Barbara Bonomi Romagnoli | Il terrore è maschio – intervista a Susan Faludi
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Il terrore è maschio – intervista a Susan Faludi

Si può reagire alle crisi in differenti modi, gli Usa dopo l’attacco alle Torri Gemelle scelsero di rispolverare il mito del cowboy in stile John Wayne. Un uomo forte e capace di proteggere la propria nazione che non può essere messo in discussione da donne autonome e indipendenti, pena la “femminilizzazione” della nazione.

Susan Faludi, giornalista e scrittrice femminista statunitense, ritiene che questa mitologia alimentata da terrore e paura è radicata profondamente nella cultura del suo paese e viene ripescata ogni volta che la nazione si sente minacciata. Dopo aver vinto il premio Pulitzer nel 1991 per le inchieste pubblicate sul “Wall Street Journal” e l’anno successivo essere diventata un caso editoriale con il volume “Contrattacco. La guerra non dichiarata contro le donne”, Faludi è tornata a far discutere con un testo di recente tradotto in Italia dal titolo “Il sesso del terrore” (Isbn edizioni, 408 pagine, 23 euro). Un’analisi molto approfondita e documentata della reazione americana, patriottica e misogina, all’attacco terroristico dell’11 settembre 2001. “Questo libro non riguarda ciò che l’11 settembre ha fatto a qualcuno”, scrive Faludi, “Riguarda ciò che l’11 settembre ha rivelato su tutti noi e, in un certo senso, le opportunità che quella immensa tragedia ci ha fornito per riuscire di nuovo a guardarci”.

Lo dice riferendosi al suo paese, ma in realtà è un testo che spiega i nessi tra guerra e antifemminismo presenti ovunque, così come la vulgata, non poco comune, per cui più la donna conquista diritti e si afferma e più la civiltà si femminilizza e l’uomo soccombe. Alla donna si preferisce conferire il ruolo di vittima sempre e comunque da proteggere, anche quando, come nel caso dell’11 settembre la maggior parte dei morti siano stati maschi adulti, in rapporto di tre a uno come nota Faludi.

Quando e perchè ha deciso di scrivere questo libro?

Il libro prende avvio da una questione: perché gli statunitensi reagirono in quel peculiare modo all’attacco terroristico dell’11 settembre? Se ripensi alla reazione osservi qualcosa di molto strano: nella maggior parte dei casi non si è trattato di una reazione alla effettiva minaccia. Era come se l’America si sentisse in una sorta di sogno da febbre, in cui la leadership politica, i media e la cultura popolare stavano tutti replicando una sorta di dramma hollywoodiano degli anni Cinquanta, acclamando il supposto ritorno alla “mascolinità di John Wayne” e ad un nuovo tradizionale ruolo delle donne e dichiarando, nel contempo, la fine del femminismo. La nazione è stata attaccata da uomini che indirizzavano i loro piani contro il potere militare e commerciale degli Usa, ma gli statunitensi si sono comportati come se fossero stati attaccati nelle case e nel cuore. Io voglio capire da dove questa reazione è venuta e rintracciarla nella storia più remota degli Usa. Per almeno i primi duecento anni, la realtà prevalente era che quella dei ripetuti attacchi alle città dei nativi americani – che erano percepiti e demonizzati come “terroristi” dai colonizzatori – e i ripetuti e umilianti insuccessi nel proteggere o curare le famiglie. La cultura statunitense ha poi seppellito quella vergognosa realtà con una mitologia di una nazione inattaccabile, difesa dagli sceriffi alla John Wayne, che salvano sempre la piccola donna nella fattoria. Questa è la mitologia a cui noi siamo tornati dopo l’11 settembre.


Negli Usa quali sono state le reazioni al suo libro?

Ci sono state molte critiche favorevoli, ma è inutile dire che è stato meno l’entusiasmo dei “sapientoni”, le cui imbarazzanti esternazioni sono state menzionate nel libro. Io penso nel complesso che gli statunitensi sono molto più disposti a discutere la reazione nazionale all’attacco terroristico di quanto non lo siano stati pochi anni fa, quando ogni tipo sfida alla politica dell’11 settembre era vista come un oltraggio o tradimento.


