Barbara Bonomi Romagnoli | La voce dell’altra – Intervista a Lidia Curti
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La voce dell’altra – Intervista a Lidia Curti

Lidia Curti è docente di letteratura inglese contemporanea all’Orientale di Napoli, da diversi anni si occupa di culture minoritarie e di opposizione, tematiche di genere e identità multiple. Fa parte del comitato editoriale della Feminist Review e di recente è stato pubblicato “La voce dell’altra. Scritture ibride tra femminismo e postcoloniale” (Meltemi, 240 pag., 19, 50 euro), testo molto affascinante dal quale trapela fin dalle prime pagine la passione di Curti per la scrittura femminile e il suo sguardo multidisciplianare offre interessanti chiavi di lettura.


Comincerei dal sottotitolo scelto per il volume, proviamo a spiegarlo ai non addetti ai lavori. Cosa si intende per “scritture ibride tra femminismo e postcoloniale”?
L’ibridità si riferisce alla posizionalità di quasi tutte le autrici – tra culture, lingue e identità diverse, ma anche registri, generi, linguaggi narrativi e poetici differenti -.  Ciò ha spesso portato all’impossibilità di canonizzarne l’opera, a tante esclusioni e silenzi su di essa. Femminismo e postcoloniale segnano un pò il percorso del libro: dalle teorie e pratiche femminili e femministe che sono all’origine del mio interesse sulla scrittura femminile fino allo studio, ricerca e pratica di insegnamento sul periodo successivo al colonialismo propriamente detto. Ha pesato anche la mia competenza di anglista poiché l’imperialismo britannico è certamente un modello epistemico e storico, in particolare in India, per qualunque studio sul (post)coloniale e sulle società altamente ibridate e meticciate che ne sono derivate. Il libro segue questo percorso anche materialmente, ma i due elementi si intrecciano costentemente. Il capitolo conclusivo sulle scritture migranti o diasporiche italiane è una specie di ritorno a casa, ma anche una partenza visto che da quel momento lavoro attivamente  su questo argomento.

La radicalità della scrittura femminile migrante è vista quindi nell’essere ai limiti di culture differenti. Quali sono altri tratti comuni nelle donne da lei raccontate?
Il muoversi ai confini tra realtà e finzione, storia e storie, naturale e soprannaturale, vita e morte, animali umani e macchine; l’importanza del sogno, della fantasia e dell’immaginazione per scomporre steccati disciplinari ed epistemici; l’unione di impegno politico e sociale e linguaggio creativo, e la resa di quell’impegno attraverso la visione poetica che fa cadere quella distinzione tra discorso impegnato ed estetico che spesso divide le scienze sociali dai discorsi sull’arte e la letteratura. Tra le tante scrittrici che hanno ispirato il mio discorso, esemplare è Assia Djebar per questo aspetto: impegnata sulla storia algerina, sulla condizione minoritaria berbera e sulla sua lingua, sulla rivoluzione e sul fondamentalismo postindipendenza, non manca mai di far ricorso a poesia, cinema e racconto fantastico nei suoi linguaggi. Ma non vorrei dimenticare le molte creature soprannaturali che ho incontrato, tra cui il fantasma che rappresenta la storia della schiavitù in Amatissima di Toni Morrison.

Che rapporto c’è tra corpo e parola nella scrittura femminile?
Questo in fondo è l’argomento del libro ed è difficile riassumerlo. Importante è il riferimento al lavoro di Luce Irigaray, Hélène Cixous e Trinh Minh-ha: tre voci che in modo diverso hanno teorizzato la vicinanza tra scrittura e corpo; Gayatri Spivak e altre studiose dell’indianità hanno connesso la subalternità femminile al corpo, affermando che la subalterna ha saputo parlare attraverso un corpo che pure veniva annientato dal fuoco o dalla violenza e così la scrittrice bengalese Mahasweta Devi: in questi casi il corpo ha parlato attraverso umori, liquidi, assenze e presenze, e si è materializzato. Nella scrittura di Angela Carter, Jeanette Winterson, Djebar, Devi e Anna Banti il corpo/scrittura è una delle barriere che vengono attraversate non solo da queste scrittrici ma da molte delle artiste da me presentate (Gentileschi, Trapani, tra le altre). Forse la metafora migliore tra quelle che potei scegliere è la descrizione che Cixous fa del parto e della scrittura ambedue rapportati alla loro materialità, e quella del romanzo di Morrison che descrive la storia della schiavitù scritta (istoriata) sulla schiena della protagonista, una scrittura che lei non può o vuole leggere; il romanzo è appunto il tentativo di far leggere quella storia a chi non vuole farlo.

