Barbara Bonomi Romagnoli | Scuola, cancellazione di genere
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Scuola, cancellazione di genere

«Le donne sono cancellate dai programmi. È scandaloso che nelle Indicazioni nazionali del 2010 e nel bando dell’ultimo concorso a cattedre il programma di Italiano comprenda una sola scrittrice su trentacinque, quello di Filosofia nessuna filosofa. Ma non è solo una questione di numeri, né è nostra intenzione far partire un “totonomi” delle grandi scrittrici cancellate. Il canone scolastico è anch’esso un prodotto storico culturale e dovrebbe essere analizzato e criticato in quanto tale. Se i programmi scolastici cancellano le donne come si possono impostare programmazioni che formino cittadine e cittadini forti e consapevoli, nel rispetto gli uni delle altre? Si potrebbe rispondere: c’è la libertà di insegnamento. Certo. E sono molte le insegnanti e gli insegnanti che insegnano i programmi in una prospettiva di genere. Ma davvero, per una questione di così grande importanza, ci si può accontentare della buona volontà di una minoranza?

E poi: uno Stato che fornisce alle scuole delle Indicazioni nazionali sui programmi e che nel contempo cancella le donne, sta compiendo un’azione equanime e nel rispetto delle pari opportunità di cittadini e cittadine? È evidente che il problema è anche istituzionale. E assume sempre di più le caratteristiche di una battaglia di civiltà»: lo affermano con convinzione, e competenza, Maria Serena Sapegno, professoressa associata di Letteratura Italiana a Sapienza Università di Roma, e Annalisa Perrotta, docente di italiano e latino nelle scuole superiori. Entrambe fanno parte del laboratorio di studi femministi Anna Rita Simeone Sguardi sulle differenze, da più di dieci anni attivo nella diffusione degli studi delle donne e di genere nell’università e nella scuola. E proprio “Sguardi sulle differenze” organizza a Roma dal 19 al 21 febbraio prossimo “Che genere di programmi? Percorsi e canoni per una scuola che cambi”, corso di formazione su sguardi di genere e didattica, rivolto in particolare a docenti delle scuole ma aperto a chiunque voglia saperne di più, certamente utile anche per i giornalisti.

Da cosa nasce l’esigenza di questo corso di formazione?
Il gruppo di studiose ed insegnanti che ha organizzato il corso lavora da anni su queste tematiche soprattutto nell’Università di Roma. Nell’autunno scorso si è fatto protagonista di una lettera aperta “Che genere di concorso?” al Ministro dell’Istruzione e alla Ministra delle Pari Opportunità relativamente ai programmi previsti per il Concorso per gli insegnanti attualmente in corso. Tutte le nostre esperienze portano a dire che sui temi dell’istruzione e della cultura di genere il nostro paese è fortemente arretrato, nonostante l’interesse e la buona volontà individuale di molte insegnanti. Per questo vorremmo mettere al centro della formazione scolastica la prospettiva di genere, affinché entri in maniera trasversale nell’insegnamento di tutte le discipline. Tutte le materie insegnate contribuiscono non soltanto a formare e aumentare conoscenze e competenze per studentesse e studenti, ma anche a formare la propria identità in relazione con gli altri. I programmi scolastici sono, in generale, poco aggiornati e tendono a ripetere e conservare schemi culturali dai quali la storia, il sapere delle donne sono esclusi, e tale esclusione non viene messa in discussione, ma semplicemente presentata come un dato di fatto. Mentre in Europa i gender studies sono affermati in tutte le istituzioni di ricerca e di formazione, in Italia sono completamente ignorati. Senza parlare del livello simbolico. Qui si assiste ad una vera e propria cancellazione delle donne: innanzitutto il linguaggio, basterebbe andare a vedere quello adottato nei documenti ufficiali della maggior parte delle scuole italiane, nelle circolari, nei verbali, nelle pagelle ecc.. O il fatto che si parla sempre di “alunno”, “professore”, “segretario”, “coordinatore” ecc..

