Barbara Bonomi Romagnoli | Il centro del viaggio – intervista ai Radiodervish
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Il centro del viaggio – intervista ai Radiodervish

Nabil Salameh, palestinese, e Michele Lobaccaro, pugliese, si sono conosciuti a Bari all’inizio degli anni ottanta, poi si sono persi di vista e ritrovati nell’88. Insieme ad altri ragazzi del giro universitario mettono su il gruppo Al Darawish, che avrebbe dovuto suonare una sola sera alla festa dell’Unità a sostegno dell’intifada palestinese. Invece il loro sodalizio è continuato, la musica è diventata l’attività principale e nel 1997 Nabil e Michele hanno dato vita ai Radiodervish, che significa «coloro che attraversano le porte».

La radio è quella che «ascoltavamo da piccoli, io per poter sentire i canali arabi e Nadir, che viveva in Libano, quelli europei – racconta Michele – Allora c’era la fascinazione dell’esotico, era più misterioso ascoltare suoni che qui non trovavi. Ora c’è la tv che ti sbatte tutto in faccia». Abbiamo incontrato i due musicisti che hanno da poco realizzato «In search of Simurgh», un progetto speciale che trova ispirazione nell’opera letteraria «Il verbo degli uccelli» [Mantiq at-Tayr] dell’autore persiano Farid ad-din Attar [XII secolo].


Non è un testo facile, quello che proponete nel nuovo disco: Farid ad-din Attar è uno dei maggiori esponenti del sufismo…
Noi pensiamo che sia piacevilissimo. La prima cosa che ci ha colpito è stata la trama: il viaggio di centomila uccelli che affrontano insidie diverse, alla fine rimangono in trenta, alla ricerca del loro re Simurgh [che in persiano significa appunto «trenta uccelli», o anche «i sopravvisuti»]. Attraversano sette valli, quella dell’amore, della conoscenza, del distacco… Rappresenta un viaggio attraverso stati di coscienza fino all’annientamento per ricongiungersi con l’uno, con Dio, ma ognuno lo legge come vuole, infatti ogni uccello ha le sue modalità, così come ognuno nella vita quotidiana fa a modo suo. È la metafora del viaggio iniziatico alla ricerca della propria meta, della verità e di se stessi. In questo libro, gli uccelli alla fine si trovano davanti a uno specchio che è il riflesso di loro stessi. Là dove loro pensavano di trovare il re, scoprono di non essersi mossi di un centimetro…

Anche in album precedenti avete messo in musica poesie mistiche. Da dove nasce la passione per questa scrittura particolare?
La passione è comune, anche se in questo caso il testo l’ho trovato io [a parlare è Nicola, ndr]. Eravamo alla ricerca di un soggetto per una musica che fosse libera dalla forma canzone, con uno sviluppo più ampio, per dare luogo a un album differente dagli altri. Questa storia ci è sembrata splendida, anche perché la trama si snoda con una grande quantità di fiabe che danno un affresco di umanità con storie di tutti i tipi. È un libro che può essere paragonato alla Divina Commedia, per la ricchezza di personaggi e situazioni.

Le belle immagini del «booklet» sono rappresentazioni di queste fiabe?
La prima è proprio la rappresentazione di un particolare di questo libro, e le altre sono miniature del periodo medievale persiano. Le abbiamo raccolte nei nostri viaggi e c’è stata una esposizione, a Parigi, di cui abbiamo recuperato il catalogo.

La vostra ricerca musicale è in continua evoluzione, nell’album c’è la presenza degli archi, che crea l’effetto di una vera e propria suite…
Questo disco in realtà rappresenta una sorta di parentesi nel nostro percorso. Abbiamo sempre fatto album di canzoni e volevamo sperimentare altre vie, sentivamo il bisogno di esprimere in altro modo le emozioni che ci aveva sollecitato la lettura del libro. Ci si ritrova sia la musica classica araba che la nostra, occidentale. Abbiamo discusso a lungo se fosse il caso di rispettare la formula strofa-ritornello o avvicinarci alla forma dell’aria lirica. Sottolineare una emozione, questo era il punto, e abbiamo pensato che se lo fai con un canto è già sufficiente: l’importante è la pennellata di colore, per questo c’è anche l’uso di pezzi strumentali della stessa canzone. Abbiamo lasciato libertà al cuore e alla mente di inseguire l’emozione senza incastrarla nella forma canzone, e questo ha dato vita a qualcosa che è molto simile alla suite orientale.

