Ricordando la scienziata Lise Meitner. Perché la storia delle donne è primo passo verso il piano femminista

«Perfino i fisici, come categoria quasi altrettanto maschilisti degli economisti, ammettono che Lise Meitner avrebbe dovuto ricevere il premio Nobel per la scoperta della fissione nucleare»: così esordisce Sylvie Coyaud nella voce dell’Enciclopedia delle donne dedicata alla «scienziata che non ha perso la sua umanità», ed è appassionante leggere la sua vita in La forza nell’atomo. Lise Meitner si racconta di Simona Cerrato (Editoriale Scienza), un bel testo illustrato rivolto alle lettrici e ai lettori più giovani.

Lise diventa fisica nonostante a fine Ottocento l’educazione delle ragazze prussiane si fermasse alle scuole medie, a Berlino entra dalla porta di servizio per lavorare gratis con Otto Hahn all’Istituto di chimica, dove le donne all’epoca non sono ammesse, fino al 1919, quando diventa la prima donna professoressa della Germania. Nel 1938 deve fuggire perché ebrea austriaca in terra nazista e la Svezia da esilio diventa la sua nuova casa. È una donna libera Lise, la sua passione coincide con il suo lavoro e non dà spazio all’intimità dei sentimenti. È convinta pacifista, per lei la scienza è al servizio del bene comune e tuttavia il suo nome verrà subito associato alla bomba atomica: un fatto paradossale, considerando che la sua ricerca sulla fissione nucleare fu condivisa e partecipata con altri colleghi che mai riconobbero il suo contributo, e nonostante lei sarà l’unica a rifiutarsi apertamente di lavorare alla costruzione della bomba ne diviene però la «mamma» per la stampa che tutto forma e deforma.

Certo era difficile accettare che fosse stata una donna a spiegare «teoricamente» la fissione nucleare: «Immagina il nucleo come una goccia d’acqua. Una normale goccia si rompe se viene tirata per lungo, anche se la tensione superficiale si oppone a tale rottura. E qual è la differenza essenziale tra una goccia e un nucleo? La carica elettrica: il nucleo dell’atomo è elettricamente carico» e questa carica può rompere la superficie di questa goccia, produrre due nuclei che schizzano via velocemente per repulsione reciproca e liberare una quantità di energia tale «come mai è stata prodotta in alcuna reazione chimica o fenomeno fisico». È Lise a spiegarlo, ma è il suo collega e amico Otto Hahn a ricevere il Nobel senza neanche nominarla.

Nominare è importante, è il primo passo per esistere. Ed è forse per questo che il pensiero torna a Lise, e alle tante scienziate sconosciute ai più, ogni volta che assisto ad incontri che mi lasciano da pensare, come il recente “Le donne dopo il femminismo. Il potere responsabile” [LINK ], promosso da Aspenia Talks in collaborazione con la Rai, dove al tavolo son tutte donne ma il collega moderatore pensa bene di apostrofarle al maschile: diamo la parola a “i nostri relatori” o a “i nostri ospiti”. Sì, lo confesso, sono diventata ipersensibile, mi viene l’orticaria al non sentire il linguaggio sessuato, soprattutto quando si parla di/su/con le donne. Checché ne dicano fior fior di colleghe che insistono nel chiamare ‘avvocato’ la professionista che magari si occupa di diritti delle donne, ‘ministro’ la politica che governa il dicastero della difesa o della ricerca, ‘architetto’ l’amica che ha ristrutturato la loro casa. Sostengono che sia ‘cacofonico’ l’uso del femminile, mi chiedo se non abbiano mai ritenuto altrettanto ‘sgradevole’ essere pagate meno dei colleghi maschi o aver dovuto scegliere fra professione e famiglia, solo per fare alcuni esempi sensibili. Ascoltando gli interventi, il leit motiv è un po’ scontato, si dibatte di uguaglianza di genere e di leadership al femminile in una ottica di mera constatazione, ripetendo dati che conosciamo a memoria: il nostro Paese è campione di record negativi per occupazione femminile, rappresentanza e politiche di genere, mancata tutela della salute sessuale e riproduttiva, inconsistenza del welfare per le lavoratrici, che siano madri o meno, e il lavoro di cura resta appaltato alle donne, con o senza il loro consenso. A ripensare a quell’incontro, dov’era la notizia? Probabilmente nel titolo: perché ‘dopo il femminismo’? Di quale femminismo parliamo? E quale sarebbe il potere responsabile? Quello del 26 % delle donne nei consigli di amministrazione che ci viene presentato come dato eccellente per il nostro futuro? Responsabile verso chi, verso i milioni di donne che non rientrano nel meccanismo delle quote rosa? È meglio dire ‘dopo’ perché dirsi femministe oggi è sconveniente?

Forse, come ricordato dalla vice presidente del Senato Linda Lanzillotta, era più azzeccato il titolo provvisorio ‘Dal femminismo al femminicidio’ che avrebbe permesso di ragionare maggiormente attorno alle cause delle discriminazioni di genere, su quanto sia importante ‘nominare’ le donne per quello che hanno fatto e continuano a fare come scienziate, biologhe, avvocate, casalinghe, infermiere, mediche, imprenditrici e via dicendo. La cancellazione, anche mediatica, della storia delle donne è una delle cause della cultura della violenza, in tutte le sue manifestazioni. E a quell’incontro eravamo soprattutto giornaliste. L’istantanea di quel pomeriggio è densa di interrogativi rimasti sospesi e a voler osservare la realtà – quella comune, banale, da bar, da semplici croniste – forse la notizia è da ricercare altrove. Lì dove possiamo osservare che il femminismo, o meglio i femminismi italiani esistono, ma si stenta a nominarli o lo si fa senza restituirne la complessità. E la notizia nella notizia è che, senza parterre d’eccezione, oltre 1400 donne da tutta Italia si riuniranno a Bologna il 4 e 5 febbraio prossimi, proseguendo il percorso che ha visto a Roma, lo scorso novembre, centinaia di migliaia di donne in corteo attorno allo slogan “Non una di meno!”

Si divideranno in 8 tavoli tematici per continuare insieme a scrivere il Piano femminista contro la violenza e per individuare 8 punti per l’8 marzo, giornata in cui è stata lanciato, dai movimenti delle donne polacche e argentine, uno sciopero globale delle donne e a cui hanno aderito più di venti paesi. E non stupisce che fra i gruppi di lavoro uno dei più numerosi sia quello di Educare alle differenze, con la partecipazione di numerose insegnanti che quotidianamente mettono in campo una pedagogia diversa in cui la formazione è intesa come strumento di prevenzione e di contrasto alla violenza di genere e dove hanno spazio e riconoscimento anche le storie delle eccellenze femminili come Lise Meitner. E anzi, a scorrere con attenzione il programma della due giorni e i materiali prodotti in questi mesi da decine di singole e le oltre 300 sigle che hanno aderito, si ha l’impressione che la notizia è addirittura un’altra: insieme queste donne potrebbero scatenare una energia incontenibile, forte di esperienze e pratiche decennali che a vederle da vicino, senza pregiudizi e paraocchi, non fanno male, anzi magari riescono anche nell’impresa di tenere insieme le tante, tantissime differenze, per fermare del tutto la violenza che ci riguarda tutte, e tutti.

Pubblicato su La27Ora del Corriere della Sera

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