Partendo dal vostro osservatorio di ricerca, quanto è presente il sessismo nella scuola attuale di ogni ordine e grado?
Il sessismo si esprime in molti modi, ma innanzitutto nella rimozione del fatto che la nostra cultura è fondata su una profonda misoginia e sulla cancellazione delle donne dalla storia e dalla cultura. Questo punto di vista critico e problematico è necessario che venga promosso tra gli studenti fin da bambini, aiutandoli a combattere ogni forma di stereotipo su di sé e sugli altri, a cominciare dal primo e più potente, quello di genere. Nonostante tutto, delle buone pratiche ci sono e funzionano in molte scuole. Sono tante le iniziative che sono state intraprese finora da gruppi e da singoli. Da presidi e da insegnanti. Quello che manca davvero è la circolazione di questi esperimenti, il coordinamento delle diverse iniziative, la circolazione di materiali esemplificativi. La valorizzazione del lavoro che già gli/le insegnanti fanno, a volte in modo isolato, a volte in gruppi. Il corso di formazione nasce perciò anche come un’occasione di confronto e di conoscenza reciproca, di discussione a partire dall’esperienza delle e degli insegnanti.

Oltre al corso sono previsti strumenti di sostegno agli insegnanti (manuali, dispense, materiali multimediali) che possano essere distribuiti anche a chi non riesce a partecipare?
Il Laboratorio di studi femministi Anna Rita Simeone Sguardi sulle differenze lavora da più di dieci anni sulla ricerca e la mediazione del sapere delle donne all’Università e nelle scuole, e al suo interno sono nate un certo numero di pubblicazioni nonché un manuale di letteratura italiana e uno di studi di genere. Alcuni di questi materiali saranno utilizzati ma pensiamo comunque di raccogliere per una pubblicazione gli interventi e i materiali dei workshop pomeridiani: l’idea è che i materiali prodotti per e durante il corso possano diventare a loro volta base di discussione e strumenti per le iniziative successive.

Qual è il ruolo e la responsabilità dell’informazione nel combattere gli stereotipi di genere? Che contributo possiamo dare come giornaliste?
La responsabilità è enorme, un esempio, su Repubblica, ovviamente non solo qui, continuiamo a leggere: “Lo ha affermato il Ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri”, il Direttore del Tg3 Bianca Berlinguer e così via. Ma anche il modo di raccontare e commentare i casi di violenza alle donne, per non parlare delle osservazioni sull’aspetto fisico delle donne (Hillary Clinton è bella o invecchiata o elegante.).
Non solo, dalla pratica quotidiana in classe emerge in modo piuttosto evidente che tutto ciò che passa in televisione e gira sui social network arriva con grande facilità agli studenti e alle studentesse. Sono a conoscenza, per esempio, della campagna contro la violenza sulle donne, e dei tragici numeri delle donne uccise nel 2012. Questo, in sé, non sempre produce riflessione, ma per lo meno costituisce una base di discussione che può essere utilizzata in classe. I media dovrebbero innanzitutto concentrarsi sulla circolazione di modelli alternativi e variegati di donne, di uomini e delle loro relazioni, che mettano in discussione gli stereotipi, compresi quelli omofobici. Si possono inviare a studenti e studentesse articoli interessanti su questi temi: un articolo di giornale è una fonte autorevole ai loro occhi. A volte, ci sono figure ed episodi che possono configurarsi come una sorta d’autorizzazione a pensare e agire in modo alternativo agli stereotipi. Una storia, un personaggio possono diventare, soprattutto per le ragazze, delle ancore nel loro percorso di ricerca e di crescita. Il ruolo delle giornaliste in questo è dunque di fondamentale importanza.

Per tutte le informazioni su come partecipare o presentare proposte al convegno:
www.sguardisulledifferenze.org
sguardisulledifferenze@gmail.com

pubblicato su http://giulia.globalist.it

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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