Barbara Bonomi Romagnoli | Pink Bee Revolution
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Mia figlia è morta nella strage di Viareggio. Oggi combatto per avere giustizia

Stavolta è toccata a me”, penso quando mi squilla il cellulare alle 3.12 di notte. È il 29 giugno 2009, siamo appena tornati dalle ferie. «È l’ospedale Versilia, le passo Emanuela», dice una voce dall’altra parte. “Ma come!”, penso risentita. “Mi aveva detto che era da Sara, dove sono andate?”. In quell’attimo sento la mia bambina: «Mamma c’è stato un incidente, è scoppiato un incendio, non ti preoccupare a me non è successo niente». Sembra tranquilla e il battito del mio cuore si normalizza. Poi, di nuovo la voce di prima: «Signora stiamo trasportando sua figlia al centro ustioni di Cisanello, vada lì». Ma perché? Emanuela ha detto che sta bene. Sveglio mio marito e ci rimettiamo in movimento. Saranno le quattro quando raggiungiamo l’ingresso del reparto. Vediamo un ragazzo correre: «Scusa, ma che cosa è successo?». «È scoppiato un treno», risponde concitato. Lui e io ci guardiamo perplessi: è scoppiato un treno? Noi sapevamo che i treni deragliano, non che scoppiano.

Le donne con le dita tagliate

Paola Tabet, etnologa che ha insegnato nell’Università di Siena e poi della Calabria, ha pubblicato di recente per Ediesse «Le dita tagliate», un volume prezioso che raccoglie una sintesi dei suoi lavori e, per la prima volta, la traduzione italiana di due saggi originariamente scritti in francese: «Le mani, gli utensili, le armi» (1979) e «Fertilità naturale, riproduzione forzata» (1985). Tabet è stata in stretto contatto con il gruppo francese di Questions féministes (Nicole Cl. Mathieu, Colette Guillaumin, Monique Wittig, Christine Delphy) e ha svolto moltissima ricerca sul campo in giro per il mondo, ha redatto un rapporto sulla prostituzione per l’Unesco e ha spaziato in diversi campi di ricerca, dalla filologia dei testi popolari alla costruzione sociale della differenza fra i sessi.

La vita delle mamme italiane, tra precarietà e ironia. Intervista a Elisabetta Ambrosi

«Questo libro è fatto di voci, di amiche e conoscenti, ma anche di donne con cui sono venuta in contatto casualmente attraverso il mio blog, che con generosità hanno risposto a domande come queste: “Quante volte a settimana hai la signora delle pulizie? Chi sparecchia? Quanto guadagni? Come vorresti cambiare il tuo lavoro? Hai avuto i figli che desideravi o ne vorresti altri? Sei libera? Sei felice?”»

Sono tante, tantissime le voci che si rincorrono nel nuovo libro Guerriere [Chiare lettere, 2014] di Elisabetta Ambrosi, giornalista de Il fatto quotidiano e Vanity Fair, che su twitter si presenta così: «Dna liberale. Molta rabbia, camuffata con ironia».

Lascia che il mare entri. Intervista a Barbara Balzerani

“Mi è rimasto attaccato a pelle il carattere delle mie donne. Molti anni dopo avrei capito quanto la loro battaglia di libertà fosse stata più silente ma non meno radicale di quella dei miei anni ribelli. Nella comunità di famiglie ammucchiate in povere stanze che ancora considerava le figlie femmine un peso da smaltire in fretta, avrei sentito dire da mia madre: …non abbiate fretta a sposarvi, prima trovatevi un lavoro così non dovrete fare le serve a nessuno. Sapeva quello che diceva.”

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