Identità mutabili, una nuova forma di convivenza

Preferisco saperti morta che con un altro’/’volevo abbassare le armi ora dovrò spararti’/’voglio vedere la vita fuggire dai tuoi occhi’: non è il diario o il promemoria di un femminicida, sono le parole di una canzone di Emis Killa, rapper milanese classe 1989, che ha suscitato diverse polemiche sui social network e anche nei media. “Ho avuto un brivido nell’immaginare milioni di adolescenti italiani canticchiare questo pezzo – racconta Ketty, 33 anni di Messina – perché, in base alla mia percezione, credo si possa dire che nel nostro paese la cultura machista della violenza sia trasmessa e fomentata con una facilità estrema”.

Di sicuro la musica è un mezzo immediato e senza filtri. Arriva dritto al cuore, anche quello delle femministe che nei diversi territori lavorano con passione e costanza per cercare di sradicare le tante culture e linguaggi della violenza. Ketty ha iniziato a far politica attorno al 2001 in uno dei partiti della cosiddetta sinistra radicale e attualmente fa parte del gruppo Pari Opportunità del Movimento Cambiamo Messina dal Basso “per ‘svegliare’ Messina su alcuni temi ritenuti, purtroppo, anche nel mondo più progressista, ancora di minor importanza”. E con Arcigay Messina Makwan partecipa ad iniziative per combattere l’omotransbifobia: sembra una banalità, aggiunge Ketty, ma “non è ancora chiaro che i femminismi vorrebbero un mondo migliore per tutti, fuori da una composizione binaria, non esistono le categorie astratte degli uomini e delle donne, ma le diversità dei singoli”. È forse per questo che negli ultimi anni si è radicato sempre più il pensiero queer e intersezionale, la cui idea di femminismo è “capace di riconoscere i generi non come delle identità fisse e immutabili, ma come dei processi e delle performance, che vengono apprese e che possono essere decostruite e ricostruite – spiegano le attiviste di Ambrosia, collettivo che lavora da anni sul territorio milanese riunendosi negli spazi occupati e autogestiti della città (da un anno sono a PianoTerra). È composto da una quindicina di persone di età diverse, tra dai 20 ai 40 anni, e realizzano iniziative pubbliche, laboratori e approfondimenti attorno al tema dei “corpi in rivolta”. Corpi che si ribellano alla narrazione pubblica della violenza di genere e insistono nel dire che “la violenza è sistemica in un orizzonte sessista e patriarcale, per scardinarla è necessario mettere in discussione la cultura che la produce – spiegano da Ambrosia –Dobbiamo decostruire gli stereotipi che danno vita alle costruzioni di genere e che si muovono su dicotomie apparentemente immutabili: forza/debolezza, privato/pubblico, attività/passività, etc”.

Non solo, secondo Delia, attivista romana di 31 anni, accanto al frastuono mediatico c’è “un problema di silenzio. Bisogna parlare di violenza. Nelle scuole, università, palestre, spazi di aggregazione, nei libri e nei media. Bisogna informare e mettere nella condizione di sicurezza fisica e psicologica chi la violenza l’ha subita, consentendo di denunciarla, avendo servizi pubblici gratuiti di sostegno, sportelli e centri anti-violenza, con personale qualificato sempre presente e attento”. Delia, fra l’altro, frequenta la palestra popolare SCuP, che oltre allo sport si occupa anche di eventi culturali e “si sta cercando di fare un percorso di autoanalisi per scardinare il tabù che esiste sulla parola sessismo”. L’esperienza di Delia è quella di una giovane donna che non ha “un femminismo di riferimento, non per disinteresse ma perché le etichette non le amo e mi vanno strette, limitano e disincentivano il dialogo e alla condivisione di diversi punti di vista rimanendo sempre sulle proprie posizioni.” Un approccio aperto, così come quello del collettivo Ri-Make Communia di Milano a cui invece partecipa Saura e dove gli attivisti lavorano soprattutto con i più giovani sui temi delle migrazioni, sul mutuo soccorso, la precarietà, i femminismi e i soggetti Lgbtiq.

“Stiamo lavorando in alcune scuole superiori del milanese, su richiesta proprio degli studenti e studentesse – racconta Saura – e cerchiamo di far passare il messaggio che non esiste un unico femminismo, inequivocabile, ma che ne esistono una pluralità. Alcuni hanno evidentemente dei punti in comune ma al contempo si muovono, talvolta, a partire da sensibilità e da condizioni femminili differenti. Per questo le\li coinvolgiamo in discussioni sul genere, la sessualità, le dinamiche di potere, gli stereotipi, i ruoli sociali imposti”.

Pratiche femministe preziose, quelle che si vanno moltiplicando in giro per il paese, capaci di rinnovare linguaggi e saperi, rifiutando anche le forme di violenza presenti nei movimenti misti.

 

Pubblicato su Il Manifesto inserto speciale Il corpo del delitto

 

 

 

 

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