Barbara Bonomi Romagnoli | Senza il rispetto dei diritti umani per le donne non c’è crescita possibile: intervista a Maura Misiti
825
post-template-default,single,single-post,postid-825,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,select-theme-ver-1.6.1

Senza il rispetto dei diritti umani per le donne non c’è crescita possibile: intervista a Maura Misiti

Un conflitto o una calamità naturale possono cancellare in un attimo un’intera generazione di conquiste economiche e sociali. Possono inoltre minare, a livello individuale, ogni speranza di una vita migliore, distruggendo opportunità e limitando le possibilità di scelta. Possono, infine, esasperare le disuguaglianze già presenti nella società, incrementando ulteriormente le difficoltà di poveri ed emarginati ed esigendo un prezzo spropositato da donne e giovani.

I numeri parlano chiaro e non è possibile eluderli: sono oltre 100 milioni le persone che hanno bisogno, oggi, di assistenza umanitaria e, fra queste, 26 milioni sono donne e adolescenti in età riproduttiva. A dircelo in modo chiaro è l’ultimo rapporto Unfpa (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione), tradotto e diffuso in italiano da Aidos, Associazione italiana donne per lo sviluppo.

Il tema indagato e richiamato dal titolo – Al riparo dalla tempesta. Un’agenda innovativa per donne e ragazze, in un mondo in continua emergenza – è quello che rimbalza sui media ogni giorno ma interpretato in maniera completamente diversa, in quell’ottica di genere che ancora fatica ad essere accolta in pieno come chiave di lettura generale e mettendo in relazione guerre, cataclismi naturali e crescita di ineguaglianze.

Senza dubbio, dalla seconda Guerra mondiale, non si era mai raggiunta una cifra così alta di donne e uomini che hanno bisogno di protezione, assistenza, status di rifugiati e non sono certo arrivati qui per invaderci o farci la guerra.

Fra i dati che colpiscono leggendo il documento emerge che nei paesi ad alto reddito si verificano il 56 % di tutti i disastri, ma si registrano solo il 32 % dei decessi; mentre nei paesi con il reddito più basso avvengono il 44 % per cento dei disastri con il 68 % delle morti. A dare il senso anche delle responsabilità e delle cause umane dietro calamità naturali e redistribuzione delle ricchezze.

Un rapporto prezioso, dunque, e che fino a qualche anno fa era atteso quasi fosse un oracolo, spiega Maura Misiti, demografa e ricercatrice all’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Cnr:«quando ancora non c’era internet era forte l’aspettativa per queste informazioni che nessuno aveva. Anche se oggi è più semplice avere accesso ai dati, questo report è di particolare importanza per diversi motivi. Prima di tutto c’è l’introduzione della lettura di genere, a livello complessivo, dei fenomeni migratori in tempo di crisi e conflitti; poi l’Agenzia riflette a tutto campo sull’approccio agli aiuti umanitari e c’è inoltre una prospettiva interessante rispetto alle possibili soluzioni, dove si dice chiaramente che senza il rispetto dei diritti umani per le donne non c’è crescita possibile».

Iniziamo proprio da qui, leggendo il rapporto si ha l’impressione che l’Ufpa faccia in qualche modo autocritica.
«
Sì assolutamente e permette anche a noi, nel nostro paese, di affrontare il grande tema delle migrazioni in un’ottica più internazionale, riflettendo su quanto fatto finora e su quello che dovremo fare in futuro. Da un punto di vista demografico, viene detto in maniera chiara che, sebbene donne e ragazze non rappresentano il gruppo più numeroso, sono tuttavia le più vulnerabili e deboli in queste situazioni. Non solo, donne e ragazze subiscono una doppia discriminazione: come donne e come sfollate o richiedenti asilo perché spesso subiscono violenza nei campi, le bambine sono costrette a matrimoni forzati anche lì e in generale, lo dice bene il rapporto, aumenta la violenza domestica nei luoghi in guerra da cui provengono. Da qui il richiamo a garantire i diritti essenziali alla salute anche riproduttiva e sessuale delle donne, considerando anche un altro dato forte che emerge dal rapporto: tre quinti del totale delle morti materne si verificano nei paesi cosiddetti fragili, a causa di un conflitto o una catastrofe naturale, in tali aree gravidanza e parto uccidono giornalmente una media di 507 donne.

