Barbara Bonomi Romagnoli | La musica popolare, tra passione e preghiera – intervista ad Edoardo De Angelis
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La musica popolare, tra passione e preghiera – intervista ad Edoardo De Angelis

Qualche anno fa il film “I diari della motocicletta” di Salles ha ripercorso le strade del lungo viaggio che il giovane Ernesto Che Guevara, con il suo amico Alberto Granada, fece attraverso l’America Latina in sella a la Poderosa. Immagini che hanno restituito il percorso intellettuale del futuro rivoluzionario, allora uno studente di medicina affaticato dall’asma, e che hanno ispirato l’ultimo lavoro di uno dei maggiori cantautori italiani.

È infatti uscito in questi giorni “Historias” (Manifesto cd) di Edoardo De Angelis, un album che contiene canzoni inedite come “Un’altra medicina” o “Cinque parole” nei quali il cantautore romano tratteggia il suo Che o reinterpreta Sepulveda e l’impegno civile per i desaparecidos. Brani che sono arricchiti anche dalla collaborazione con altri artisti, fra cui Lucilla Galeazzi, Ambrogio Sparagna, Bungaro e l’attore Marco Paolini. Non mancano diverse canzoni famose del suo repertorio riarrangiate con il sound latino-americano come “Lella”, ma anche “Una storia Americana”, accompagnata da un video clip le cui immagini sono ispirate dalle avventure di Butch Cassidy e Sundance Kid, realizzato dall’Associazione B5. E poi ancora “La casa di Hilde”, la cui versione originale è contenuta in “Alice non lo sa”, uno dei primi album di Francesco De Gregori. L’ultimo brano, un omaggio a Capo Verde e a Cesaria Evora, è anche una canzone che fa parte di un progetto piú ampio dal titolo “Capo Verde, terra d’amore” al quale partecipano diversi artisti italiani, fra gli altri anche Gianni Morandi, Fiorella Mannoia, Ornella Vanoni e Grazia De Michele. A breve uscirá un primo album nel quale c’è anche un brano interpretato da Bruno Lauzi prima della sua scomparsa.

Historias è un nuovo emozionante capitolo della lunga storia di De Angelis, iniziata tanti anni fa in coppia con il suo amico del liceo Stelio Gicca Palli, con cui scrisse la famosa ballata romanesca de “la moje de Proietti er cravattaro, quello che c’ha er negozio su ar Tritone”, proseguita prima al Folkstudio e poi con la Schola Cantorum. Ma De Angelis nel corso degli anni non ha fatto solo il cantautore, si è dedicato anche alla produzione di eventi per lo spettacolo con la societá Teatro del Sole di cui è stato direttore artistico e ha lavorato molto anche nelle scuole con l’iniziativa Parola di cantautore.

 

Quasi quarant’anni di carriera, un bel traguardo. Che effetto ti fa?
Non amo molto guardare indietro al passato o riascoltare i miei dischi, alcuni miei colleghi lo fanno, a me non piace.
Soprattutto è difficile che lo faccia per motivi professionali, ma posso riascoltare canzoni con le quali ho dei legami affettivi. Sono proiettato verso il futuro e ho la sensazione che gli anni siano passati molto velocemente. Non sento la mia età né quella delle mie canzoni, quindi forse dovrei dire che non mi fa tantissimo effetto!

Parliamo del Folkstudio dove hai iniziato. Di quella esperienza che ricordi hai?
Credo di essere stato molto fortunate. Come dicevo prima non sono nostalgico ma certamente quello è stato un periodo importante e significativo. Anche se allora non me ne rendevo troppo conto, come spesso accade quando sei dentro le cose. Era un’epoca in cui si agitavano idee e si era disposti a confronti anche duri. Ero a lettere nel 68, c’era grande partecipazione e scambio di idee. Il Folkstudio è stato proprio quello, un movimento di canzoni che è riuscito anche ad imporsi. Forse era anche una sorta di bohème, ma non certo solo uno spazio lirico. C’era una forte presa di coscienza sul mondo anche perché era un periodo nel quale le canzoni erano parte del tessuto sociale.

Oggi questo legame si è perso o non c’é piú questo tessuto sociale ?
Posso dirti che per quanto mi riguarda continuo a lavorare in quella maniera, nell’album Le allodole di Shakespeare c’è Nostra Signora del Golpe che è una canzone nella quale ho cercato di rispondere ad una esigenza comune di mancanza di senso. Attorno a noi c’ é un muro informativo, sappiamo come funziona il sistema dei media e le persone vengono consapevolmente allontanate dalla possibilità di prendere consapevolezza sul mondo.

