Barbara Bonomi Romagnoli | Modello Kosovo – intervista a Nuccio Iovene
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Modello Kosovo – intervista a Nuccio Iovene

Una guerra lampo questa volta in Iraq. Di nuovo sono state colpite case, mercati e strade, per esportare democrazia e diritti. I riflettori sono puntati su Baghdad e sembra che i media abbiano dimenticato la guerra “umanitaria” in Kosovo, per molti versi simile in modo inquietante alla guerra attuale: dalla debolezza sostanziale delle istituzioni sovranazionali [fu la Nato, e non l’Onu, a fare guerra alla Serbia] e, a conclusione dei bombardamenti, la necessità di tenere lì migliaia di militari che ancora oggi, quasi quattro anni dopo, presidiano la vita quotidiana di centinaia di migliaia di persone che non riescono a ritrovare la loro normalità”.
Nuccio Iovene è senatore dei Ds e membro della Commissione straordinaria per la promozione e la tutela dei diritti umani. È di ritorno da una missione di tre giorni in Kosovo, e si chiede se, dinanzi a questo scenario “l’Europa che avremo, quella dei venticinque paesi, può essere indifferente a questo buco nero”. Carta ha raccolto le sue impressioni di viaggio, tra Pristina, Mitrovica, Pec e i tanti villaggi sparsi per il paese.

Con chi hai avuto modo di parlare, per comprendere l’attuale situazione in Kosovo?
È stata una missione veloce ma intensa: abbiamo incontrato le autorità militari, i rappresentanti dell’Onu, il primo ministro Rugova, ma anche il difensore civico del Kosovo, i volontari e rappresentanti delle Ong italiane, internazionali e kosovare, e i Rom. A distanza di quasi quattro anni dalla guerra “umanitaria”, la situazione è difficile e la pacificazione appare lontana. Soprattutto non è semplice individuare vie di uscite serie, che azzerino la presenza delle istituzioni internazionali e dei militari. L’economia è praticamente al collasso, con interi settori produttivi distrutti, dalle imprese minerarie, che erano molto sviluppate, agli impianti per produrre l’energia elettrica. Il Kosovo esportava energia elettrica, mentre ora si ritrova in condizioni di continui black out. L’agricoltura è completamente abbandonata, i vigneti sono ormai irriconoscibili: anche perché c’è la questione della proprietà, non si sa più di chi sono queste terre, a chi appartengono, sono andati in frantumi legami familiari secolari, oltre che etnici, che faticano a ricostruirsi. L’economia del paese, allo stato attuale, dipende in tutto e per tutto dall’estero.

Come fa a sopravvivere, la popolazione?
La maggior parte non sopravvive, il paese è arrivato al 70 per cento di disoccupazione e ci sono almeno cinquantamila poveri estremi: vedove, orfani, anziani e, per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, sono comparsi i bambini di strada. Inoltre, si è creata un’economia parallela, alterata e sproporzionata rispetto a quella del paese, connessa alle attività delle Nazioni unite. Per fare solo un esempio, un professore ha uno stipendio mensile equivalente a 180 euro, mentre una donna delle pulizie che lavora negli uffici Onu prende fino a 700 euro al mese. Questo è indicativo di quanto sia fragile un sistema nel quale non sono più rispettati neanche i rapporti sociali, le “gerarchie retributive” o, quantomeno, le competenze. Per di più, secondo quel che è stato documentato dai carabinieri che lavorano lì, l’80 per cento del prodotto interno lordo del paese è frutto delle attività malavitose. Si assiste, come unica “collaborazione interetnica”, agli affari della mafia serba con quella albanese, che ovviamente reclutano parecchia manovalanza per il traffico di droga e armi. Il risultato è un’economia contradditoria, falsata o dalla malavita o dalle presenze internazionali che rischia di frantumarsi nel momento in cui queste istituzioni verranno meno.

