Barbara Bonomi Romagnoli | Niente amore solo sesso Dai banchi alle “battute di caccia” – Intervista a Riccardo Iacona
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Niente amore solo sesso Dai banchi alle “battute di caccia” – Intervista a Riccardo Iacona

Non è un libro lineare quello di Riccardo Iacona (scritto con Liza Boschin, Federico Ruffo, Elena Stramentinoli), appena uscito per Chiarelettere con il titolo Utilizzatori finali e che in parte riprende il lavoro fatto dal giornalista e dal suo team per la puntata di Presa diretta. Non è lineare per i sentimenti che suscita, per come è scritto, per le storie che racconta.

Da un lato si condivide la necessità di mettere nero su bianco quello che una società ipocrita cerca di tenere sotto il cuscino, ossia che sono milioni gli uomini che alimentano il tanto deprecato turismo sessuale e non sono generici “altri uomini” ma quelli che abbiamo accanto, continuamente definiti “bravi ragazzi e bravi padri di famiglia”. Sono loro che sfruttano la prostituzione minorile e si crogiolano nella rappresentazione della donna come solo oggetto dei loro desideri. Dall’altro si percepisce uno sguardo che resta un po’ troppo in superficie, a tratti paternalista, che restituisce la narrazione di donne vittime e rispondenti ai ruoli sociali imposti senza mettere in discussione la costruzione culturale di questi modelli. È un testo in cui si compie un lavoro, importante, di registrazione degli umori, dei linguaggi e dei comportamenti sia degli uomini che sono coinvolti e partecipi di questa storia sia dei familiari o degli amici e delle amiche delle giovani ragazze coinvolte. Commenti di adolescenti che si pongono il problema della “reputazione” anziché di una eventuale “libera scelta” o che giudicano senza che vengano minimamenti fatti cadere nella contradizione di questi giudizi. Ecco, forse potevano essere pungolati con qualche domanda in più, per comprendere quanto sia davvero una loro elaborazione – il che non sarebbe affatto auspicabile – o quanto invece parlino per frasi fatte e rappresentazioni imposte. Anche perché non c’è più una scuola ed una società che li stimoli ad esercitare il pensiero critico. E non sarà mai troppo tardi per fare corsi di educazione sessuale e di relazioni fra sessi e i generi.

Iacona a riguardo fa l’esempio dell’Olanda dove dalla scuola dell’infanzia si parla di sesso e sentimenti. Un dato sicuramente emerge con chiarezza dalla lettura del libro: il filo rosso che lega questi milioni di utilizzatori finali diversi (per età/censo/classe/cultura) è il nodo del potere. A conferma dell’intreccio fra potere e sessualità su cui i femminismi di tutte le epoche hanno sempre puntato il dito. Gli uomini raccontati da Iacona vogliono, e pensano di averne il pieno diritto, esercitare – a qualunque costo – potere sulle donne che incontrano, provando piacere a loro gusto e consumo. E su questo uso del potere c’è un consenso culturale di fondo che impedisce di indagare a fondo le relazioni fra i sessi e che preferisce distinguere solo fra vittime e carnefici, escludendo a priori la scelta delle donne adulte di prostituirsi o di ripensare le possibili forme di sessualità anche in chiave pornografica.