Pensi che nella nuova generazione di cantautori italiani ci sia qualcuno che abbia raccolto questo testimone?
Se per nuona generazione pensiamo a Daniele Silvestri o Samuele Bersani certamente sì, la loro è una canzone costruttiva. Ma tante altre cose che sentiamo in giro non aiutano e non sono certo da ritenere canzone d’autore.
Son più di due anni che con altre persone cerchiamo di parlare con l’amministrazione romana. Vorremmo un luogo a Roma dove istituire la casa della canzone popolare e della musica d’autore. Non ci hanno risposto, nonostante lettere, raccomandate, fax…mi riferisco ovviamente alla vecchia amministrazione di sinistra. Paradossalmente, anche con la mia società con la quale organizziamo eventi, a volte mi è capitato di lavorare meglio con l’altra parte politica. E non ho mai nascosto il mio modo di essere o pensare.

Oltre che cantautore sei anche autore di diversi testi per altri colleghi. Come avviene la creazione per altri, segui comunque la tua ispirazione o ne parli prima con chi poi canterà il tuo testo?
In realtà, la mia attività di scrittura per gli altri non l’ho mai vissuta come un lavoro. Quando ho scritto per altri è sempre stato per via di incontri affettivi o comunque c’erano dei rapporti diretti con quelle persone. Ho scritto cose che altri potessero cantare, ma non ho mai fatto il paroliere per mestiere. Quello che sicuramente è stato fondamentale è il fatto che ho avuto la grande fortuna di lavorare e avere relazioni con persone importanti e sempre stimolanti, come Fabrizio De Andrè e Sergio Endrigo. Ho sempre cercato di seguire i miei desideri. Ti racconto una storia, che in molti sanno. Dopo aver scritto e pubblicato Lella, fra il 69 e il 71, sono stato chiamato a fare diverse cose. Ma nel 73 in un colpo solo ho rifiutato sia di scrivere la canzone “Che sarà” dei Ricchi e Poveri sia di andare al festival di Sanremo in coppia con Lucio Dalla con la canzone “4 marzo 1943”. Si tratta di scelte, forse sbagliate, ma è per dire come sono fatto.

Da pochi giorni è uscito il tuo ultimo disco “Historias” nel quale c’è molta America Latina. Oltre al film “I diari della motocicletta” di Salles, cosa altro ti ha ispirato?
È stata una curiosa coincidenza. Attraverso la mia società ho conosciuto l’orchestra di musica latino americana Chirimia, la migliore secondo me in Italia. Abbiamo cominciato a collaborare con Paolo Cozzolino che ha poi anche suonato nel disco e nello stesso periodo avevo visto il film su Che Guevara mi era piaciuto molto e mi sono innamorato delle musiche e della canzone iniziale. Così mi sono preso il disco e l’ho sentito tantissime volte. Poi ho iniziato a leggere Sepulveda e mi sono innamorato anche di lui e ho imparato a memoria interi passi. Da qui sono nati gli inediti del disco.

Sei anche stato in viaggio lì?
No, ma penso di andare. Ho lavorato tutto di fantasia e documentazione, mettendo insieme varie suggestioni. Ad esempio negli anni 80 ho letto tutto Borges e forse da lì mi sono tornate in mente storie di tango e coltelli. Del resto un grande musicista come Roman Gomez ha studiato pianoforte senza averlo a casa. Il brano che chiude il disco era un pezzo che lui stava provando, per fortuna che lo abbiamo registrato!

Nel presentare il tuo lavoro hai scritto che “le storie così come le musiche popolari sono uguali in tutte le parti del mondo”. Cosa intendi nel dire che sono tutte uguali, qual’è il filo rosso che le unisce?
Qualche giorno fa mi è capitato di sentire Youssou N’Dour che ha rifatto il Barcarolo romano ed è assolutamente impressionante la rispondenza tra le due culture. Alla musica popolare a volte basta cambiare solo il cappello. Le musiche del popolo si assomigliano tutte, si possono trasferire da un continente all’altro. Si può anche giocare, come faceva Troisi quando cantava Yesterday in napoletano. Il filo comune è l’anima popolare, sono canzoni nate per accompagnare il lavoro, la fatica, la passione, la vita quotidiana. È il sentimento che nasce dalle mani, dalla gola e diventa preghiera, canzone, serenata. La canzone popolare è uno stumento per la vita dell’uomo.

Altri progetti per il futuro?
Di sicuro adesso sono impegnato con il disco e sono molto contento di essere stato invitato al Folkest festival, che quest’anno arriva alla trentesima edizione. Ho presentato Historias nel corso della conferenza stampa di lancio dell’edizione 2008 e il disco e’ stato accolto molto bene. Sara’ certamente emozionante essere li’ insieme a Loreena McKennitt, Noa e tanti altri artisti internazioneli.

 

pubblicato su Liberazione, www.liberazione.it

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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