Destino da bandita, rossovermiglio il colore – intervista a Benedetta Cibrario

Una storia lunga un secolo, che narra qualcosa che, per certi versi, non esiste più ma che al tempo stesso ci parla della contemporaneità e di tutte le contraddizioni non risolte, nelle vicende personali come in quelle pubbliche. Accadeva a Torino nel 1928 che una donna subisse un matrimonio combinato e accade anche oggi. E così come allora si cercano vie di fuga per ribellarsi ad un destino già segnato. È attorno alla vicenda di una giovane nobildonna torinese, sposata appunto per volere del padre, che l’esordiente Benedetta Cibrario ha costruito il suo “Rossovermiglio” (Feltrinelli, 216 pagine, 15 euro).

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L’Occidente visto dai media arabi – Dibattito a proiezioni al Palladium di Roma

“L’Occidente usa due pesi e due misure con noi arabi, questo è quello che più ci infastidisce e a cui intendiamo rispondere con forza”. Non sono andati per il sottile gli ospiti che lo scorso sabato a Roma sono saliti sul palco del Palladium, storico teatro di Garbatella, per ragionare attorno al tema “Occidente visto dai media arabi”. All’incontro, che si è svolto nell’ambito di una due giorni organizzata da Donatella Della Ratta, giornalista e studiosa dei media arabi, erano presenti rappresentanti delle maggiori emittenti arabe, tra cui Faisal Qassem, autore e conduttore del famoso talk show di Al Jazeera “Direzioni opposte”, in onda da 11 anni; Najdat Anzour, regista siriano, autore di controverse serie televisive sull’argomento del terrorismo e della guerra; Tareq Al Swaidan, fra i più famosi telepredicatori islamici, direttore della rete Al Risala, che produce programmi di intrattenimento e videoclip “islamici”, ma anche leader di un movimento islamico moderato e Abdallah Bijad Al Otibi, autore tv del programma “Industria della morte”, indagine sul terrorismo islamico in onda su Al Arabiya.

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Avverbi, tanti libri – Un ricordo di Riccardo Mancini

Alle porte di Roma, sui colli colmi di vino, c’è una strana città. «Non è segnata da nessuna carta. Eppure vi abitano più di 50mila abitanti. Siamo noi, gli abitanti della “città tuscolana” […] comunità sui colli del Tuscolo: Frascati, Grottaferrata e Monte Porzio Catone», così scriveva Riccardo Mancini nel 2002 annunciando la nascita di un mensile gratuito: «Senza presunzione, vogliamo riuscire a comunicare il nuovo che sta emergendo nella nostra realtà e che non trova riscontro nella stampa locale, […] cercheremo di offrire una lettura originale, che sia al tempo stesso seria, documentata e attendibile, ma anche gradevole e stimolante».

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Relatività? No, stessi diritti per le migranti – Dieci anni di Trama di Terre, Centro interculturale di donne a Imola

Un argomento non facile, da anni dibattuto nel mondo anglossassone, e che pian piano sta interessando anche la grande provincia italiana.

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Per ora non so che farmene della Cosa Rossa – Assemblea generale della Sinistra a Roma