Iacona, perché è così difficile sciogliere questo nodo del potere? Cosa hanno paura di perdere gli uomini con una sessualità consapevole?
«Il libro è pieno di “virgolettati”, di “parole” dei clienti delle prostitute e ognuno può farsi una propria opinione sulle ragioni che spingono un grande numero di uomini italiani ad andare a prostitute. Deve essere sicuramente una motivazione molto forte, soprattutto per i tanti padri, mariti, fidanzati che si assumono una certa dose di rischio, rischio di essere scoperti e di mandare all’aria le loro relazioni sentimentali ufficiali. Per non parlare di quelli che cercano le giovanissime e che vanno incontro ai rigori della legge. Io mi sono fatto l’idea che non è tanto la prestazione sessuale in sé che li spinge ad entrare nelle fabbriche del sesso. È piuttosto l’esercizio del potere assoluto di scelta del corpo della donna e di come consumarlo che li eccita di più e che li spinge a reiterare appena possibile l’esperienza. E non stupisce che molti di questi uomini, come ci raccontano, siano capaci senza troppo stress di avere una fidanzata o una moglie e contemporaneamente frequentare le prostitute. Queste ultime infatti non entrano in competizione con le relazioni sentimentali dell’utilizzatore finale. Non sono infatti persone a tutto tondo, con un nome e cognome, con una storia. Sono beni da consumare. Lo si capisce molto bene dalle parole che usano per raccontare le loro “battute di caccia”, con le quali addirittura sezionano il corpo della donna a seconda delle prestazioni desiderate: “orale”, “lato A”, “latoB” e chi più ne ha più ne metta».

Il libro fra l’altro racconta la vicenda delle due ragazze minorenni dei Parioli a Roma, andata su tutti i media con un pessimo titolo “baby squillo”, ma anche di altri casi simili. Qual è la responsabilità degli adulti rispetto a queste vicende? Non c’è un po’ troppo ripetuto il leitmotiv del dire “colpa delle cattive compagnie”, “colpa di chi se ne approfitta”?
«La storia delle due ragazzine di Roma di 14 e 15 anni che per mesi si sono prostituite in un miniappartamento dei Parioli, delle tante altre “baby squillo” di cui ogni tanto ci raccontano le cronache di tutta Italia, ci dice quanto potente è il modello consumistico nell’uso del proprio corpo e contemporaneamente quanto poco si fa per contrapporre a questo modello un uso consapevole del proprio corpo. Sta passando l’idea che utilizzare il proprio corpo come merce di scambio non è poi così scandaloso. Che male c’e’ in cambio di una foto nuda farsi fare la ricarica del telefono o semplicemente ottenere l’attenzione e la “popolarita’” che questi comportamenti suscitano nella comunità allargata dei social network? Nell’appendice del libro ho voluto pubblicare integralmente le statistiche fatte dal sito skuola.net che ha lanciato online una serie di domande su questi casi e sui comportamenti sessuali delle ragazze e dei ragazzi, più in generale. La più incredibile di tutte queste statistiche è la seguente: alla domanda se c’è rapporto tra sesso e amore, tutti hanno risposto “no”!»

Nel libro entra in scena anche il porno, senza però che venga problematizzato del tutto. Esistono progetti interessanti che lavorano sulla pornografia da un punto di vista altro da quella commerciale e mainstream, penso al progetto Le ragazze del porno per esempio, perché non ne avete accennato per niente?
«Il libro ha per oggetto gli utilizzatori finali, i maschi che vanno a prostitute. Il mondo del porno lo sfioriamo solo perché lì ci portano le parole e i racconti degli utilizzatori finali. Tra le fabbriche del sesso legalizzate e la pornografia c’è una vicinanza culturale profonda che salta subito agli occhi. Sono due culture che si alimentano, nella costruzione del lessico con cui descrivere le azioni sessuali e nella scrittura di una sorta di “manuale pratico”, di kamasutra fatto da milioni di film, video, amatoriali e non, di ogni genere e grado, per tutti i gusti e le tendenze sessuali che troviamo dappertutto in internet. E che, visti i dati di accesso dei giovanissimi alla produzione pornografica, è diventata la Bibbia delle relazioni sessuali tra i giovanissimi. Mi hanno colpito molto, nella storia della prostituzione minorile di Ladispoli, le parole che un’ educatrice sociale ha consegnato ad Elena Stramentinoli , queste: “Prova a chiedere a queste ragazze se hanno mai provato un orgasmo. La maggioranza ti risponde di no! Sa qual è la cosa che va più di moda adesso e che si fa così, come bere un bicchiere d’acqua? I rapporti orali. Il più delle volte i ragazzi, i maschi, chiedono solo rapporti orali, molto raramente le ragazze vengono coinvolte, stimolate, rispettate nel loro piacere. Io vorrei sapere se qualcuna di loro queste cose è mai andata a raccontarle al consultorio!” Ecco che cosa intendo per “pornografizzazione” delle relazioni sessuali, la riduzione dell’incontro ad una serie di pratiche legate a singole parti del corpo».