L’uso di diverse lingue si inserisce nella stessa ricerca o è dovuto al fatto che spesso la traduzione non è esaustiva?
Vale lo stesso principio. Usare il suono della lingua, quello che evoca oltre che il suo significato, per inseguire le emozioni.

Pensate che questo uso del suono sia anche espressione del linguaggio del corpo, che evoca la scrittura mistica?
Una delle traduzioni del titolo del libro è il linguaggio degli uccelli. Tradurre questo in un linguaggio umano è impossibile, alcuni hanno anche tentato musicalmente di arrivarci, ma al massimo arrivi a una approssimazione… Noi abbiamo provato con i pochi mezzi che abbiamo: la ricchezza della diversità di provenienza, quindi le lingue e le esperienze di vita.

Siete originari di terre cariche di storia e conflitti, cosa ha significato questo per il vostro lavoro artistico?
Non a caso la prima canzone è stata Gaza e, nella prima fase del nostro lavoro, è stata molto presente questa storia. Eravamo molto «militanti». Poi abbiamo capito che per affrontare il conflitto era necessario mettere in dialogo in primis le nostre diversità, lavorare indagando sui punti di contatto tra le nostre culture e i miti del Mediterraneo. La Palestina è un amore a distanza, per ora l’abbiamo raggiunta sostenendo progetti per una scuola in un campo profughi vicino a Hebron. Stiamo pensando ad altre iniziative.

Voi potreste rientrare, per certi aspetti, in quel grande contenitore che è diventata la world music, o etnica come la definiscono alcuni. Cosa pensate di questo fenomeno, che rischia di cadere nelle mode e nelle tendenze della musica commerciale?
Pensiamo che la cosa realmente importante sia prendere in considerazione solo quello che ci emoziona. Ovviamente, il sapore di qualcosa di multiculturale, globale, della musica del mondo, fa parte del nostro progetto per via del nostro bagaglio culturale. Ma è un gioco guidato solo dal filo dell’emozione che può darci una canzone: se ci viene la pelle d’oca, allora vuol dire che va bene. Sicuramente un album come questo è in controtendenza rispetto alla world music…

È una scelta precisa, che significa anche essere veicolati da etichette indipendenti.
Che sono quelle che ti fanno arrivare dappertutto. Le major non hanno in mente certe cose…

In realtà, c’è chi cavalca l’onda di certe sonorità senza fare un vero lavoro filologico, di ricerca.
Sì, certo, capita. Quando siamo stati alla Notte della Taranta abbiamo partecipato con il nostro spirito di sempre, che vuole accostare mondi diversi. Abbiamo accostato una poesia araba a una canzone della tradizione salentina, che ha una vitalità diversa da altre situazioni. Che probabilmente hanno già detto tutto.

È possibile parlare di una colonna sonora del movimento della pace? Voi pensate di far parte di questo vasto movimento?
Ci sono aspetti comuni al nostro modo di vedere il mondo e intendere i rapporti tra persone e culture, come testimonia la nostra esperienza. Tutti i movimenti hanno una colonna sonora, ma questa non può sostituirsi alla politica, non può interloquire come parte in causa. Però è sicuramente un grosso contributo alla possibilità di creare momenti di aggregazione o di solidarietà vera, partecipata, attiva. Pensiamo, per fare un esempio, ai progetti sostenuti o realizzati attraverso la partecipazione di artisti per le raccolte di fondi. Il mondo che non vuole appiattirsi sulla logica della globalizzazione dominante, ha avuto sicuramente bisogno di un movimento musicale altrettanto globale. Noi ci siamo trovati in armonia con tutto questo, ma non abbiamo individuato «una» musica di questo movimento. Sì, c’è stato Manu Chao… ma forse, in realtà, non può esistere una sola musica del movimento.

 

pubblicato su Carta, www.carta.org

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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