Barbara Bonomi Romagnoli | Il prezzo per sopravvivere – Intervista a Sara Loffredi
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Il prezzo per sopravvivere – Intervista a Sara Loffredi

Di professione fa la editor per Giuffrè editore, occupandosi di testi di diritto, per passione scrive. Sara Loffredi, 36 anni, è al suo primo romanzo, appena uscito per Rizzoli dal titolo La felicità sta in un altro posto. È una scrittura che prende corpo con la voce narrante della protagonista, Caterina in arte Mimì, una ragazza orfana scampata al terremoto di inizio secolo scorso fra Sicilia e Calabria. Dalla vita in convento, dove si appassiona nell’imparare a suonare il pianoforte, ad un bordello dei primi del Novecento, per sopravvivere alla perdita materiale di tutto e allo sconforto emotivo per essere sola al mondo. Poi l’amore per una donna sembra restituirle tutto quello che non ha avuto dalla vita, è felice fino a che l’altra non sceglie la strada più facile, un matrimonio d’interesse, in un tempo che non è ancora capace di accogliere a pieno titolo due donne innamorate. Caterina si dispera ma non si dà per vinta, la sua bravura con il pianoforte le permetterà di cambiare nuovamente vita e il romanzo procede con un crescendo narrativo dal ritmo musicale.

Un esordio con un tema scottante, la prostituzione, e in tempi di abolizionismo. Perché proprio questo? Da dove è nata l’idea? Sei d’accordo, al di là della finzione letteraria, che si possa per scelta e non per costrizione decidere di fare sesso a pagamento?

«Quello che mi premeva raccontare era il percorso emotivo della protagonista. Caterina è una donna che ha perso tutto, non soltanto sul piano reale ma anche su quello simbolico: il suo nome, la sua storia, il suo passato. “Cosa sono?” si chiede a un tratto: non è più quello che era prima – una ragazza con le mani nella musica – e non è ancora ciò che potrebbe essere – una donna in salvo. Potrebbe ridursi tutto al fatto che lei è quello che fa, dunque la prostituta in un bordello del porto? Fino a che punto quello che facciamo definisce chi siamo? Il vendere il proprio corpo ha una valenza simbolica enorme, in questo senso. È un modo molto evidente di distruggersi, mettendo il dubbio il proprio valore assoluto, perché il corpo diventa qualcosa che ha un prezzo che può essere pagato. Anche le mani per la musica che Caterina possiede sono parte del suo corpo e anche loro hanno un prezzo, gliel’ha attribuito lei stessa, la notte del terremoto, quando ha scelto di tenerle strette al posto delle persone che amava. Dunque c’è una risposta politica a questa domanda ed è che ognuno è libero di disporre di sé in libertà, a patto che non sia costretto a farlo da violenza fisica o psicologica; non possiedo uno sguardo di tipo morale, in questo senso. Però, e qui sta la risposta più intima, dubito che vendersi sia qualcosa di davvero libero, poiché relativizza ciò che più di tutto dovrebbe restare assoluto: il proprio valore».

Hai intrecciato alla finzione un fatto realmente accaduto, il terremoto di Messina di inizio Novecento. L’idea era quella di un romanzo storico, sei partita da lì per costruire la trama?

«No, sono partita dal tema. Dalla perdita dell’identità, dal dover ricominciare da zero reinventando un altro nome per sé stessi quando quello di prima non esiste più. Il terremoto è un evento simbolico enorme, assoluto, che cambia l’aspetto delle cose irrimediabilmente. Niente sarà più come prima, anche gli occhi lo vedono, lo sguardo perde i riferimenti conosciuti, le dimensioni, le proporzioni. Inoltre ho scelto proprio quell’evento per le suggestioni che mi porta perché è qualcosa che scuote le radici della mia stessa famiglia: mia nonna è originaria di Bova Marina, proprio sotto Reggio.Le ricerche effettuate mi hanno poi fatto scoprire che molti dei feriti del terremoto sono stati portati a Napoli, che all’epoca era una metropoli, e ho immaginato cosa potesse essere verosimile per una ragazzina ferita che si ritrova sola, in una città enorme e totalmente sconosciuta. Da lì in poi si è snodata la trama».

