Barbara Bonomi Romagnoli | L’isola che c’è – Presentazione del libro “100 giorni sull’isola dei cassintegrati”
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L’isola che c’è – Presentazione del libro “100 giorni sull’isola dei cassintegrati”

Cosa hanno in comune Silvia Sanna (giovane scrittrice, già ex maestra cassintegrata), Alessandra Carnicella (lavoratrice ex Eutelia), Rossella Muroni (direttrice generale Legambiente), Claudia Bernardi (dottoranda della rete Laboratori Precari delle università di Roma) e Samuela Meci (lavoratrice Omsa)? Almeno tre cose.

La prima: si sono ritrovate l’una accanto all’altra, qualche sera fa a Roma, per animare un dibattito sull’occupazione dell’ex carcere dell’Asinara da parte di un gruppo di cassintegrati, che ha raggiunto la notorietà anche per aver parodiato il noto reality dell’isola dei famosi.

Non lo hanno fatto perché avevano tempo da perdere o perché stanno in vacanza, come hanno vilmente dichiarato alcuni, ma perché sono stati capaci di utilizzare gli stessi mezzi dei nuovi media per ottenere attenzione e gli stessi linguaggi del “padrone”, come piace ancora chiamarlo a Samuela, per contrastare la finzione con la vera realtà. Da 270 giorni hanno scelto di autorecludersi in un luogo simbolico, un ex carcere, per dirci che per loro essere senza lavoro è come stare in galera, privati della libertà di decidere del proprio futuro, quasi che il reato fosse voler mantenere il proprio posto di lavoro.Il libro scritto da Sanna (100 giorni sull’isola dei cassintegrati – edizioni Il maestrale) racconta il quotidiano di questa esperienza, quel personale che diviene politico quando, giorno dopo giorno, si affrontano disagi e delusioni, o si trova il modo di portare le proprie famiglie sull’isola e nonostante le difficoltà c’è la solidarietà riscossa sotto varie forme, dalle guardie forestali allo scultore Enrico Mereu che abita all’Asinara, dalla solidarietà fra loro – quando i primi cassintegrati chiedono lo stesso trattamento anche per gli operai più giovani in formazione lavoro, che rischiavano il licenziamento in tronco – ai sardi della terraferma che mandano quel che possono.
Al tavolo con Silvia, Claudia, Alessandra e Rossella c’era un unico, coraggioso, uomo: Pietro Marongiu, uno degli operai della Vinyls. Insieme, hanno discusso di cosa significa perdere il lavoro oggi, al tempo di una crisi che nessuno più nega essere strutturale, di come sono cambiate le forme di protesta e qual è l’importanza di fare rete, di non chiudersi nel proprio orto ma connettere le differenti esperienze in una riflessione e molteplici pratiche che riguardano tutte e tutti.
È anche così che si spiega perché un’associazione ambientalista (Legambiente) è interessata alla vertenza di una industria chimica (Vinyls) e perché i Laboratori Precari hanno partecipato alla manifestazione Fiom del 16 ottobre e coordinato un tavolo congiunto il giorno dopo con Fiom e Cgil.
Perché è banale dirlo, ma vale la pena ricordarlo: senza cultura, ricerca e rispetto per l’ambiente non c’è sviluppo economico e industriale che tenga.In secondo luogo, con parole puntuali seppur diverse nelle sfumature, tutte loro hanno raccontato il disagio maggiore vissuto dalle donne che si ritrovano coinvolte a vario titolo in queste vicende. O perché a perdere il lavoro sono loro, o perché sono accanto a chi lo perde. Madri, sorelle, mogli, fidanzate, figlie: in tutti i casi sostengono il prezzo più alto, considerando che i lavori di cura e quello riproduttivo non sono riconosciuti al pari del lavoro ‘produttivo’. Ma anche perché, come Alessandra ci ha raccontato, ancora oggi in questi luoghi di protesta, di ribellione, di ripensamento del mondo, spesso e volentieri si riproduce la stessa dinamica fra sessi che si cerca da tempo di smantellare.
Ecco allora che anche nell’occupazione, sono le donne a occuparsi delle “faccende” come fossero a casa. Forse anche da qui bisogna ripartire per dare maggiore senso e efficacia a queste lotte, per non disperdere un patrimonio di pratiche e di saperi che ci sono già, senza ricadere in gerarchie, stereotipi, ruoli prestabiliti.
Senza dimenticare poi che nelle tante forme di violenza c’è anche quella che ti costringe a non lavorare più sebbene l’azienda non è in perdita (Omsa) o perché paghi tu la frode di chi la dirige (ex Eutelia) o perché gli interessi del più forte (Eni) vincono su chi è considerato più ricattabile (Vinyls). E finche non verrà preso in considerazione un reddito di cittadinanza, non lavorare non sarà certo una scelta.Poi c’è un terzo elemento che ha unito queste donne in quelle due ore d’incontro e di scambio. È la passione e la determinazione che hanno regalato a chi le ascoltava, al pubblico attento che era lì e al collettivo ApiOperaie che ha organizzato l’iniziativa.
Un dono prezioso, per niente retorico o scontato, che ha fatto sì che la presentazione del libro di Silvia Sanna si trasformasse in qualcosa di più: è il segno del desiderio – per molte e molti – di continuare a prendere parola pubblica. A non mollare la presa sulla propria libertà e autodeterminazione. La chiave per alimentare questo desiderio è nelle tante altre cose che potrebbero continuare ad avere in comune queste donne, tessendo come hanno fatto in questi mesi reti di relazioni, di affetti, di pensieri e di conflitti, di energie e tempi che sono la base per qualsiasi politica di reale cambiamento.

 

pubblicato su www.zeroviolenzadonne.it

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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