Non dimentichiamoci che esiste anche una sovrapposizione delle discriminazioni se pensiamo che accanto alle donne e alle ragazze in età riproduttiva, ci sono le bambine e i bambini, le disabili e i disabili. Tutto ciò ha bisogno di risposte diversificate nei processi di accoglienza e protezione».

Queste cifre così alte – che indicano anche una continuità – non dovrebbero far riflettere di più sull’uso della parola emergenza? Che senso ha, dal tuo punto di vista di demografa, continuare a parlare in questi termini?
«Effettivamente i numeri sono i più alti degli ultimi 70 anni, lo ricorda il rapporto e lo ha detto anche papa Francesco. Personalmente, credo che si possa giustificare l’uso della parola emergenza se si fa riferimento al nesso indiscutibile fra popolazioni vulnerabili e reddito, a sua volta intrecciato all’aumento delle disuguaglianze economiche, delle catastrofi naturali e dei conflitti. In questo senso siamo dinanzi ad un fenomeno enorme, in espansione e dal forte impatto emotive e politico».

Il rapporto ci dice che le crisi umanitarie sono terreno fertile per le infezioni sessualmente trasmissibili, come l’Hiv, ma anche di paradossi che avvengono nella messa in pratica degli aiuti umanitari: è come se i corpi delle donne smettessero di essere tali, per cui si pensa a portare le coperte e non gli assorbenti.
«
Sì è vero, come si legge nel rapporto, la mancanza di privacy in molti campi per sfollati ha conseguenze gravi per la salute sessuale e riproduttiva di donne e ragazze. Molte di loro aspettano che faccia buio per usare le latrine e i bagni per lavarsi. Chi ha le mestruazioni spesso non può lavarsi con cura o cambiarsi. Dopo il terremoto del 2005 e le inondazioni del 2010 in Pakistan, molte donne avrebbero smesso di allattare per la mancanza di privacy e il disagio provato ad allattare davanti a lontani parenti maschi o ad altri uomini nei rifugi comuni».

È possibile fare altrimenti?
«
Assolutamente, e il messaggio credo molto interessante che arriva dal rapporto è proprio questo: le cose accadono ed è sulla capacità di risposta e reazione anche agli eventi più traumatici che bisogna lavorare. Si deve ragionare in termini di resilienza, con la capacità di dare risposte efficaci e appropriate in tempi rapidi. La resilienza, dice il rapporto, può avere un ruolo centrale per reagire ai disastri naturali, ai conflitti, alle emergenze e ad altre calamità e serve anche ad attenuare i potenziali effetti negative sulla salute sessuale e riproduttiva di donne e ragazze adolescenti. Non solo, leggere questi fenomeni in una ottica complessiva permette di fare leva su metodologie – anche negli aiuti umanitari – che diano spazio all’empowerment delle donne e alla difesa dei loro diritti».

Non possiamo, considerata anche la nostra posizione geopolitica, non tornare all’Italia: che lezione si trae dalla lettura di questo rapporto?
«
Come prima cosa, la necessità di politiche migratorie in ottica di genere. Poi si evincono tutta una serie di pratiche che si dovrebbero mettere in atto: una maggiore formazione delle operatrici/tori dei centri sui bisogni di donne e ragazze; mettere in sicurezza dalla violenza le donne accolte nei centri di permanenza; dare la possibilità alle donne e alle ragazze, nei colloqui e nell’iter delle richieste burocratiche, di far emergere le loro difficoltà, eventuali abusi subiti e per fare questo è necessaria non solo la mediazione linguistica ma la capacità di messa in ascolto; infine favorire finanziamenti a progetti e azioni che lavorino in ottica di genere».

 Un’ultima nota, fra le raccomandazioni finali c’è anche un punto che dice “Colmare i deficit dei dati”, in che senso nell’era digitale c’è questa difficoltà? C’è un rischio di una manipolazione?
«
No, non penso ci sia questo rischio ma probabilmente c’è una relazione fra raccolta dati e finanziamenti, così come ancora sono insoddisfacenti i dati disaggregati per sesso e per età e quelli per gli indicatori sulla salute sessuale e riproduttiva, che sarebbero preziosi anche per attuare misure educative».

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
No Comments

Sorry, the comment form is closed at this time.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi