Barbara Bonomi Romagnoli | Mia figlia è morta nella strage di Viareggio. Oggi combatto per avere giustizia
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Mia figlia è morta nella strage di Viareggio. Oggi combatto per avere giustizia

Stavolta è toccata a me”, penso quando mi squilla il cellulare alle 3.12 di notte. È il 29 giugno 2009, siamo appena tornati dalle ferie. «È l’ospedale Versilia, le passo Emanuela», dice una voce dall’altra parte. “Ma come!”, penso risentita. “Mi aveva detto che era da Sara, dove sono andate?”. In quell’attimo sento la mia bambina: «Mamma c’è stato un incidente, è scoppiato un incendio, non ti preoccupare a me non è successo niente». Sembra tranquilla e il battito del mio cuore si normalizza. Poi, di nuovo la voce di prima: «Signora stiamo trasportando sua figlia al centro ustioni di Cisanello, vada lì». Ma perché? Emanuela ha detto che sta bene. Sveglio mio marito e ci rimettiamo in movimento. Saranno le quattro quando raggiungiamo l’ingresso del reparto. Vediamo un ragazzo correre: «Scusa, ma che cosa è successo?». «È scoppiato un treno», risponde concitato. Lui e io ci guardiamo perplessi: è scoppiato un treno? Noi sapevamo che i treni deragliano, non che scoppiano.

Non doveva essere lì: è stato un caso

Emanuela vive con noi a Torre del Lago, ma ogni tanto dorme in città da Sara, la sua grande amica con cui ha aperto un’agenzia immobiliare: lei abita proprio davanti alla stazione di Viareggio, una posizione comoda per raggiungere l’ufficio. È successo così anche stasera. «Così domattina dormo un po’ di più». Nostra figlia, negli ultimi tempi, ha dichiarato che vorrebbe tornare a studiare, anche se quel lavoro le piace. Noi siamo meno convinti, «Ma se non fanno quel che gli pare a vent’anni, quando lo fanno?», diciamo sempre con mio marito. Penso a queste cose mentre cerco di capire dove e perché è ricoverata. Penso, soprattutto, che lei non sarebbe dovuta essere lì, ma nel suo letto a Torre del Lago.

L’attesa in corsia e la prima verità

«Emanuela ha qualche ustione. Ora i medici l’addormentano per non farle sentire dolore», ci spiega verso le 5.30 Antonella, un’infermiera gentile che sento ancora oggi. Nel frattempo arrivano gli altri feriti e iniziamo a capire cosa è successo davvero. Un treno merci è deragliato in prossimità della stazione ed è esplosa una delle 14 cisterne di Gpl che trasportava, innescando un incendio che ha avvolto l’intero quartiere. Ancora non so che sono morte sul colpo undici persone e che ci sono decine di feriti e ustionati molto gravi. E che mia figlia è uno di loro. Mi sembra di essere in una bolla, separata da ciò che accade intorno a me: ho parlato con Emanuela, mi ha rassicurato sulle sue condizioni, tanto da non aver neppure avvertito sua sorella Valentina che vive a Parma. «Poteva andar peggio», dico a mio marito. Se servirà fare una buona plastica la porteremo negli Stati Uniti, magari venderemo casa, ma una soluzione la troviamo di sicuro. Attorno alle sette del mattino, però, lo scenario cambia radicalmente. Arrivano due medici, uno di loro piange, il primario mi dice che Emanuela ha ustioni sul 98% del corpo, non ci sono speranze. Io non l’ascolto, la mia testa è altrove, ho parlato con mia figlia: è viva e si rimetterà. Lui blocca le mie frasi sconnesse, le mie speranze appese a un filo e mi dice con fermezza «Signora non ha capito, può succedere da un momento all’altro». La mia vita finisce in quel momento. La tragedia, una di quelle che succedono sempre agli altri, ha colpito noi. Mi scaglio contro il medico: vorrei picchiarlo. Mi ferma mio marito. Svengo, mi sedano, non ricordo nulla.

Gli ultimi 42 giorni accanto a lei

Ogni mattina mi alzo presto, compro il giornale e arrivo in macchina a Cisanello. Presidio l’ospedale tutto il giorno: mi siedo nel vialetto e aspetto le 18.30 quando danno la possibilità di vederla dal vetro e parlarle dal citofono. Mia figlia ha paura dei rumori e dei ragni, voglio farle sentire che non è sola, le racconto cose che possano tranquillizzarla. Quello che mi angoscia di più sono due pensieri fissi: il primo, che mia figlia quella sera ha sicuramente provato paura e noi non c’eravamo. Il secondo – non è razionale, lo so – è che continuo a chiederle perdono perché, come tutte le madri, a volte l’ho rimproverata, l’ho sculacciata, le ho impedito di fare qualcosa. Continuo a scusarmi con lei perché non potevo sapere. Me la fanno vedere solo il 1° luglio: si è trasformata, gonfissima, ma la sua cesta di capelli è lì. Incredibilmente, non si sono bruciati. Il 13 luglio muore la sua amica Sara, Emanuela muore il 10 agosto, dopo 42 giorni di agonia. Se mi chiedete cosa è successo a quel punto della vita, non so rispondere: ho un vuoto di alcuni mesi.

Riprendo in mano la mia esistenza

A metà gennaio del 2010 vado qualche giorno a Parma da Valentina. Abbiamo bisogno di passare un po’ di tempo insieme, di lasciare che i ricordi vadano al loro posto, anche se la mia primogenita è sempre stata molto forte. Mentre sono lì mi arriva una telefonata della zia di Sara: mi dice che il 17 gennaio saranno a Viareggio il procuratore generale Beniamino Deidda e quello di Lucca Aldo Cicala e parleranno anche con i familiari delle vittime. Sento che devo andare. Al telegiornale l’allora amministratore delegato delle Ferrovie Mauro Moretti, rinviato a giudizio dal tribunale di Lucca, sostiene in poche parole che loro non c’entrano. Sono una persona semplice, ma non un’ingenua, qui qualcosa non torna ed esprimo i miei dubbi al magistrato: non è bruciata una bicicletta, sono morte 32 persone tra cui mia figlia, qualcuno mi deve spiegare come e perché è stato possibile. Il 17 gennaio capisco di dover agire in prima persona. Rintraccio altri familiari, decido di incontrarli. E con alcuni di loro creo l’associazione Il mondo che vorrei (www. ilmondochevorreiviareggio.it ) di cui sono portavoce: insieme, combattiamo la nostra battaglia per avere verità, giustizia, sicurezza.

Al processo lo Stato si defila

La procura di Lucca non ha mai iscritto il reato di incendio doloso per la strage di Viareggio e una sentenza della Corte Costituzionale ha accorciato la prescrizione per gli incendi colposi: se tutto va bene, avremo una sentenza per il 2015. Vogliamo giustizia: noi sopravviviamo solo per conoscere il nome dei responsabili e per vederli in galera. Lo Stato si è defilato e non si è costituito parte civile nel processo, lo abbiamo fatto noi familiari. E in aula, purtroppo, si capisce che la verità processuale è un’altra rispetto a quella reale. Se ne sentono di tutti i colori, affermazioni contro ogni logica. Abbiamo sentito dire, per esempio, che è molto più pericoloso se un treno va piano perché sta più tempo sul binario. Come se a tuo figlio insegnassi ad andare fortissimo con il motorino sennò sta troppo sulla strada! È invece dimostrato che se quel treno – deragliato anche per via di un asse consumato, quindi mancata manutenzione – fosse andato più piano, magari esplodeva lo stesso, ma non avrebbe avuto questo impatto. Io non mi arrendo, anzi noi, non ci arrendiamo. Facciamo presidi, incontri, controinformazione, anche se abbiamo una controparte forte che cerca di farci tacere in tutti i modi, per esempio con la velata minaccia dello spostamento della sede del processo. Dopo un incidente probatorio – dove ero intervenuta a voce un po’ alta – mi hanno suggerito di rispettare il galateo dell’aula per cui, da persona educata quale sono, adesso durante le udienze ascolto e, quando non ne posso più di sentire sciocchezze offensive e umilianti, esco e mi fumo una sigaretta. Ma, fuori dalle aule, zitta non ci sto di sicuro. E il mio dolore non va in prescrizione.

Pubblicato sul numero 47 di “F”

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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