Nel 1989 avevo 15 anni, frequentavo il quinto ginnasio e rimasi turbata dall’aver ascoltato il timido professore di italiano che, all’indomani del crollo del muro di Berlino, arrivò tutto appassionato e iniziò a parlare senza riprendere fiato. Ci parlò di cose che io conoscevo poco, se non per nulla. È stato uno dei pochi che mi ha fatto capire chiaramente cosa significava essere di sinistra.
Non solo con le parole, ma con i gesti che le accompagnavano e la cura e la passione nel trovare quelle giuste per far comprendere a noi, piccoli studenti di un liceo di periferia, cosa fosse stato il Novecento. Sul momento tuttavia rimasi distante da quel calore, ero restia ai discorsi politici e mi mancava ancora l’incontro con la filosofia per capire da che parte andare e da che parte stare.
Oggi sono una trentatreenne, precaria dell’informazione, come va di moda dire, e tento di avere uno sguardo femminista sul mondo. Uso il verbo “tentare” intenzionalmente, perché non è facile essere donna, giovane e femminista, volendo parafrasare una amica francese che, parlando di lei, dice “non è facile essere donna, giovane e nera a Parigi”.
Non lo è perché lo sguardo di una donna consapevole sul mondo è ancora visto come l’eccezione e non la regola, qualcosa che necessariamente scompiglia e turba. Che non sia mai che si tocchi l’ordine prestabilito.
Ho fatto questa premessa perché una decina di giorni fa mi è stato chiesto di scrivere cosa penso della “cosa rossa”.
Ecco, rispondere a partire dalla mia prospettiva non è per niente semplice. A volerlo dire in poche parole, come donna, giovane, precaria e tendenzialmente sovversiva, non solo non la voglio e non la desidero la “cosa rossa”, ma anche non potendo scegliere non saprei proprio che farmene. Non mi piace il contenitore e non ne capisco i contenuti.
Non sono una analista di cronaca politica ma a leggere ed interpretare le notizie recenti, nel futuro del nostro paese esisterebbero due grandi partiti con due inevitabili leader, Veltroni e Berlusconi.
La “cosa rossa” vuole essere una federazione dei restanti partiti della cosiddetta “sinistra radicale”, visto che il Pd si presenta, si fa per dire, come sinistra moderata-riformista, o diventare un terzo partito che li unisca tutti?
Per tornare al governo piu forti che mai o per fare un serio lavoro di opposizione a quelli che si vocifera essere già i due partiti di maggioranza?
Che senso ha, fare la “cosa rossa” per mettere insieme la gente che oggi sappiamo non ascoltarsi o parlarsi? Gli stessi che non hanno minimamente preso sul serio il patto con gli elettori nel fare il possibile per attuare un programma di governo che già c’è e che è già stato un compromesso a perdere per la sinistra cosiddetta radicale?
Che si parli allora più sensatamente di una semplice unità a sinistra, che erroneamente credevo ci fosse già stata per arrivare a Palazzo Chigi, unità che sicuramente farebbe bene per ricostruire il paese, ma che non finga di far poi delle cose che non ha intenzione di fare.
Sempre a sinistra si sente parlare di scioglimento di partiti, c’è chi nega e chi bestemmia all’idea, c’è chi caldeggia l’opzione ma non si espone più di tanto. Il dibattito è acceso da mesi – ahimè non lo seguo con brillante partecipazione – ma entrambe le prospettive non mi attraggono neanche in questo caso, anche perché è fin troppo palpabile che la scelta sarà fatta comunque da pochi.
Qualunque sia la forma della “cosa rossa”, restano problematici i contenuti che dovrebbe contenere.
Penso che il punto sia quello e non altri, la sinistra in Italia sta fallendo non tanto e non solo perché è frammentata in gruppi, gruppetti e sottogruppetti di diversi partiti – il che in questo momento storico non aiuta certo a governare – ma perché non riesce più a parlare e a proporre idee e progetti non solo alle sue presunte basi ma ai tanti, come me, che in questi gruppi e gruppetti di partito non ci son mai stati e non ci vogliono stare, perché hanno imparato a fare politica in un altro modo e non sono cresciuti nella Fgci, anche solo per motivi anagrafici.
Quello che vorrei sentire dire dalla classe dirigente di questa sinistra un po’ moribonda un po’ rediviva, così impegnata in tattiche e strategie, è su che cosa e in che modo intende impegnarsi per sconfiggere i due virus culturali che affliggono la società italiana, il buonismo veltroniano e il paraculismo berlusconiano. Per quanto mi riguarda, sono due facce della stessa medaglia perché sono alimentate dalla stessa cultura dell’immagine e dello yesmanshow.