Si è ridimensionato un poco il ritorno ai miti del passato o dopo sette anni ancora è forte il patriottismo isterico che lei descrive nel libro?

Lo sciovinismo è certamente diminuito, grazie al disastro della guerra in Iraq e alla consapevolezza che questa non ha salvato la nazione e ne ha macchiato la credibilità morale agli occhi del mondo. Dall’altra parte questo non significa che i cittadini hanno realmente intrapreso una vera discussione sulla mitologia assunta dalla nazione. Quel mito non è realmente mai scomparso, è stato solo sotterrato. Alla prossima crisi potrebbe facilmente tornare ancora una volta.

Quali sono stati, se ve ne sono stati, gli errori del movimento movimento femminista nel reagire a tale attacco ideologico?

Non potrei dire che c’è un florido “movimento” femminista negli Usa capace realmente di contrastare la reazione all’11 settembre in maniera sistematica. Scrittrici femministe, singolarmente e in gruppi, hanno certamente tentato di sollevare questioni riguardo la reazione di chiusura sull’11 settembre, e sono state duramente attaccate, spesso in modo brutale, per aver alzato la voce.

Susan Sontag, che è stata chiamata “moralmente squilibrata” dai media per la semplice affermazione che “pochi brandelli di storica consapevolezza” potrebbero essere tenuti in considerazione negli eventi che determinarono l’11 settembre. Le donne in generale sono state tolte di mezzo dalle pagine delle opinioni dei quotidiani e nei programmi dopo l’11 settembre. Le femministe erano accusate di indebolire la determinazione militare della nazione e anche di essere collaboratrici dei terroristi.

Che ruolo hanno giocato in tutto questo i fondamentalismi religiosi?

I capi fondamentalisti cristiani hanno soffiato sulle fiamme, come nei discorsi del reverendo Jerry Fallwell, che il giorno dopo l’11 settembre andò in televisione per rimproverare le femminsite, i gay e le lesbiche per aver provocato l’ira di Dio e aver sollevato l’11 settembre. Gli esperti di religione in America hanno anche beneficiato di un sempre maggiore spazio nei media dopo l’11 settembre, mentre i liberali e le voci di sinistra erano esclusi.


The terror dream è stato tradotto in italiano con “il sesso del terrore” che rimanda immediatamente al sessismo insito nella nostra società. Crede che il “terrore” sia una maniera per distogliere il dibattito dal tema del potere maschile sulle donne?

Certamente la reazione del potere è quella di usare la minaccia del terrorismo per distogliere l’attenzione dai problemi basilari della nazione e di dire alle donne che aspirano al progresso in campo femminista “Non adesso, tesoro, c’è la guerra”.

Ma il terrorismo è in realtà spesso l’espressione di un potere maschile e più propriamente la paura maschile della mancanza di potere.

La radice del terrorismo non può essere separata dalla questione di come noi definiamo mascolinità e femminilità. Basta osservare i terroristi dell’11 settembre, molti dei quali è venuto fuori che avevano delle storie di vita piene di paura e odio per le donne indipendenti.


In che modo l’America potrà uscire da questo stato di “sofferenza culturale letale”?

Attraverso il coraggio di guardare onestamente e profondamente alla mitologia americana costruita e acquisita per così tanti anni.

Soltanto con la buona volontà di fare seriamente i conti con la storia della nazione e la paura culturale possiamo cominciare a concepire un’altra visione di cosa l’America potrebbe significare.

Più in generale, è possibile immaginare un futuro diverso da quello prefigurato dallo scenario geopolitico attuale? Quali possono essere le azioni dei movimenti femministi e sociali?

Potremmo guardare alla vera reazione dei newyorkesi, nei primi giorni dopo l’11 settembre, che risposero con empatia e spontaneità all’esperienza di vulnerabilità e paura, con compassione invece che con odio o maldicenza. Questa reazione è stata spazzata via velocemente e con forza dai media. Noi potremmo anche rivolgerci alle parole dei fondatori degli Usa, che risposero alla paura della loro epoca con una visione della nazione basata sulla tolleranza e la libertà.


pubblicato su Liberazione, www.liberazione.it

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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