Barbara Bonomi Romagnoli | “Nessuno ha mai regalato una canzone ad una vittima di mafia. Noi lo abbiamo fatto”: Moffo Schimmenti ricorda Peppino Impastato
68
post-template-default,single,single-post,postid-68,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,select-theme-ver-1.6.1

“Nessuno ha mai regalato una canzone ad una vittima di mafia. Noi lo abbiamo fatto”: Moffo Schimmenti ricorda Peppino Impastato

Nel parco naturale delle Madonie è da poco passato il tempo della semina dei fagioli badda – palla in dialetto siciliano –, una primizia che dagli orti di Polizzi Generosa è arrivata fino all’Arca del gusto di Slow Food.
Tra i produttori di questa eccellenza gastronomica c’è anche Gandolfo Schimmenti, bracciante agricolo, cantautore, fondatore del collettivo musicale C.P.F. “Ce la possiamo fare” e uno dei compagni di lotta di Peppino Impastato, assassinato dalla mafia il 9 maggio 1978.
Sono passati trent’anni e in questi mesi si sono succedute tante iniziative, editoriali e politiche, per ricordare la storia di Peppino ma “non è mai stato fatto un omaggio musicale ad un morto ammazzato di mafia”- racconta Gandolfo, detto Moffo – “ho pensato che fosse il modo migliore per pensare a lui trent’anni dopo. Era da un po’ che, leggendo le sue poesie, mi ero messo a scrivere delle canzoni, a musicarne alcune. Poi ho incontrato Giuseppe Fontanella, chitarrista dei 24 Grana, con cui abbiamo deciso di pubblicarle e dare il via a questo progetto che ha coinvolto tantissimi musicisti”.

Moffo e Giuseppe hanno lavorato per più di tre anni, riuscendo a coinvolgere molti artisti, non solo italiani. Il risultato è il doppio cd “26 Canzoni per Peppino Impastato”, uscito da un paio di settimane e prodotto dal Manifesto cd. Il ricavato delle vendite andrà al centro di documentazione “Giuseppe Impastato” [www.centroimpastato.it] che in questi trent’anni è stato impegnato in prima linea, anche nelle inchieste giudiziarie per trovare i responsabili di quell’atroce omicidio.
Il doppio cd è insieme una testimonianza, una rilettura di testi di Peppino, un fare memoria collettiva di parole e fatti che appartengono a tante persone, in Sicilia e nel resto d’Italia.
“L’immagine che ho sempre fissa nella mia testa è quella di Peppino una mattina che dovevamo andare ad un congresso. Lui si era svegliato tardi come spesso accadeva, passo a chiamarlo che eravamo in ritardo, mancava un minuto al treno, ed ecco che lui si tirà su dal letto e letteralmente salta giù dalle scale, che davvero si poteva far male. Ecco, quell’immagine di lui che salta è come fosse di pochi istanti fa”.
Moffo ripensa così a quegli anni, racconta con voce pacata e serena, nonostante tutto il dolore.
Lui era un poco più grande di Peppino e insieme militavano nel Psiup, Partito socialista italiano di unità proletaria, ma erano attivi anche in altri luoghi. “Peppino era rimasto molto colpito dalla Marcia della protesta e della pace organizzata da Danilo Dolci nel marzo del 1967”, prosegue Moffo, “erano gli anni del Vietnam, delle contestazioni che sarebbero sfociate nel 68’, ma era anche un tempo in cui dirsi comunista, in una famiglia come quella di Peppino, era davvero difficile. Oggi la mafia è più nascosta, anche se non meno potente. Peppino l’ho conosciuto più dal punto di vista politico, abbiamo condiviso soprattutto le idee di cambiamento di quella stagione. Per noi è stato importantissimo il 68, conoscemmo Rostagno, Viale e tanti altri. C’era qualcosa nell’aria… ”.
Un qualcosa che anche Peppino aveva sentito, come quel “profumo di maggio/di maggio francese/qualcosa che cambia dentro di noi”, una delle sue poesie messe in musica e brano eseguito da due band molto diverse tra loro, i napoletani Bisca con le loro sonorità rock-ska e il sound elettronico degli Analphabet city, il nuovo progetto di Amaury Cambuzat dei francesi Ulan bator.
Moffo e Giuseppe sono riusciti in una non semplice impresa, mettere insieme musicisti molto differenti tra loro: dalle inconfondibili voci di Marina Rei e Carmen Consoli a l’hardcore/noise rock dei romani Zu o il jazz degli Affinità di quarta, fino alle band più conosciute come i Gang, gli Yo yo mundi, i Marlene Kuntz e i Modena City Ramblers con la loro versione live de “I Cento Passi”, il film di Marco Tullio Giordana sulla vita di Impastato. Accanto a diversi gruppi siciliani come gli Uzeda, il Collettivo Musicale Impastato, i Taberna Milensis anche i piemontesi Perturbazione, che hanno comunque scelto di cantare in dialetto siciliano “E mentri fora chiovi/ccà nun si movi nenti”.

