Barbara Bonomi Romagnoli | Lavorare con il corpo: dialoghi tra femministe e prostitute
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Lavorare con il corpo: dialoghi tra femministe e prostitute

Sì, senza punto interrogativo: Sex work is work. E come tale va accolto. Non significa far propria quella scelta ma riconoscerne la dignità al pari di altre, accettando almeno di fermarsi ad ascoltare cosa hanno da dire le dirette e diretti interessati. E senza dover ogni volta ricordare che la tratta e lo sfruttamento sono altro e che le/i sexworker sono in prima fila nel combattere illegalità, soprusi e violenze. Sì, è vero che il lavoro sessuale scelto senza costrizione riguarda una minoranza di persone, ma sfuggire al confronto perché riguarda poche persone è come dire: non ci occupiamo più delle minoranze etniche o delle femministe perché non sono la maggioranza della popolazione.

 

È indubbio che Carla Lonzi abbia dichiarato, a suo tempo, che «il femminismo mi si è presentato come lo sbocco tra le alternative simboliche della condizione femminile, la prostituzione e la clausura: riuscire a vivere senza vendere il proprio corpo e senza rinunciarvi», ma non penso, come sostengono, fra le altre, Monica Ricci Sargentini e Alessandra Bocchetti , che sia stato paradossale, financo disdicevole, aver ospitato alla Casa internazionale delle donne di Roma, lo scorso 21 gennaio, un incontro pubblico sul sexwork proprio nella sala dedicata a Lonzi, la femminista che, nel Manifesto di Rivolta Femminile del 1970 redatto con Carla Accardi ed Elvira Banotti, affermava: «accogliamo la libera sessualità in tutte le sue forme». Anzi, credo che Lonzi avrebbe ascoltato con cura e attenzione – così come hanno fatto le circa duecento persone presenti – le testimonianze emozionanti e le relazioni che si sono susseguite, aprendo il dibattito a interrogativi e contraddizioni non certo risolti, ma segnando un primo passo importante per iniziare a ragionare, in maniera dialogante, su una questione scottante e forse, per molte, irritante.

Scottante al punto da far saltare i livelli minimi del rispetto reciproco, ne sono prova gli attacchi violenti subìti dalle organizzatrici sui social network o le ingerenze inopportune di alcune voci del femminismo italiano per impedire che l’incontro si svolgesse nella “casa di tutte”; irritante perché parlare di “sexwork” significa dibattere non solo con chi ha deciso senza costrizione di lavorare con la propria sessualità e con il proprio corpo, ma anche fare i conti con le titubanze e le paure, i desideri, i turbamenti e le rimozioni che il parlare di “sesso” comporta.

«Da tempo sono testimone, nel mondo femminista, di reazioni emotive incontrollate contrapposte ad un approccio che riconosce le prostitute come interlocutrici alla pari perché intende la prostituzione come fatto politico», ha ricordato Maria Rosa Cutrufelli, scrittrice, autrice nel 1981 de Il cliente. Inchiesta sulla domanda di prostituzione, la prima indagine a puntare l’occhio sul protagonista maschile della vicenda. «Oggi si parla di sexwork, parola recente nata proprio dalla lotta delle prostitute e dopo discussioni negli spazi femministi – ha proseguito Cutrufelli – e sebbene non posso più dire, come negli anni Ottanta, che la prostituzione sia l’istituzione nera e scura contrapposta all’istituzione bianca e chiara del matrimonio, certamente – riprendendo anche Kate Millett e il suo scritto del 1975 Prostituzione: quartetto per voci femminili– si può affermare che non è cambiata complessivamente la resistenza negli ambienti femministi a riconoscere pari dignità alle donne che scelgono volontariamente di vendere il loro corpo: ecco, a me piace parlare di scelta volontaria più che di libera scelta».

Non è dello stesso avviso Pia Covre, fondatrice con Carla Corso del Comitato per i diritti civili delle prostitute, da anni attiva anche nelle reti internazionali e arrivata da Pordenone per raccontare la sua personale esperienza: «Personalmente preferisco l’espressione “libera scelta” perché così l’ho vissuta quando ad un certo punto della mia vita ho deciso che volevo essere pagata per uno scambio sessuo-economico che comunque veniva dato per scontato nelle relazioni. Mi bastò fare due conti per capire che avrei guadagnato di più così che facendo la cameriera».
«Fino al 1982, quando siamo nate come Comitato, ho fatto politica in vari modi, anche con i Radicali per il diritto all’aborto – ha raccontato Covre – ma non avevo mai partecipato ad assemblee femministe. Andare ad incontrarle e trovarsi dinanzi un muro è stato molto deludente, ma questo non mi impedisce di sentirmi femminista. Ho passato la vita a battermi per la mia (e nostra) autodeterminazione e libertà, perché altrimenti saremo sempre schiacciate fra le spinte abolizioniste e quelle regolamentatrici che, in entrambi casi, non si curano delle condizioni materiali di vita, anche igienico-sanitarie, di chi fa questo lavoro, spesso anche per sfuggire alla povertà».