Un appunto sulla scrittura del libro: come è possibile affrontare questi temi senza utilizzare il linguaggio sessuato? Perché dire avvocato se è donna, il pm anziché la pm, la magistrata etc? Oltre al fatto che sono errori grammaticali che di fatto perpetuano una cultura sessista, non credi anche tu che noi giornaliste e giornalisti abbiamo una responsabilità nell’uso delle parole, soprattutto quando raccontiamo temi su cui è necessaria una profonda trasformazione culturale e linguistica?
«Ho utilizzato la qualifica come neutra poi seguita dalla specifica di genere, “il giudice dott.ssa Macchiusi”. Per me è cosi radicato il sentimento della “pari opportunita’” che dò per scontato che dietro tutte le professioni ci può e ci deve essere anche una donna. Riconosco però che la “dispari opportunità’” in cui vivono le donne di questo Paese richiede una rivoluzione linguistica, l’uso attivo delle parole. Nella prossima edizione del libro scriveremo “la giudice dott.ssa Macchiusi”».

Cosa rispondi alla blogger Eretica che nella recensione al tuo libro ti chiede provocatoriamente a che titolo tu abbia fatto questo lavoro?
«A lei non è piaciuto il taglio del libro, mi dà del moralista, del bacchettone e conclude: chi sei tu per dire alle donne quel che devono fare del proprio corpo e della propria sessualità? La domanda è mal diretta, perché io non mi sono occupato delle donne, non le ho cercate, non le abbiamo intervistate. Questo non è un libro che si interroga sulla “libertà di scelta” di chi vuole mettere sul mercato il proprio corpo, che siano donne o uomini. Questo è un libro sugli uomini che vanno a prostitute. Quanti sono, chi sono, se esiste un cliente tipo, come riescono a relazionarsi con le loro mogli e fidanzate, come descrivono questi incontri e infine, cosa cercano, qual è lo scambio simbolico che avviene tra loro e la donna che comprano. Queste sono le domande che guidano il nostro racconto. E lo abbiamo alimentato con così tante storie e parole da lasciare ad ognuno la possibilità di farsi una propria idea. Ma c’è una critica più radicale nella recensione di Eretica, il fatto cioè che io sia entrato in un territorio narrativo che come uomo mi sarebbe escluso o non avrei gli strumenti per capire. Che ci fa Iacona in mezzo a tutte queste storie di donne? Le storie che hanno per protagoniste le donne italiane hanno la capacità di raccontarci il Paese tutto intero, parlano a tutti, soprattutto interrogano noi uomini, ci sfidano. Per me è una sfida tutta culturale che mi ha spinto negli ultimi anni ad attraversare territori narrativi nuovi, a parlare di violenza contro le donne e di “dispari opportunità”. In tutti questi racconti ho sempre incontrato la parola Potere. Potere nell’acquisire tutte le cariche più importanti nei posti di lavoro, nella politica, nell’economia, nell’editoria, nella cultura etc etc. Potere di sottomissione delle donne picchiate e umiliate. Potere di scelta nelle fabbriche del sesso. Davvero tutti questi argomenti interessano solo le donne, le attiviste, le femministe, le milioni di donne italiane che sono scandalizzate di quanto “sessista” è il Paese in cui vivono? No, è una grande storia italiana, dalla cui soluzione dipende il futuro di tutti noi, nel lavoro, nei sentimenti, nel sesso».

Pubblicato su 27ora del Corriere della Sera

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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