Racconto l’amicizia tra i banchi di scuola nei miei estremi anni ‘80

Nel tempo dei social network di lettere, cartoline e bigliettini vari se ne scrivono pochi, ed è un vero peccato. Per fortuna sovviene la letteratura e l’ultimo romanzo di Grazia Verasani, Lettera a Dina (Giunti, 2016) è una lunga missiva rivolta ad un’amica adolescenziale che si è persa per la via, come spesso accade: una storia a ritroso con incursioni veloci nel presente della protagonista, un andamento da noir per ricostruire la probabile morte dell’amica amata e odiata al contempo, perché «se incontri presto sulla tua strada qualcuno che ti chiede tutto, impari che quel tutto non ha regole e non ha rispetto, che quel tutto forse è l’amore».

Una lettera a tratti nostalgica a tratti divertente, evoca un po’ la scrittura dei diari adolescenziali dove si passava dalla introspezione alla descrizione in una manciata di righe. La voce narrante è una donna cinquantenne, che inizia a ricordare ispirata da una canzone risentita dopo anni e torna sui banchi di scuola dove lei, nata in una famiglia piccolo-borghese tra le Feste dell’Unità e i Quaderni di Gramsci, dice alla nuova compagna di classe di essere comunista. L’altra, Dina, non si scompone, proviene da una famiglia di notai benestanti e risponde di essere fascista. Una contrapposizione netta, che forse oggi appare anche come un cliché, ma che, ricorda l’autrice, «all’epoca era davvero una linea di demarcazione molto forte, quelli di sinistra da una parte e quelli di destra dall’altra, si nasceva già inzuppati di politica, pur non sapendone niente. Ma era tutto indotto dalle famiglie, dallo status sociale, solo dopo potevano diventare scelte consapevoli».

Perché la scelta delle iniziali puntate per molti nomi? È forse in parte una storia autobiografica?
«È una lettera composta di capitoletti numerati per dare ritmo e respiro alla narrazione. Ogni storia è in parte autobiografica. Ci si nasconde tra le pagine per pudore, si elabora il vissuto in modo simbolico per renderlo più diretto all’ascolto e alla ricezione di chi legge. L’ispirazione nasce dalla mia vita, forse più che in altri libri».

Quanto conta per la sua generazione tornare a narrare gli anni Ottanta, quando dalla politica si è passati spesso all’eroina? 
«Racconto gli anni della mia preadolescenza. Anni estremi, estrosi, creativi, anche disperati, in cui la politica era una fede, e l’amicizia una religione. Il rischio è sempre quello di guardarli con il rimpianto per la nostra età giovanile. Ma è vero che Bologna, in quegli anni, era la città per eccellenza di un’innovazione culturale a ampio raggio in ogni campo artistico. Qui disegnava Pazienza. Qui nascevano gruppi come i Gaznevada, gli Hi-fi Bros, gli Skiantos, qui Enrico Palandri scrisse Boccalone. Poi sì, l’eroina ha falciato buona parte della mia generazione. Eravamo creativi, ma eravamo anche molto fragili».

La musica è l’avvio e il sottofondo di tutto il romanzo, quanto conta nella sua creazione artistica?
«La musica è tutto, per me. Nasco pianista e poi cantautrice, ma sono soprattutto una grande appassionata di musica, dal genere classico al jazz, pop, rock, tutto, senza snobismi di sorta. Dico spesso che i miei romanzi nascono come spartiti musicali, l’approccio è lo stesso. Ho messo le mani sulla tastiera di un pianoforte a nove anni e a quattordici su una macchina da scrivere. Il passaggio è stato molto naturale».

Lettera a Dina è un romanzo a tratti amaro, sulle contraddizioni dell’amicizia, sia come storia privata che come storia pubblica. Secondo lei oggi che valore ha l’amicizia nelle relazioni umane?
«È la crescita delle due ragazzine a essere amara, il contraccolpo, lo smascheramento di alcuni ideali, il passaggio dal collettivo all’individuale, dal sogno al rimpianto. Ma è essenzialmente una storia di amicizia esclusiva, come lo sono quelle che nascono sui banchi di scuola, e c’è un’attrazione dovuta alla diversità dei ceti sociali d’appartenenza, ma anche la somiglianza. Le due ragazzine si imitano, si inglobano l’un l’altra perché si vogliono bene, fin quando non prendono strade diverse, e Dina sceglierà fatalmente di portare fino in fondo la sua. L’altra dovrà fare i conti con la perdita, lo strappo, con un modo di amare che non sarà più lo stesso. Da grandi, viviamo l’amicizia più laicamente, con distacco. Un tempo bastava tirare un sasso a una finestra, raggiungere il muretto su una via, le cose capitavano senza programmarle».

È un romanzo sull’adolescenza e sul corpo femminile fra accettazione e rifiuto: a che punto siamo secondo lei? Quanto il giudizio/occhio esterno ancora pesa sulla formazione delle nuove donne? 
«Dina, dopo la separazione dei genitori (e all’epoca le separazioni erano ancora rare), entra in una fase autodistruttiva, se la prende con se stessa, cioè col proprio corpo, ingrassa e dimagrisce, ingerisce farmaci, tenta il suicidio, scopre la droga. Il non amore di sé è la sua estenuante ricerca di qualcuno che, esterno a sé, le dia l’amore che le manca e di cui è affamata. Non lo trova in se stessa, di conseguenza ne fa richiesta, nei modi più estremi. Non so dire se le adolescenti, oggi, incappino nelle stesse problematiche. Ma certo l’adolescenza è un’età molto complessa. Oggi la televisione, con la sua invasività di modelli distorti, ci ha reso tutti molto più superficiali. Ma io, sinceramente, vedo intorno a me, una gioventù piena di insospettabili risorse».

Bologna ieri e oggi: cosa è cambiato di più e cosa è ancora la nota precipua di questa vitale città? 
«Bologna è cambiata come è cambiato il Paese. Ne racconto i fasti, ma anche la disperazione che si nascondeva dietro quell’energia incontenibile. Oggi la cultura, l’arte, non sono considerate priorità. All’epoca rappresentavano l’anima delle città, un marchio distintivo, una febbre, una condivisione di bellezza. Ripeto, nel bene e nel male. Perché ciò che è incontenibile spesso esplode, e ci si può fare male. Forse diventare adulti è perdere coraggio, e anche quell’incoscienza necessaria quando si vogliono davvero cambiare le cose. Ci sentivamo un fiume di idee parallele, vivevamo all’unisono; poi ognuno, crescendo, si è perso nel proprio egoismo, o nella propria disillusione, anche per autodifesa».

Pubblicato su CorriereLa27ora

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