È un romanzo in cui protagoniste sono le donne, alcune libere anche a caro prezzo, altre costrette da un volere più forte, come l’amica diventata suora che Caterina ritrova molti anni dopo: che rapporto c’è fra la libertà e la felicità?

«Cosa vuol dire essere liberi? È una domanda difficile. Ovvio che esistono la coercizione e la violenza di rapporti di potere. Ma nel libro quasi nessuna donna che descrivo vive una situazione del genere. Non le orfane, che formalmente possono scegliere se sposarsi o farsi suore; non Annarella, che fa la prostituta in casa senza controlli; non le donne delle Tre Vecchiarelle che se ne possono andare in ogni momento; non le donne della Suprema, che dormono con i clienti tra guanciali di piume. Ma alla fine, anche se non costrette da un potere esplicito che impone loro delle scelte, ognuna di queste donne è incatenata. Non può uscire dal suo destino: le orfane di Reggio non hanno altre alternative che sperare in una salvezza del primo venuto, altrimenti si consacreranno a Dio con una vocazione quantomeno zoppa, essendo frutto di un ripiego; Annarella lotta ogni giorno per sopravvivere alla fame e alla miseria devastante che riducono il suo orizzonte al mettere insieme una qualche cena e non possiede altri mezzi per farlo; le donne delle Tre vecchierelle si vendono da così troppi anni che una vita diversa non è solo impossibile ma neppure immaginabile da parte loro; le donne della Suprema non vogliono rinunciare al mondo dorato che il corpo concede, poiché sanno che fuori da lì c’è poco altro, per donne considerate perdute. Solo Caterina ha il coraggio di cambiare il proprio percorso, che pare segnato. E non una, ma mille volte! Ciò che la rende davvero diversa sono le sue mani della musica, il suo sogno di suonare: questa è la libertà che le permette di sopravvivere e di immaginare una sé stessa autentica, pur nella disperazione più fonda. Caterina è l’unica donna del libro a possedere la libertà di poter sognare un futuro che le assomigli, in un mondo dove questo concetto fatica ad avere significato».

Sembra esserci fra le righe una velata critica al sistema monastico. Sei credente? Quanto ha pesato l’eventuale spiritualità cristiana nel pensare la trama?

«Scrivere del personaggio di Giovanna, l’amica suora di Caterina, è stato molto intenso per me. Sono cresciuta frequentando una scuola di suore e per me quegli anni rimangono indelebili. Non sono credente in senso classico, ho passato molti periodi di contestazione forte nei riguardi della Chiesa, ma la spiritualità, che penso emerga anche dal libro, è parte fondante della mia vita. Credo fortemente che esista un senso per tutto, che ogni percorso che compiamo abbia un significato, anche i più difficili da affrontare. Ma Dio o chi per lui non agisce da solo, non lancia una condanna senza appello. La stessa Caterina è il simbolo di questo: il destino le pone dinanzi delle circostanze, ma è solo lei, con la sua volontà, a far muovere le energie dell’universo. Il dialogo finale penso che renda il messaggio che volevo dare: Giovanna, l’amica diventata suora, ha fatto il percorso immaginato per lei, trincerandosi nel suo trono di luce in comunione con Dio. Quando Caterina le racconta invece la sua storia, annullando le difese di fronte all’amica, Giovanna le risponde “Dio ti perdona”, ma per Caterina questo è il peggiore dei tradimenti. Sono state solo le sue mani e la passione per la musica a permetterle di uscire da quel “fondo buio e sudicio del mondo”. Se Dio c’è stato, si è servito delle sue mani».

Sara Loffredi, La felicità sta in un altro posto Rizzoli Milano 2014, 305 pagine 17 euro.

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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