Barbara Bonomi Romagnoli | Nunzia e le altre, donne d’onore crescono all’ombra di San Luca – Intervista a Ombretta Ingrascì
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Nunzia e le altre, donne d’onore crescono all’ombra di San Luca – Intervista a Ombretta Ingrascì

Un saggio che intreccia analisi e testimonianze, per cercare di capire il ruolo dell’altra metà del cielo nella complessità del sistema mafioso. È Donne d’onore. Storie di mafia al femminile (Bruno Mondadori, pp. 224, euro 18) di Ombretta Ingrascì, siciliana di origine, ricercatrice da anni su queste tematiche e attiva in programmi di educazione alla legalità nelle scuole medie inferiori e superiori. Ingrascì è convinta che queste attività siano fondamentali per assumere «una prospettiva che ponga in evidenza l’importanza non solo della repressione ma anche e soprattutto della prevenzione» e per riflettere anche sul nodo della «normalità», su cosa significa nascere e crescere in una famiglia di mafia, cogliendo non solo i fattori criminali ma anche quelli socio-culturali.


La mafia è omertà, violenza ma anche consenso. Può spiegarci il ruolo delle donne in rapporto a questi tre fattori?

Il ruolo delle donne è ambiguo e contraddittorio, perché sono sia vittime che complici in un mondo maschile e maschilista, che considera la virilità un valore importante. Tuttavia l’elemento femminile contribuisce alla perpetuazione del sistema mafioso ed agisce a livello di consenso. Mi riferisco in particolare ai compiti di trasmissione del codice culturale mafioso alle nuove generazioni e a quelli che ruotano attorno all’incoraggiamento alla vendetta.


Fino agli anni Settanta la donna nelle realtà mafiose sembrava essere invisibile, poi è accaduto qualcosa che ha portato in superficie il suo protagonismo

Due processi si sono incrociati contribuendo a modificare i ruoli delle donne all’interno di Cosa nostra e della ‘ndrangheta: la trasformazione che ha investito la condizione femminile nella società nel corso degli ultimi trent’anni e i cambiamenti avvenuti nelle consorterie mafiose da un punto di vista delle attività legali e della struttura criminale. L’ampliamento dei traffici mafiosi e la crescente necessità di reinvestire il denaro illecitamente accumulato hanno creato nuove “opportunità lavorative” per le donne che si sono dimostrate pronte ad assumere i compiti a loro affidati. Questo è stato ovviamente agevolato dal fatto che nella società sono mutate le aspettative sociali, permettendo alle donne di assumere comportamenti e svolgere ruoli che prima erano ad esclusivo appannaggio degli uomini.

L’immagine delle donne, connessa agli stereotipi di genere, ha fatto sì che per lungo tempo gli inquirenti non prestassero attenzione alle “femmine”, magari nel frattempo diventate boss. Per le istituzioni, che si giustificano con l’insospettabilità, si può parlare di una sottovalutazione del fenomeno?
Indubbiamente. Gli organi inquirenti hanno chiuso un occhio dimostrando un atteggiamento cavalleresco verso il “gentil sesso”. Nel libro ricostruisco il rapporto tra le donne e il sistema della giustizia penale, mostro come si sia trasformato e come da impunite siano diventate imputate. L’emersione del fenomeno è dovuta anche alla maggiore visibilità e attenzione che ne hanno dato sia le forze dell’ordine che la magistratura.


Nel suo testo lei parla di “pseudoemancipazione” delle donne, può farci qualche esempio?
La teoria della pseudoemancipazione è complessa ed è il risultato di un’inevitabile generalizzazione sulla condizione femminile nella mafia dall’analisi di alcune storie, anche se non vuole essere rappresentativa dei vissuti personali delle donne appartenenti a tale mondo. Un esempio interessante è quello di Nunzia Graviano, la sorella dei famigerati boss di Brancaccio. Nunzia è una donna sulla carta emancipata, nel senso che è abbastanza istruita, viaggia, naviga su internet. Grazie a queste competenze è particolarmente utile all’organizzazione famigliare nella gestione del patrimonio mafioso. Dalle carte processuali e dall’intervista al magistrato, che si è occupato del suo caso, emerge in tutta evidenza lo spessore criminale della donna. Tuttavia, Nunzia non è libera di instaurare una relazione sentimentale con un medico siriano incontrato a Nizza mentre si occupa di gestire il capitale mafioso dei fratelli. Sono loro a impedirglielo.
Nella mafia il controllo sulle donne, sulla loro vita personale, intima, è molto pressante. Una collaboratrice di giustizia non a caso mi diceva: «Io sono una proprietà loro», riferendosi ai fratelli. Questo significa che le donne di mafia sono sempre più coinvolte nella sfera criminale ma rimangono ancora costrette a vivere sotto uno stretto e soffocante controllo maschile.

Il suo lavoro è caratterizzato da una ricerca che fa uso anche di fonti orali. Che importanza hanno nell’indagine del fenomeno mafioso?
Le fonti orali permettono di ottenere una visione dall’interno, che è fondamentale nel momento in cui si va a studiare un’organizzazione criminale che per definizione è segreta. Ancor di più risultano indispensabili quando si assume una prospettiva di genere, perché il ruolo femminile è svolto per lo più nella sfera domestica. Ovviamente non si può bussare alla casa di un mafioso e chiedergli di intervistare lui, o la moglie o la figlia. I testimoni che ho contattato sono stati collaboratori di giustizia un tempo appartenenti alla mafia.


pubblicato su Liberazione, www.liberazione.it

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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