Secondo lei in Italia siamo diventate capaci di ascoltare davvero la voce dell’altra o pensa che ci siano ancora degli steccati da superare?
Sì, ci sono molti steccati da superare. Ci sono stati cambiamenti, si è fatta strada una crescente attenzione (anche editoriale e giornalistica) alla voce dell’altra/altro che in molte occasioni pubbliche, convegni, incontri si fa sentire ma siamo ben lungi dall’avere una vera apertura del canone ufficiale italiano (e ancor meno ‘italianistico’) a questi scritti. Mi sembra importante usare cautela nelle definizioni, in modo da evitare ghettizzazioni (o almeno non incoraggiarle e approfondirle) ma allo stesso tempo salvaguardare le specificità, le differenze. È lo sforzo che dobbiamo fare anche in generale nella nostra società, nei nostri rapporti con l’altro: accoglienza, solidarietà e accettazione pur nella differenza. Mi pare importante dedicare lavoro e tempo al compito di far conoscere questi scritti, di farli leggere. Un passo importante è la decisione di molti scrittori di non scrivere nella lingua madre ma nella lingua italiana: per creare ponti e appartenenza, per conoscere e farsi conoscere.
Se però ci si riferisce all’altra in quanto donna in senso più generale, direi sì, che nonostante i tanti cambiamenti degli ultimi decenni la voce femminile rimane ancora in ombra, o comunque eterna seconda. C’è ancora e sempre molto lavoro da fare.

Molte teoriche femministe hanno messo in guardia dai rischi del multiculturalismo per le donne, in che modo secondo lei è possibile andare oltre nel contesto delle nostre società?
Mi sembra importante ribadire che il termine “multiculturalismo” è un’etichetta pericolosa di cui si fa uso e abuso; in origine stava ad indicare i valori della convivenza, della solidarietà, dello scambio proficuo, che a dispetto di qualunque etichetta male usata vanno tenuti vivi e presenti come ricordano le elaborazioni di studiosi come Stuart Hall, Homi Bhabha e Paul Gilroy. In ‘La poesia multiculturale’ Sujata Bhatt, voce della diaspora indiana, mostra che si può non aver paura di questa parola, e ne sottolinea la fragilità e preziosità.

Lei preferisce parlare di letteratura ‘diasporica’, può spiegare meglio questo termine?
Mi riferisco alla crescente odierna diasporizzazione (o dispersione) delle popolazioni nel mondo, sulla scia di tante teorizzazioni non solo delle/gli studiose/i straniere/i già menzionati ma anche del lavoro fatto in Italia da Borghi e Barbarulli, Mezzadra e Portelli, Chambers e Perniola, Laforest e De Chiara, Saracino e Wilkinson. I grandi movimenti migratori, nati dalla ineguaglianza economica, da ragioni politiche, da scelte più o meno volontarie, sono caratteristica fondamentale del mondo cosiddetto globalizzato, e non solo dai paesi in via di sviluppo a quelli di capitalismo avanzato ma anche in altre direzioni, interne ed esterne ad essi; Ciò ha portato alle espressioni di voci e scritti che non si possono collocare in questo o in quel luogo specifico. Proprio le autrici di cui tratto, esiliate, profughe o meticce, hanno messo in questione i concetti tradizionali di nazione, lingua e cultura parlano da uno spazio che ha fonti e origini diverse, esprime contraddizioni e ambiguità ma anche la ricchezza di apporti multipli e multiformi. Il significato di diaspora, spesso associato a fuga e dolore, può oggi assumere una valenza di forza e resistenza ai conformismi e alle oppressioni del moderno capitalismo neocoloniale. Alla fine del mio discorso su imperialismo e post in ‘Maschere di conquista’, parlo di una difficile appartenenza che non è mai priva di disagio ma anche ricca di potenzialità e nuovi sensi.

Cosa pensa dell’attuale movimento delle donne in Italia? Alcune pensano ci sia un gap di trasmissione generazionale altre sono più ottimiste, lei come la vede la situazione?
Il gap c’è, e non solo nel movimento delle donne. Devo dire che questo mio libro ha avuto riconoscimenti da molte donne sia della mia generazione sia di generazioni successive. Mi è sembrata una piccola dimostrazione di un grande fatto e cioè che un filo c’è, anche se non sempre è esplicito. Devo dire che mi ha riempita di gioia, del resto anche lei che mi intervista porta avanti la catena di una donna che guarda un’altra donne che guarda e parla di tante altre: è questo che ho voluto fare nel mio libro, è questo che conta. Davanti alle mie studentesse di generazioni successive ho spesso sentito il filo affievolirsi ma anche sempre rinascere nella risposta spesso entusiasta al mio insegnamento e alla mia passione politica.

pubblicato sul mensile Aprile

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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