ad un femminismo che è stato spesso, oltre che eterosessuale, anche bianco e medio-borghese. Una questione tutt’ora aperta che riguarda, nelle odierne società interculturali, il complesso rapporto tra donne native e migranti. In molte hanno paura di ricadere in atteggiamenti di tipo “colonialista”, di presa di parola altrui o di donne native portatrici di conoscenza e di ricette che possano scadere nella commiserazione e in rapporti di dipendenza. Tante altre credono che non sia possibile far finta di nulla, come se le relazioni tra native e migranti non esistessero e, in alcuni casi, non fossero anche la via concreta al perpetuarsi dei rapporti di forza esistenti. “Come possiamo pensare che la nostra libertà di tempo e di spazio venga garantita affidando ad altre donne un lavoro tradizionale di cura? In che modo una risposta individuale e di privilegio a dei bisogni collettivi […], che lo stato pubblico e il welfare non garantiscono, perpetua uno stato di sfruttamento che abbiamo tentato di allontanare da noi?”: così hanno scritto alcune delle partecipanti al tavolo sul razzismo, nell’ultimo incontro nazionale di femministe e lesbiche, mettendo al centro non solo la questione del lavoro di cura, ma anche quella dei diritti di cittadinanza negati a molte donne.

Non sono molti i luoghi femministi in Italia che lavorano alla costruzione di relazioni politiche tra native e migranti. I pochi che ci sono si scontrano quotidianamente con la negazione dei diritti per le migranti e il finto appoggio di politiche multiculturali, che spesso sono il risultato di accordi tra gli uomini delle diverse comunità che comunque vogliono mantenere il controllo sul corpo e la vita delle donne. A proposito di tutto questo, lo scorso dicembre si è tenuto a Imola un convegno internazionale dal titolo “Il multiculturalismo fa male alle donne?”, promosso e organizzato da Trama di Terre, centro interculturale di donne e native migranti che da dieci anni lavora per “l’accesso alle risorse materiali e simboliche”, con donne italiane e straniere che “devono affrontare due tipi di ostacoli: alle discriminazioni basate sul genere si aggiungono, infatti, anche quelle fondate sull’origine nazionale o sull’appartenenza religiosa”.

Le donne di Trama hanno deciso di diffondere un appello dal titolo “Le donne migranti cittadine di serie A” nel quale, tra l’altro, denunciano come “troppo spesso le donne migranti vengono trattate come se fossero minorenni, come una mera appendice dei loro mariti. […] Obbligate a rimpatriare in caso di divorzio, alcuni consolati le costringono a richiedere un’autorizzazione se vogliono sposare un italiano, e richiedono l’autorizzazione del marito per rilasciare loro un passaporto. Se vittime di violenza da parte di un familiare non sempre riescono ad accedere alle misure di protezione sociale, come l’articolo 18 che dovrebbe proteggere tutte le vittime di violenza […]”.

Non si riesce a porre tutto ciò come “una priorità assoluta, anche della campagna elettorale” – spiega Tiziana Dal Pra di Trama di Terre – “Le migranti che incontriamo, quelle che stanno male, vivono una invisibilità che non raggiunge neanche una consistenza tale da rendersi visibile. Sono temi che fanno paura, questioni di cui non ci si vuole prendere carico e soprattutto non se ne sa nulla. Il profondo inganno per molte delle donne migranti è che nei nostri paesi sono estranee al diritto e lo diventano sempre più anche nei loro paesi, vivono in un limbo che nega loro i diritti basilari”.

Da una diversa prospettiva, ma con lo stesso intento di porre al centro la questione dei diritti, è nata l’idea di “Action A, l’occupazione delle donne”: lo scorso otto marzo è stato occupato a Roma uno stabile da un gruppo di donne nate “in Campania, in Calabria, in Etiopia, in Marocco, in Egitto ma per noi questo conta molto poco, siamo semplicemente cittadine del mondo”. Ventitrè donne tra i 30 e i 60 anni, con 15 bambine e bambini, unite dalla necessità di trovare uno spazio dove vivere e dal sogno di “un futuro diverso e senza violenza per noi ed i nostri figli, perché ci hanno mandato via dalla casa famiglia dopo sei mesi, perché delle donne sole non hanno diritto ad una casa popolare […]”. Il primo obiettivo che vorrebbero raggiungere le occupanti è quello di aprire uno sportello contro le violenze che possa supplire proprio alla mancanza di diritti che riguarda le migranti ma anche le donne single, con o senza figli, comunque fuori dagli schemi della giurisdizione, e della politica, classica.

 

pubblicato su Left, www.avvenimentionline.it

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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