Se quindi, da un lato, non viene eluso il nodo delle condizioni materiali di partenza che possono divenire delle costrizioni, dall’altro, ripetono le protagoniste, si sceglie il lavoro sessuale avendo ben presente il restante mondo del lavoro e quel che comporta. Eppure lo stigma è su alcuni lavori e non su tutti: «Se lavorassi per una multinazionale o per una società dai vertici di potere maschili, come quasi tutte d’altronde, qualcuna allo stesso modo direbbe di me che sono una serva del capitalismo patriarcale? Se mangiassi cadaveri di animali torturati, mammiferi come me, o di altre specie, qualcuna direbbe: quella è un’assassina, una specista infame, con la stessa gravità di ‘quella fa la prostituta, o la spogliarellista o la mistress?».

Sono domande rivolte soprattutto a quelle femministe che pensano che di certi lavori ci si debba forse vergognare, fino al punto di negarli, senza tener conto di tutte le variabili in gioco. Anche per questo, molte reti di sexworker intrecciano le loro battaglie per i diritti civili con quelle delle/i migranti e chiedono contestualmente alla depenelizzazione del sexwork anche una normativa non repressiva sul tema delle migrazioni: a ribadire che il sexwork non è necessariamente un lavoro a tempo indeterminato e le condizioni di vita possono cambiare se vengono tutelati i diritti civili e sociali. Il collettivo femminista Ombre Rosse si muove dentro questo contesto e ha partecipato all’incontro portando testimonianze dirette per capire chi sono e cosa vogliono i/le sexworker. Per tutelare le proprie attiviste/i il collettivo ha scelto di intervenire anonimamente e con il sostegno di Silvia Gallerano, attrice e interprete del monologo La Merda con cui ha già ricevuto molti riconoscimenti internazionali. «Lavorare con il corpo significa tantissime cose tra cui condividere qualcosa di intimo. Questo è vero per il lavoro sessuale, come per altri lavori che mettono in gioco corpo, sensazioni e relazioni. Molti lavori di cura prevedono intimità corporee e non solo, molti lavori performativi prevedono espressione corporea e interpretazioni che hanno radici nella sfera dell’intimo» – così la sexworker interpretata da Gallerano, che aggiunge «ho scelto di fare questo lavoro da adulta, dopo un percorso femminista che mi ha dato la possibilità di ragionare sul mio stare al mondo, un ragionamento che non si è concluso perché continuare a stare al mondo significa anche rimettersi continuamente in discussione, almeno per me».

Eppure c’è chi ha certezze inossidabili e ha deciso che chiunque faccia questa scelta sia schiava del patriarcato: «Vendere il proprio corpo è una frase che odio e ho sempre odiato. Come se non ci fosse la mia mente, la mia intelligenza, come se il mio corpo fosse smembrabile. O forse il problema è fare sesso per soldi? Fare sesso senza amore? O il problema è proprio il sesso?» – è andata dritta al punto l’altra voce del collettivo – «Vorrei poter lavorare in cooperative gestite da colleghe e colleghi, protetta da abusi, sfruttamenti e violenze anche da parte delle forze dell’ordine».

Ma è violenza «anche parlare e decidere al posto mio, giudicarmi, inferiorizzarmi, vittimizzarmi e stigmatizzarmi, voler fare leggi contro la mia libertà di scelta: pensavo questo lo facessero i preti, gli obiettori, i maschilisti, non donne che si dichiarano femministe come me – ha concluso Ombra Rossa – Vorrei che il pensiero femminista accogliesse e rispettasse le soggettività non conformi, le minoranze oppresse, le esperienze e identità altre, vorrei che il femminismo rompesse definitivamente lo schema patriarcale santa-puttana che dice di criticare e invece ripropone».

Anche perché, come ben ha ricordato Giorgia Serughetti – ricercatrice dell’università Milano Bicocca e autrice nel 2013 di Uomini che pagano le donne– non si può continuare a puntare il dito solo sull’offerta ma «è necessario tener conto anche della complessità della domanda, quel variegato mondo composto in larga maggioranza da uomini, ma non più solo da uomini, che chiede e cerca anche su internet sesso a pagamento, sempre in un contesto in cui i rapporti di potere sono dentro la cornice economica del sistema capitalistico. Basti pensare – aggiunge Serughetti – al caso che ha visto le donne chiedere a richiedenti asilo prestazioni sessuali dietro compenso. Non solo si ripete lo schema di potere di un soggetto privilegiato su uno svantaggiato (uomo/donna, donna bianca/migrante) mettendo ben in evidenza anche la questione delle diseguaglianze, ma si sgretola anche un altro luogo comune che vuole il cliente come soggetto deviato».

A mescolare, infine, tutte le carte la performance di Rachele Borghi, professora di geografia alla Sorbonne e componente della commissione di reclutmento del Cnrs francese. Sulla scia del progetto collettivo transnazionale Zarra Bonheur, condiviso con la pornoattivista Slavina, Borghi ha esposto letteralmente nuda le parole di chi sceglie il sex work e cerca alleanze politiche con altre sessualità dissidenti e con chi è disposto ad accogliere le loro vite. Ha infatti ricordato non solo il suo essere femminista transfemminista in rete con tante altre ma ha felicemente montato in sequenza uno spaccato di ragionamenti di donne che si battono per il riconoscimento del sexwork e le violente argomentazioni di chi in queste settimane ha irrispettosamente attaccato la possibilità dell’ascolto fra femminismi diversi.

Pubblicato su La27ora/Corriere della Sera

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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