Barbara Bonomi Romagnoli | Gli orizzonti della Birmania – La rivoluzione nonviolenta color zafferano
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Gli orizzonti della Birmania – La rivoluzione nonviolenta color zafferano

Lo scorso anno le immagini in tempo reale fecero il giro del mondo e non pochi giornali dedicarono la copertina alla “rivoluzione zafferano”, chiamata così per via del colore degli abiti dei monaci e delle monache che hanno manifestato con azioni nonviolente contro il regime dittatoriale da decenni al potere in Birmania.

Tra di loro c’era anche U Gambira, giovane monaco che riuscì prima a fuggire dopo la violenta repressione del governo e poi venne arrestato e recluso nel carcere di Insein a Rangoon, penitenziario noto per le torture a cui vengono sottoposti i prigionieri.

Prima di essere trovato dalla polizia militare rilasciò una intervista ad Alan Clements, giornalista e primo statunitense a divenire monaco buddista, da anni impegnato per la causa birmana. La conversazione con U Gambira è nella nuova versione del libro, appena tradotto anche in Italia [La mia Birmania, Corbaccio editore, 368 pagine, 18 euro] che Clements pubblicò più di dieci anni fa. È una lunga conversazione avuta con Aung San Suu Kji, premio Nobel per la Pace nel 1991 e da quasi vent’anni reclusa nel suo paese, e con i suoi più stretti collaboratori, U Kyi Maung e U Tin U. Come tutti loro anche U Gambira era convinto che “la libertà per la gente birmana è vicina. L’unico interrogativo è il costo di tale libertà. Ci troviamo in un momento cruciale della storia. La luce del dhamma è la nostra guida in questa rivoluzione. La luce della nostra dignità e della nostra adesione alla nonviolenza è la nostra fonte di forza. Ricordate: il futuro della Birmania dipende dalla nostra capacità di perdono e dal nostro impegno per l’unità. Dobbiamo conciliarci anche con i nostri nemici. Confidare che la nostra compassione è un’arma più potente dei fucili”.

Nonostante questa salda e profonda convinzione, U Gambira si trova da circa un anno in prigione ad affrontare ben 17 capi di accusa e “tra questi c’è anche il tradimento quindi potrebbe andare incontro alla pena di morte – racconta Clements – inoltre è gravemente malato e di recente ha detto ai suoi avvocati di non occuparsi più di lui perché la giustizia è così compromessa che non vale la pena che perdano tempo con il suo caso”.

Purtroppo non è l’unico, secondo le fonti di Clements ci sono altri 2170 prigionieri politici che vivono nel buco nero delle torture e delle ingiustizie nelle carceri birmane.

Detenuti che non sono rientrati nell’amnistia che il governo ha concesso a settembre scorso, provvedimento che molti hanno interpretato come una pura operazione di facciata per ammorbidire la comunità internazionale.
“I giovani rischiano la galera anche solo se provano a fotografare il sole, simbolo della nascita della democrazia, e questo dimostra che è una situazione ai limiti della paranoia – prosegue Clements – che potrebbe anche portare a breve al crollo del regime. Non c’è dubbio che le proteste dello scorso anno sono state immortalate in tempo reale, bastava un cellulare per poter diventare giornalisti in quel momento e il mondo intero ha visto con i propri occhi i monaci uccisi e quelli che hanno rischiato la vita. Se si potessero far entrare milioni di cellulari in Birmania, pensando di far cadere il regime, ben venga. Ma il dato di fatto è che adesso si rischiano fino a dieci anni di prigione per un cellulare non registrato”.
Il 23 ottobre scorso l’Unione europea si è espressa con una risoluzione chiedendo ‘al Segretario Generale Onu di andare in missione in Birmania e di fare un appello urgente per il rilascio di tutti i detenuti politici’ e negli stessi giorni durante il forum euroasiatico [Asem] che si è svolto a Pechino è stato rivolto un appello al governo birmano, presente tra l’altro all’incontro. Non pochi paesi sono economicamente interessati alla Birmania, dalla Cina alla Francia, ma non bastano certo le dichiarazioni di principio.
La situazione attuale è di estrema difficoltà per la popolazione birmana che, ricorda Clements, è prigioniera nel suo stesso paese: “Quando ho incontrato Aung San Suu Kji la prima cosa che lei mi chiese fu di far sapere al mondo che tutti loro in Birmania sono prigionieri. Se ci fosse lei qui direbbe che la cosa più importante da ricordare è che 50 milioni di persone sono isolate, spesso imprigionate e torturate, sottoposte ad abusi del regime, la gente sta morendo di fame e anche i bambini sono ai lavori forzati”.
Lo scorso mese Aung San Suu Kji ha protestato con una sorta di sciopero della fame, “ha rifiutato il cibo che le viene mandato dal regime – spiega Clements – e utilizzava solo le poche scorte che aveva in casa. Un modo per esprimere il suo dissenso a chi la opprime”.
Clements, che dopo il 1996 è stato cacciato dalla Birmania ed è nella lista nera del regime, ha provato più volte a rientrare ma non gli è stato possibile. “Sono stato dichiarato nemico di stato, non ho più contatti diretti con lei ma credo che ancora una volta ci chiederebbe di usare la nostra libertà per la causa del suo popolo. Aung San Suu Kji ha sempre sostenuto che il suo isolamento è insignificante rispetto allo stato in cui versa la sua nazione. Solo quando avremo compreso questo, senza creare miti, capiremo la lotta di queste persone per la democrazia”.
Una battaglia che la Lega Nazionale per la Democrazia [il partito guidato da Aung San Suu Kji che ha vinto le elezioni del 1990] ha scelto da sempre di combattere con azioni nonviolente e perseverando nella ricerca del dialogo.
“Aung San Suu Kji ha una visione della nonviolenza connessa anche alla comprensione dell’esistenza dell’ignoranza che è presente ovunque – spiega Clements – In America, ad esempio, poche persone sanno da dove viene il cibo che mangiano, l’acqua che bevono, il petrolio che utilizzano giornalmente, o non sanno anche cose più importanti che riguardano la libertà e i diritti umani. Ma come l’ossigeno è indispensabile  per vivere, così lo sono anche i diritti umani e la libertà. Altrimenti accade quello che diceva Václav Havel, ossia che durante i regimi totalitari la creatività è così fortemente oppressa che le persone si trovano a camminare in maniera inconscia per le strade, non hanno più contatto con quella che dovrebbe essere la resistenza che rischia di cadere nell’oblio. Lo stesso potrebbe accadere in Birmania”.
In attesa che Ban Ki Moon vada in Birmania il prossimo dicembre, l’invito di Clements è di non restare fermi a guardare perchè “la rivoluzione è allargare gli orizzonti, andare oltre i propri interessi personali e non avere paura. Aung San Suu Kyi è diventata attivista quando studiava a Oxford e sentì parlare di Sudafrica e dell’apartheid e non comprò più nulla che arrivava da lì. Anche oggi i birmani ci chiedono questo, che si smetta di sostenere economicamente le persone che li opprimono, di non vendergli armi o creare le risorse perché la giunta possa comprare le armi. La domanda che loro pongono è: ‘ci odiate così tanto da volere che la gente continui a vivere prigioniera e che non sia instaurata la democrazia?”. La risposta non può certamente essere più elusa.

pubblicato su Left, www.avvenimentionline.it

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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