Barbara Bonomi Romagnoli | Quei libertari anni ‘80, quando essere trans significava non volere la normalità
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Quei libertari anni ‘80, quando essere trans significava non volere la normalità

«Quando si cominciò a rivendicare, prima che i diritti, il diritto di esistere»: finché non lo leggiamo nero su bianco, non ci riflettiamo quasi mai sul nostro stare al mondo, su chi può esercitare questo diritto senza colpo ferire, senza pensarci su. E chi, invece, ha dovuto aggrapparsi a tutto per arrivare a mettere al centro del discorso – pubblico e privato – il proprio diritto a esistere. Come trans e, soprattutto, a nominarsi come esperienza umana significativa. Sì, perché non è certo semplice dare un senso alla propria vita se c’è una intera società che la nega, se non sono reperibili documenti, se il mondo attorno ti etichetta come capricciosa, sempre e comunque malata e fuori dalla norma.

 

Porpora Marcasciano«L’aurora delle trans cattive . Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender»pp 239,15 euro Edizioni Alegre
Porpora Marcasciano«L’aurora delle trans cattive . Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender»pp 239,15 euro Edizioni Alegre

Non è affatto semplice, ma c’è chi è riuscita, rivendicando il diritto a esistere per sé e per le altre: è questa la vita di Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit [Movimento identità trans], che si intreccia con quella di tante altre, di cui lei racconta storie, desideri e sogni in L’aurora delle trans cattive. Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender [Alegre, 2018], compiendo anche un importante lavoro di ricostruzione di storia collettiva.
Quegli anni Ottanta, a cavallo fra gli sconvolgimenti degli anni Settanta e la reazione che ne è seguita, in cui si fanno passi avanti con la legge 164 del 1982, che prevede il cambiamento dei dati anagrafici e i successivi protocolli per la gestione del transito, ma dove ancora le trans vivono spesso nell’illegalità, fra espedienti e prostituzione.
Sono stravaganti, creative ed esuberanti, le trans. Sono e si sentono favolose nell’indossare abiti e posture che arrivano dai margini del corpo sociale ed esplodono nello spazio pubblico. Ad esprimere, secondo Marcasciano, tutta la complessità di una esperienza che troppo spesso si riconduce solo al percorso di medicalizzazione. Mentre è un mondo variegato e in continua trasformazione, oggi come allora, quando c’erano le travestite, le ”primulette” o trans in erba, le anziane, intese non come età anagrafica ma come le”vissute”, e poi ancora le bolognesi, le napoletane, le siciliane, le romane: perché ogni città aveva la sua geografia e la sua tradizione. Marcasciano ne ha incontrate tante di trans, tantissime, con molte ha condiviso case, affetti, politica e ce le racconta con affettuosa distanza e partecipata familiarità; con ironia, lucidità e passione per una storia che è ancora tanto da scrivere.
Nel tuo racconto torni spesso sul concetto di normalità in maniera critica: è maggioritaria secondo te la parte di movimento Lgbtqi che insegue il sentirsi “normale”?
«Come è possibile allargare il campo del non conformismo? Ci torno spesso perché sono convinta che sia una questione fondamentale sia nei termini che nei concetti. La normalità che si paventa o si insegue è il modello vetero-patriarcale che a mio avviso non comprende e mai comprenderà la nostra vita, sarebbe una (sua) contraddizione che non credo voglia risolvere. Di riflesso, credo piuttosto che dobbiamo essere noi, trans, lesbiche, donne, gay, ad affrontarla, invertendo o neutralizzando il registro narrativo che resta eterodiretto anche nella declinazione omosessuale maschia. Se abbiamo assunto l’arcobaleno come simbolo, ebbene, partiamo dalle sfumature, dalle differenze, dai colori, facendone un valore e non un disvalore».

A ma pare esserci una nota di nostalgia molto forte nelle tue pagine, quasi che nonostante tutte le difficoltà gli ultimi decenni del Novecento siano stati più aperti alla favolosità trans. Cosa accade oggi, a spezzare quell’energia rivolta al futuro?
«Non è solo nostalgia, altrimenti neanche avrei scritto. Ho cercato di offrire uno spunto per riprendere il filo di un discorso che sembra interrotto. Gli anni che descrivo sono stati storicamente un’onda libertaria ma non possiamo fermarci a quello, dobbiamo elaborare nuovi possibili percorsi. Questo possiamo farlo solo superando la superficialità e il qualunquismo che oramai ci caratterizza: ritornando a parlare, discutere, riflettere:anche arrabbiandoci. E farlo divertendoci! Abbiamo di che dire, fare, inventare, ridere e scherzare. Basta semplicemente proiettarci al futuro capendo che richiede sforzo e resistenza».

Poche le trans, almeno dal tuo racconto, che si sentono/definiscono femministe: secondo te quali nodi irrisolti ci sono ancora nelle relazioni fra donne/trans/femministe?
«Sono diversi i nodi da sciogliere ma ho l’impressione che non ci sia la volontà dall’una e dall’altra parte. Si preferisce mettere la polvere sotto al tappeto, perché affrontare le nostre contraddizioni resta molto faticoso, ma credo non ci resti altra soluzione. Il mondo che viviamo ha fondato e strutturato tutto secondo la sua logica funzionale dandola per scontata e naturale. È evidente che la nostra vita prescinde da quella logica ed è quindi chiaro che ci sono contraddizioni nella costruzione di sé e del mondo. Senza paura ma con orgoglio vanno affrontate. Le argomentazioni anti trans che arrivano da certo mondo femminista, fortunatamente minoritario, sono il prodotto, non so quanto inconsapevole, della logica patriarcale… usano le stesse parole!».

Qual è la battaglia più importante da fare oggi?
«Dobbiamo riprenderci la nostra intelligenza, la coscienza, la gioia. Molte persone trans sono contro la patologizzazione della nostra esperienza, ma la confondono con la medicalizzazione che è altra cosa. Uscire dalla patologia [attualmente il transessualismo è considerato Disforia di Genere, n.d.r.] è una battaglia di tutti ma per essere più efficace dovremmo sforzarci di inserire l’esperienza in una costruzione di senso: se la persona trans richiede interventi medici specialistici è chiaro che quello resta un bisogno, ma dovremmo non confondere quella parte, anche se importante, con tutta la favolosità della vita che va oltre l’aspetto medico. Personalmente non sono mai ricorsa alla chirurgia perché quel sapere, quella logica mi annulla e non l’ho mai fatta mia».

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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