Barbara Bonomi Romagnoli | «Io musulmana, mi batto per i diritti delle donne» – intervista a Irshad Manji
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«Io musulmana, mi batto per i diritti delle donne» – intervista a Irshad Manji

Amsterdam

“Possono le nostre società restare aperte e pluraliste senza cadere nel relativismo?”. Questo interrogativo assilla da anni Irshad Manji, giornalista e scrittrice canadese, nata in Uganda e vissuta lì fino a 4 anni, musulmana e lesbica dichiarata. Famosa in tutto il mondo da quando ha pubblicato “The trouble with Islam” (tradotto in italiano con il titolo “Quando abbiamo smesso di pensare? Un’islamica di fronte ai problemi dell’Islam”, Guanda, 2004), Irshad si batte con tenacia perché la maggioranza degli islamici prenda la parola per contrastare il fondamentalismo radicale e difendere una diversa interpretazione dell’Islam, che possa conciliare i valori religiosi con i diritti umani universali, dall’autodeterminazione per le donne al rispetto e dialogo con tutte le possibili differenze.

L’abbiamo incontrata ad Amsterdam, nelle stesse ore in cui il premier olandese Balkenende dava le dimissioni per il caso Hirsi Ali. In un dibattito aperto Irshad si è confrontata con Ceylan Pektas-Weber, presidente dell’organizzazione olandese di donne musulmane ‘Al Nisa’, su come incoraggiare nuove interpretazioni dell’Islam. A partire dal fatto, per la scrittrice molto importante, che in questi ultimi anni si assiste a una duplice forma di aggregazione nel variegato mondo islamico: da un lato, sempre più donne si riuniscono per contestare i valori tradizionali e la loro messa in discussione cerca soluzioni propositive, che non siano mere omologazioni ai valori occidentali; dall’altro lato, succede che molti giovani, nell’orizzonte dello scontro di civiltà fomentato da tutti i fondamentalismi, si riuniscano approdando a soluzioni più radicali attinte dalla propaganda religiosa dell’islam più oscurantista.
Irshad è una donna dall’aspetto minuto e dal temperamento appassionato. A fine serata non si è sottratta ai tanti che l’hanno avvicinata, per scambiare contatti o approfondire questioni sfiorate durante il dibattito, e tra una battuta e l’altra ci ha concesso questa breve intervista.

Quando hai maturato l’idea di scrivere un testo dal tono così provocatorio – per certi versi accusatorio – che invita tutte e tutti i musulmani a tornare a pensare? Devono ripensare il Corano o anche il loro rapporto con l’occidente?
Sicuramente ho scritto in tono provocatorio, ma non accusatorio, cerco di smuovere e sollecitare discussioni. L’11 settembre ha sicuramente segnato il momento in cui ho sentito più forte l’urgenza di comunicare i miei pensieri. Ma in realtà erano anni che studiavo e approfondivo la mia religione e i testi a cui si rifanno in molti. Probabilmente a pensarci ora, se avessi pubblicato il libro prima dell’11 settembre in molti, anche tra i musulmani, non mi avrebbero prestato attenzione. Ma certamente quello che si è scatenato dopo l’11 settembre mi ha stimolato a uscire pubblicamente perché sono a rischio i diritti fondamentali universali per tutti, musulmani e no. Credo che i musulmani debbano ripensare sia il Corano, spesso manipolato e usato in maniera non corretta, sia il loro modo di vivere i valori che arrivano dalle società occidentali.

Femminista e credente. Come si accordano nella tua esperienza spiritualità e politica?
Non c’è reale contraddizione tra il femminismo e l’Islam, quindi tra la mia esperienza politica e il mio essere credente. Lo stesso Maometto ha cambiare molte delle norme vigenti prima di lui, per esempio fece bloccare l’uccisione delle bambine e venne rivisto anche il contratto matrimoniale. Il problema resta l’interpretazione del Corano.

Cosa rispondi alle donne, soprattutto le giovani di seconda generazione in paesi occidentali, che insistono nel dire che il velo è prescrizione obbligatoria del Corano?
Che non è vero che il velo sia una prescrizione, ma è una scelta. Sei libera di fare quello che vuoi, la scrittura dice che devi essere modesta ma questo non vuol dire indossare veli parziali o completi. Il Corano indica una modalità di comportamento, sono gli uomini poi che hanno deciso che le donne debbano indossare il Niqab o l’Hijab e coprirsi dalla testa ai piedi. Loro considerano le donne un unico genitale dalla testa ai piedi e per questo vogliono coprirle. Il velo è dunque effettivamente una restrizione imposta, che implica una limitazione della libertà femminile, ma io non posso obbligare una altra donna a liberarsi, deve sceglierlo da sola. Per questo credo che la legge francese per quanto imperfetta sia un sostegno per le donne che vogliono liberarsi dal velo e che hanno bisogno di una sponda a cui appoggiarsi. Questo non mi impedisce di credere che per me il velo non è una cosa positiva e non faccio certamente come tante donne, soprattutto occidentali, che non sono d’accordo con il velo ma non lo dicono per paura di offendere o riducono il fatto a una questione culturale. Così si cade nel terribile relativismo culturale che purtroppo è molto diffuso.

Cosa pensi di Amr Khaled, il famoso telepredicatore musulmano? Pensi che possa essere utile il suo lavoro per evitare la contrapposizione di civiltà e cercare una via musulmana alla democrazia?
Sinceramente ne ho sentito solo parlare ma non lo conosco bene, anche perché in Canada non è così noto. Devo leggere o vedere qualcosa prima di potermi esprimere. Ma è un moderato?

Sì, abbastanza… anche se dice che le donne debbano portare il velo.
Allora, con una battuta, potrei dire: Oh, è un uomo! Non diamogli altro potere!

Secondo te, perché è così difficile per i movimenti sociali occidentali, da quello antiglobalizzazione a quello delle donne in generale, assumere pienamente la questione di una riforma dell’Islam? 
È una questione complessa non credo di essere la persona adatta per rispondere. Non ho mai capito perché i leaders delle sinistre occidentali non prendano posizioni più nette. Credo che in questo modo si rischi una ambiguità pericolosa e penso più in generale che si sia abbandonato il terreno dei diritti umani universali. Penso che si abbia paura di far arrabbiare la gente, di farla pensare!

Che prezzo hai pagato per scrivere il tuo libro in termini di relazioni umane, rischi per la tua vita o il tuo lavoro?
Penso che l’importante sia prendersi le proprie responsabilità e io cerco di fare questo. Credo che l’assunzione di responsabilità sia una caratteristica delle società aperte, per quanto mi riguarda dico quello che penso e me ne assumo le conseguenze. Ci sono stati degli episodi di minacce o di pericolo, come quando a Toronto venne sventato un’attentato dinamitardo e durante le indagini si scoprì che nelle mail scambiatesi dagli attentatori veniva fatto il mio nome, e la mail era scritta in urdu! In una altra mail che è stata sono stata indicata anche come possibile obiettivo dopo Theo Van Gogh. Ma non ho paura, non posso averla. Anche se morissi domani, io voglio continuare a lavorare in questa direzione, pensando che sarà la mia eredità per chi verrà dopo di me.

(pubblicato su Liberazione, www.Liberazione.it)

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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