Mi piacerebbe, invece, che si tornasse a parlare di donne e uomini in carne ed ossa; di nominare la difficoltà a trovare casa e arrivare a fine mese; di educare alla legalità, al rispetto delle regole, sempre che siano uguali per tutti; di cambiare le nostre abitudini per salvaguardare l’ambiente; di non dover continuare a fare campagne per dire che l’acqua è un bene comune; di riconoscere la violenza sessista sistematicamente agita e altrattanto sistematicamente tenuta fuori da agende politiche e istituzionali; di non lasciare cadere nell’oblio la laicità dello stato e arginare i fondamentalismi religiosi che spesso sono risposte dogmatiche alle nostre società fatte di veline e calciatori, che contano più del rom che vive nella baracca e del giovane che lavora nel call center.
Vorrei non essere presa per pazza se mi ostino a usare i mezzi pubblici che trovano le corsie preferenziali ingombrate da suv o altre assurdità; vorrei dover lavorare per vivere dignitosamente, non vivere per lavorare; vorrei che le relazioni fra donne e uomini fossero mature al punto da poter manifestare assieme contro la violenza maschile sulle donne e nel frattempo non essere accusata di nulla, visto che come donna ho diritto di parola senza bisogno di accompagnatore. Mi piacerebbe che tutto questo fosse condiviso da più persone possibili e che non si continuasse ad essere minoranze privilegiate.
Banali ingenuità mi si potrebbe rispondere, come ingenua potrebbe essere una proposta da fare a chi si sta tanto impegnando a costruire la “cosa rossa”: fatevi da parte, lasciateci spazio per poter dire la nostra e poi ne riparliamo. Perché una altra pecca della costituenda “cosa rossa” è che sono sempre i soliti noti e le solite note a spartirsi poteri, poltrone e sponsor, e davvero non se ne può più.
Il parlamento olandese ha l’eta media di 20 anni inferiore a quella del parlamento italiano, che è meglio non dire per decenza. Iniziamo da sinistra a invertire la tendenza, a dare segnali di cambiamento, ma non per cooptazione o presunta fedeltà alla causa. Ci sono competenze e risorse di una popolazione (giovane) sconosciuta che potrebbe essere coinvolta, non solo quando si scende in piazza ma anche quando c’è da assumere responsabilità, prendere decisioni per la collettività, rispondere di quello che viene fatto e di quello che non viene fatto. Già solo un ricambio generazionale sarebbe un buon punto di partenza, basterebbero un po’ di coraggio e umiltà in più.
Non ci sarò l’8 e il 9 a Roma, tentativi simili a questo a mia piccola memoria sono stati già fatti, mi viene in mente l’assemblea proposta anni fa dal Manifesto o cose del genere. Anche allora si disse che era per cambiare, trasformare, agire ma poi non venne dato spazio serio ad un ripensamento anche solo del linguaggio e delle priorità su cui fare battaglia politica partecipata e condivisa. La vetrina fu la stessa di oggi, e forse sarà la stessa musica a suonare.
Preferisco andare a Imola, dove le donne, native e migranti, del centro interculturale Trama di Terre festeggiano dieci anni di attività. Hanno organizzato un convegno dal titolo un poco provocatorio, certamente non politicamente corretto: “Il multiculturalismo fa male alle donne?”. Sì può far male, anche se in Italia se ne parla poco. Le politiche multiculturali e/o interculturali spesso sono fatte a immagine e somiglianza degli uomini delle comunità, migranti e non. Allora, mi chiedo, che senso ha discutere di “cosa rossa”? Se la politica che si vuole di sinistra non mette al centro questioni come questa è inutile che si dica rossa, è solo un pallido e sbiadito tentativo di non perdere il potere. A qualunque prezzo.


pubblicato su Aprile mensile, www.aprileonline.info

Centocinquantamila donne – Manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne (2)

Sì è vero siamo incorreggibili, birichine, scalmanate e sciagurate. Siamo certamente pazze, nel voler scendere in piazza da sole e nel continuare a ripetere che la politica è anche–soprattutto–quella che fanno i movimenti e che si costruisce dal basso. A quanto pare siamo pure in tante: sabato abbiamo attraversato Roma in centocinquantamila, arrivate da tutta Italia. Siamo altresì testarde e, quando serve, di poche parole. E se abbiamo detto «no, è no».

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