La laicità non si tocca

«È giusto esercitare radicalità innanzitutto nell’inclusione, accettando – e cercando di accorciare – le distanze tra noi per trovare una voce che esprima quello che siamo e vogliamo essere?». È la domanda che pone Barbara Stefanelli, vicedirettrice del Corriere della Sera, in un suo intervento in vista dell’8 marzo, aprendo ad una discussione a più voci sul significato dello stringere alleanze fra donne, sul senso di dirsi femministe oggi e sugli spazi – e relazioni – che si mettono in gioco.

Sì assolutamente, credo, si può esercitare radicalità nell’accoglienza e inclusione, lo testimoniano tantissime pratiche femministe agite in tutto il mondo. Molte istanze sono indubbiamente comuni, le donne ovunque possono essere oggetto di discriminazioni e violenze da 0 a 99 anni, qualunque sia la provenienza e il reddito.

Ma per “marciare unite” – che oltre che possibile è necessario – è fondamentale chiarirsi su che cosa si vuole raggiungere, che cosa vogliamo essere, per dirlo con le parole di Stefanelli. Se l’obiettivo è arrivare ad un cambiamento profondo della cultura che alimenta questo stato di cose si può essere differenti nelle pratiche, anche nei linguaggi, ma non su dei contenuti basilari: l’autodeterminazione di ogni singola donna e uomo (un esempio su tutti, puoi essere contraria alla Gpa e chiederne una regolamentazione ma non il reato), così come l’antirazzismo, l’antifascismo e la battaglia per ogni forma di sessismo in ogni spazio pubblico e privato, da quello mediatico a quello domestico. Su tutto il resto si continuerà a dibattere, ma come femministe non si può volere l’emancipazione e la libertà e al tempo stesso accettare i valori neoliberisti che reprimono in nome del ‘decoro’ o sfruttano in nome della ‘flessibilità’.

O meglio, si può anche stare dentro questa contraddizione ma viene meno il senso vero dell’appartenenza ad una collettività capace di trasformare e rivoluzionare radicalmente il reale e la cultura che da secoli alimenta la prevaricazione di un sesso sull’altro e di alcune etnie su altre. La politica femminista è quella che lavora per la felicità e il vivere di tutte e tutti.

Chiede Stefanelli: «Il femminismo storico può stringere alleanze con chi si mobilita per il “self empowerment” nel lavoro e nella carriera professionale?». Non posso rispondere per il femminismo storico perché non ero nata, ma come quarantenne precaria penso che il self empowerment è rischioso, scivola facilmente nell’individualismo e ha poco a che vedere con l’autodeterminazione e la libertà di scelta. Certo che ci si può alleare con imprenditrici e donne in carriera, ma per ottenere un miglioramento delle condizioni lavorative e maggiori diritti per tutte non solo per alcune. E così come è evidente che i gruppi ProLife hanno poco in comune con i percorsi di liberazione ed emancipazione, perché non può essere messa in discussione la parola laica sul diritto di aborto; possono invece essere incluse in un processo comune di cambiamento donne come Emma Watson che pur muovendosi da posizioni non radicali abbracciano linguaggi progressisti che più facilmente arrivano alle giovanissime.

E nell’andamento carsico dei femministi italiani, da giugno 2016 è riemerso un movimento dal basso, partecipatissimo anche dalle nuove generazioni, che ha aderito ai movimenti internazionali: NonUnaDiMeno ha messo insieme femministe di tutte le età, donne, uomini, persone lgbtqi, reti e collettivi – in tutta la loro complessità – non solo per sfilare in piazza ma per scrivere insieme il primo Piano Nazionale Femminista Antiviolenza che tiene conto dei saperi e pratiche delle donne, chiedendo risorse e finanziamenti per contrastare realmente la violenza avendone le competenze.

Per stare dentro NonUnaDiMeno non servono patenti di femminismo ma certamente si deve essere disposte a mettersi in gioco in un confronto orizzontale, capace di far parlare anche chi normalmente non lo fa. Le differenze sono accolte nella misura in cui non si viene meno al principio di autodeterminazione delle singole e rispetto alla volontà reale di partecipare ad un processo condiviso: se si è disposte a cedere sui propri protagonismi e piccoli o grandi poteri, forse è possibile contenere le differenze e muovere i nostri corpi unitariamente e in senso progressista. Da giornalista, continuerò a raccontare il mondo fuori dagli sterotipi di genere, dai modelli sessisti e dalle banali rappresentazioni che ci vengono imposte: è faticoso, certo, ma è essenziale per convincere l’opinione comune che il punto di vista può essere diverso.

Pubblicato su La27Ora Corriere della Sera

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