“Si è scelto di dare libertà assoluta agli artisti, ognuno ha deciso il proprio arrangiamento del brano da eseguire, seguendo le proprie inclinazioni”, racconta Giuseppe, “credo che quello che ha colpito nel segno, e che ha permesso la partecipazione di così tanti artisti, sia stata la trasversalità del progetto. È un album che ha messo insieme diverse generazioni, chi fa musica da trent’anni e chi ha appena cominciato”.
Tra i gruppi navigati c’è anche quello di Moffo e Giovanni Cannatella, i C.P.F. o anche “Ce la possiamo fare”, che da più di quindici anni mette insieme la tradizione folk siciliana con canti di lotta e contestazione, alcuni scritti negli anni Settanta. Loro hanno scelto di cantare “A terra vola”, una speranza di “terra viva ca si movi/e pensa e vola”.
“Ci incontriamo tutte le settimane”, racconta Moffo, “e abbiamo fatto tanti concerti in questi anni”. È solo incontrando e parlando con la gente che si può pensare di sconfiggere la mafia, Moffo ne è convinto, soprattutto perchè “la mafia ha subìto delle sconfitte sul piano militare ma detiene ancora una fortissima egemonia culturale”.
“È necessario capire perché la situazione sia così difficile e anche sfuggente”, prosegue Moffo, “ho la sensazione che manchino alcune delle cose che facevamo, come se ci fosse oggi più distacco con la realtà e tutto venisse demanadato alle istituzioni. Invece ci vuole un lavoro lento e meticoloso con le persone. La mamma di Peppino me lo diceva sempre: ‘Dovete fare di più, perché la mafia è troppo forte’. Se fate uno, due, tre…dovete fare uno, due, tre più. La mafia non è un nemico normale, è in continua metamorfosi”.
A Felicia Impastato sono dedicati due bellissimi brani della compilation, tra cui quello eseguito da Libera Velo, che restituisce perfettamente il carattere forte di questa donna che ha resistito fino all’ultimo: “Tu, mamma Felicia/quel mattino di maggio sei diventata una/madre coraggio/Tu, mamma Felicia/hai aperto il tuo cuore profondo/alla più bella gioventù del mondo/Tu, mamma Felicia/quante volte hai detto una cosa già detta:/per mio figlio io voglio giustizia, non voglio vendetta”.
Con pazienza e determinazione, è riuscita nel suo intento. Nel maggio ’92 il Tribunale di Palermo aveva deciso l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli, anche se veniva ipotizzata la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi, paese natale di Peppino, insieme ai “corleonesi”. A maggio del ‘94 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare. Passano alcuni anni e i familiari di Peppino, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Gaetano Badalamenti, uno tra i più potenti e sanguinari boss di Cosa Nostra, è indicato come mandante dell’omicidio. Alla fine, nel marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole, lo ha condannato a 30 anni di reclusione e nell’aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo. Felicia ha aspettato che venisse fatta giustizia, almeno in parte, prima di morire nel 2004, convinta fino in fondo che “Chistu unn’è me figghiu./Stu tabbutu chinu/di pizzudda di carni/unn’è di Pippinu./Cca dintra ci sunnu/tutti li figghi/chi un puottiru nasciri/di n’autra Sicilia”.
Il centro di documentazione Impastato, fondato nel 1977 da Umberto Santino e Anna Puglisi, non hai mai sostenuto progetti “che facessero diventare Peppino un mito o un eroe scapestrato” spiega Giuseppe Fontanella e allo stesso modo la pensano Moffo e i musicisti che lo hanno seguito in questa avventura, perché come scrive Santino: “Il tuo volto rischia/di diventare un’icona/se non sapremo guardarti/per quello che eri:/un figlio in rotta con i padri/un compagno di lotte/che non sono morte con te,/che anche dentro le delusioni/sapeva trovare il filo/a cui aggrapparsi./La tua storia/è la nostra/e con le mani di tua madre/la porta che ti si chiudeva/alle spalle/si spalanca al futuro.”

pubblicato su Liberazione, www.liberazione.it

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
No Comments

Sorry, the comment form is closed at this time.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi