Barbara Bonomi Romagnoli | Passaggi di tempo – Intervista ad Andrea Ferrari
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Passaggi di tempo – Intervista ad Andrea Ferrari

In una città a noi sconosciuta ma dal sapore mediterraneo, Philippe Ravassard viene a sapere, pochi mesi prima, che morirà attorno ai primi di ottobre del 1933. Nel tempo che gli resta da vivere decide di provare ad allungare la sua vita. Per questo stipula un curioso contratto con il notaio Fernando Ramirez y Nebòd, che soffre di una forte insonnia causata dalla scarsezza di ricordi. Ravassard cederà a Ramirez le tante storie del suo passato e il notaio in cambio gli darà del tempo in più da vivere. Attorno a questo patto si snoda la trama di Passaggi di tempo (Fazi editore, pp. 125, euro 14,50), esordio letterario di Andrea Ferrari e uno dei volumi candidati al premio Strega 2007.

Il titolo del romanzo fa pensare subito ai versi di De Andrè. È lui ad aver ispirato questa storia?
Considero De Andrè uno dei più importanti poeti del Novecento. Sono cresciuto con le sue canzoni e continuo ad ascoltarle. Ogni volta scopro chiavi di lettura diverse, cose che mi erano sfuggite. Non si può dire che Passaggi sia ispirato a De Andrè, ma senz’altro lo è indirettamente, data l’importanza che il cantautore ha avuto e continua ad avere nella mia formazione. È stata invece Annalisa Garavaglia, mia maestra alla Holden di Torino (non ho fatto il master, ma solo un corso minore) a darmi l’idea di due persone che si scambiano il tempo. A lei devo anche il lavoro di rilettura e di editing, molto importante, dal momento che è difficile prendere le distanze da una cosa che hai scritto.

È un racconto di fantasia che parla di qualcosa che oggi sembra via via sempre più sfuggente: il tempo. Come fare ad afferrarlo senza ricorrere ad un patto con il “diavolo”?
Ricorrere a un patto col diavolo – o con personaggi altrettanto bizzarri – è l’unico sistema sensato per fermare il tempo. Il problema è che quando si crede di aver fatto tutto per bene, il contratto si ribella e il tempo ci passa sopra comunque. Ti dà sempre l’illusione di essere infinito, che ce ne sia tanto davanti, poi scopri che non è così. Penso spesso al tempo e anche al caso. Di fatto entrambi governano la nostra esistenza e non c’è modo di raggirarli. Ne sanno una più del diavolo.

C’è una atmosfera molto mediterranea e araba in queste pagine, c’è chi ha parlato di Sherazade in versione maschile.
Non avevo in mente Le mille e una notte quando ho scritto il romanzo, ma credo che l’accostamento funzioni. D’altronde che cosa c’è di meglio per incantare la morte che raccontarle una storia? Può essere che le interessi e si fermi ad ascoltarti, oppure, se la storia è particolarmente interessante, che si dimentichi addirittura perché è venuta. La città in cui si svolge Passaggi non esiste. Esiste l’esotismo che la sottende, un po’ pigro, da vecchia colonia un po’ malandata alla Maugham, per interderci, o alla Conrad, o come quelle di certe storie di Ambler. Sento molto il fascino di posti così, sarà perché da piccolo ho vissuto ad Algeri e poi, quando ho cominciato a lavorare, viaggiavo nel sud-est asiatico e ho risieduto brevemente a Jakarta, in Indonesia.

A un certo punto del romanzo si legge «la storia e la verità si rincorrono, vince chi arriva prima». Ma tra le due può subentrare un terzo incomodo, che influenzi o devii la corsa?
La verità oggettiva non esiste. Esistono semmai delle versioni della verità che non prescindono mai dal punto di osservazione di chi racconta.

Una scrittura essenziale, ogni parola sembra essere messa precisamente al posto giusto, quello e non un altro. Quanto tempo c’è voluto per scrivere “Passaggi”?
L’ho scritto in poco più di quattro mesi, lavorandoci essenzialmente qualche sera e nei fine settimana. Poi l’ho riletto e ho cominciato a togliere. Lavoro sempre per sottrazione. Credo che per raccontare si debba dire il meno possibile, lasciare a chi legge il piacere di “scrivere” il resto; così le mie riletture sono sempre delle falcidie. Ho tolto fino all’ultimo momento, quando il libro stava per andare in stampa. Anche quando certi periodi non mi convincevano ho preferito eliminarli piuttosto che aggiustarli. Le storie devono essere lievi per avere qualche speranza di alzarsi da terra; è difficilissimo riuscire a far volare una locomotiva, oppure bisogna essere molto bravi (ahimè, non è il mio caso). Ogni tanto mi viene in mente che a forza di togliere un giorno scriverò un libro che non esiste. Altra cosa per me molto importante è la musica delle parole. Rileggo sempre le mie cose ad alta voce e tutto deve essere coerente alla tonalità di partenza, suonare bene, rispettare la misura. Ogni tanto legge mia moglie che ha una voce bellissima.

Che ruolo gioca la scrittura nella quotidianità della vita?
Chi suona uno strumento deve portarselo dietro, chi dipinge deve avere con sé le tele, i pennelli. Te lo vedi uno con un pianoforte ad una riunione di budget? Ecco, il vantaggio di chi scrive è che può farlo sempre. Anche mentre si sta facendo altro è possibile rigirarsi in testa una frase, oppure chi ti sta davanti ha una faccia interessante e quando se n’è andato ficchi quella faccia addosso a uno dei personaggi (anche se raramente mi dilungo in descrizioni fisiche, so benissimo che faccia hanno i miei personaggi – i volti sono importantissimi, come le voci del resto). Oppure chi ti parla dice qualcosa che non c’entra niente con quello che stai scrivendo, ma quel qualcosa ne richiama altre e quelle altre ancora e mentre me ne torno a casa, e magari rimango imbottigliato nel traffico, tutte quelle cose si mettono in fila. Quando mi metto al computer la storia l’ho già scritta, si tratta solo di pigiare dei tasti, di trascrivere quello che, in realtà, esiste già.
Credo che non riuscirei a fare lo scrittore di professione, da un lato perché non riuscirei a camparci, dall’altro perché se dovessi scrivere per forza la cosa perderebbe automaticamente tutto il suo interesse, diventerebbe un lavoro, appunto, una cosa sostanzialmente noiosa.

“Passaggi” è anche una storia sul gioco, sul rischiare qualcosa per vincerne un’altra. Pensi che la nostra società sia ancora capace di giocare?
Il senso del gioco è molto raro. Tranne pochi casi felici conosco una quantità di persone che si prendono esageratamente sul serio e così finiscono per perdere una parte di sé. Da questo punto di vista il mondo delle aziende e delle professioni è piuttosto agghiacciante.

(pubblicato su Liberazione, www.liberazione.it)

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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