Qual è la reazione delle persone, della “società civile”, allo stato delle cose?
La popolazione vive uno stato di grande sofferenza e incertezza. Da un lato, vede lontano, e per il momento irraggiungibile, l’approdo a una qualsivoglia soluzione politica: sia essa l’indipendenza del Kosovo per gli albanesi, o l’appartenere alla federazione voluta dai serbi, o un’ulteriore divisione. Dall’altro lato, il dialogo tra i diversi gruppi etnici è ancora molto difficile: parlo di albanesi e serbi, ma anche delle minoranze bosniache, croate, turche, rom, askalja e gorani. Non basta il tempo a lenire ferite profonde, e il sentimento dominante è la paura. Se un serbo si ammala e ha bisogno di un ospedale, o riesce a ricoverarsi all’ospedale serbo di Mitrovica o altrimenti, rinuncia al ricovero, perché ha paura di non uscirne vivo, ovviamente lo stesso vale, al contrario, per un albanese. Molti serbi vivono protetti dai militari e almeno 230 mila tra loro sono ancora sfollati, profughi che non sanno dove andare. Per non parlare degli oltre centoventidue chiese, monasteri e luoghi di culto ortodossi che sono stati distrutti, mentre altri, come il monastero di Decani o il Patriarcato di Pec, hanno bisogno di presidi militari permanenti per evitare che anch’essi vengano presi di mira.

Lo scorso anno, nel processo a Milosevic all’Aja, molte donne rifiutarono di testimoniare per paura. Com’è la situazione, adesso, per le donne che ancora vivono in Kosovo?
È ancora molto difficile, su di loro pesano, oltre alla pulizia etnica, anche gli stupri e le violenze. Lacerazioni profonde che non si risolvono in modo puramente formale. Ad esempio, nelle ultime elezioni il parlamento è stato eletto, rispettando sulla carta [secondo le indicazioni dell’Onu] le differenze di genere e di culture, per cui è composto da molte donne e da ventidue serbi. Però le une e gli altri spesso non partecipano alle sedute: hanno paura. Si capisce che, così, non procedono neanche i lavori parlamentari, che dovrebbero ricostruire la democrazia e la vita politica nel paese. In più, molte donne sono vittime della tratta, non le kosovare, ma soprattutto le straniere che arrivano dai paesi vicini. Sono portate in Kosovo e “iniziate” alla prostituzione, e poi spedite in Italia, in Europa o fin dove arriva la malavita locale.

Una chiave di lettura per la questione balcanica è spesso stata quella di vederla solo come una “guerra tra bande”…
Non penso sia una spiegazione esaustiva, ma ancora ci sono delle situazioni così, nonostante la presenza delle forze internazionali. Negli ultimi mesi, ci sono stati 28 omicidi: venti albanesi moderati, vicini al presidente Rugova, sono stati uccisi da estremisti albanesi. E dopo lo smantellamento dell’Uck, l’esercito di liberazione del Kosovo, è comparsa la milizia di protezione civile [Aksh], che sembra avere l’ambizione di diventare il futuro esercito del Kosovo indipendente.

Non ci sono segnali di ripresa?
Sì, per fortuna ci sono molte piccole realtà, sparse nei villaggi, che hanno dato vita a tante iniziative. C’è bisogno proprio di questo: del lavoro quotidiano e dal basso, sul territorio, che a poco a poco dia la possibilità ai kosovari di camminare con le loro gambe. È necessario dar loro gli strumenti per costruire sedi e istituzioni nelle quali si ritrovino e ritrovino al tempo stesso fiducia e serenità. La presenza italiana è molto importante: Banca Etica, insieme alla fondazione Etimos e alla ong Ipsia, hanno avviato una bella esperienza di microcredito. Sono stati rilasciati già 530 prestiti fino 5000 euro per l’avvio di attività lavorative, e questo ha permesso alle persone interessate di affacciarsi in banca e avere accesso a altri crediti, altrimenti non sarebbe stato possibile. Poi c’è il lavoro, nelle comunità, portato avanti con don Lush Gjergj, sacerdote cattolico, che ha dato vita alla Ong intitolata a Madre Teresa di Calcutta, che era kosovara, nella quale lavorano oltre settemila volontari in tutto il Kosovo. Solo così è possibile andare avanti. In questo momento è ancora necessaria la presenza delle forze internazionali, altrimenti il Kosovo ripiomberebbe in una situazione drammatica. Questo però non significa che l’Europa non debba pensare a un progetto, che finora evidentemente non ha avuto, e non limitarsi a garantire solo gli aspetti formali della vita civile, ma passare alla sostanza. Smettendola di giocare in ordine sparso: l’Europa è intervenuta tardi e male, e non può pensare di mollare così la popolazione del Kosovo.

pubblicata su Carta, www.carta.org

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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