Barbara Bonomi Romagnoli | Speciale Covid 19 – Intervista a Lorena Cotza
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Speciale Covid 19 – Intervista a Lorena Cotza

Roma 19 maggio 2020

“Non vogliono essere chiamati eroi o eroine. Sono donne e uomini coraggiosi che hanno scelto di difendere in modo nonviolento i diritti umani, l’ambiente, le comunità dai soprusi dei potenti. Sono testimoni scomodi, pietre d’inciampo. Le difensore e i difensori dei diritti umani sono persone che – spesso lontano dai riflettori e in aree remote del pianeta – rischiano la vita per proteggere i più deboli, la propria comunità, le minoranze discriminate, i diritti dei lavoratori o magari il fiume sacro alla propria gente”: a scriverlo nel 2019 è Lorena Cotza, co-autrice con Ilaria Sesana del libro “Non chiamatemi eroe” (edizioni Altreconomia). Cotza da anni si occupa di diritti umani e ha lavorato per diverse organizzazioni non governative in Irlanda, Regno Unito e Honduras. Dopo diversi anni con Front Line Defenders, da maggio 2020 è Communications Lead per la coalizione globale Coalition for Human Rights in Development di cui fa parte anche Front Line e si occupa della comunicazione della rete italiana “In Difesa Di – Per i diritti umani e chi li difende“.

Prima di tutto, di cosa si occupa Front Line Defenders?

Front Line Defenders è una ong con sede a Dublino ma che lavora in tutto il mondo per dare supporto pratico alle difensore/i dei diritti umani, ossia le persone che si battono in maniera pacifica per uno o più dei diritti riconosciuti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, dai diritti delle donne a quelli relativi all’ambiente e ai popoli indigeni. Ci muoviamo su tre piani principalmente: la realizzazione di training e workshop sulla sicurezza fisica, quella digitale e per progettare piani di protezione con un approccio olistico; attività di advocacy a più livelli; la possibilità di accedere ad un fondo di emergenza per le difensore/i a rischio con interventi che possono andare dall’installazione di una telecamera o porta blindata alla copertura di spese mediche o legali. Infine realizziamo campagne di comunicazione per sensibilizzare e informare.

Quali sono le maggiori conseguenze della pandemia sulle difensore/i dei diritti umani?

L’impatto è e sarà grande e riguarda molte categorie. I primi a pagarne le spese sono stati coloro che si occupano di libertà di informazione, a Wuhan sono spariti nel nulla due blogger, mentre Nurcan Baysal, giornalista curda a Diyarbakir è stata più volte messa sotto indagine perché raccontava cosa stava accadendo. Poi c’è il problema dei processi che vengono posticipati all’infinito soprattutto nei casi di persone imprigionate come Patrick Zaki in Egitto per reati di opinione. Oppure in Spagna con la pandemia lo stato ha deciso di ricorrere all’amnistia per tutti tranne che per i catalani ritenuti prigionieri politici. O ancora, in Iran hanno liberato il 40% dei detenuti ma nessuna attivista donna reclusa per le proprie battaglie.

Quali sono i paesi più a rischio?

Dove ci sono regimi autoritari certamente il rischio è più alto, ma il caso spagnolo conferma che anche le democrazie non tutelano tutte e tutti allo stesso modo. È trasversale ovunque la vulnerabilità che riguarda gruppi di popolazione ritenuti marginali, dai Mapuche in Cile che vogliono evitare che nelle loro comunità – dove non c’è neanche l’acqua potabile – arrivino estranei con il virus, all’Uganda dove la stampa ufficiale sostiene che gli untori siano le persone glbtqi.

E i diritti di genere e delle donne?

Sono fortemente a rischio, ovunque. La pandemia ha avuto un enorme impatto sulle persone trans e le sex worker, che non avendo documenti e non essendo riconosciute non ricevono sussidi di nessun tipo. La violenza maschile sulle donne in ambito domestico è aumentata in tutti i paesi e ci sono stati governi come quello polacco che hanno approfittato del lockdown per mettere a rischio il diritto all’aborto.

Quali azioni sta mettendo in campo la società civile internazionale?

Tutte le Ong che si occupano di diritti umani stanno cercando di far sì che l’uscita dalla fase emergenziale diventi occasione per reinventare e reimpostare il modello economico, politico e sociale dominante: serve dare più spazio alla società civile e i movimenti di base, contrastare le disuguaglianze che questa crisi ha acuito, rispettare e garantire i diritti di tutti e tutte, ascoltare le voci degli attivisti e delle attiviste dell’ambiente per affrontare la crisi climatica. Ad esempio, la Coalition for Human Rights in Development ha chiesto con un documento che i finanziamenti delle banche di sviluppo per la lotta al Covid 19 siano centrati sul rispetto dei diritti umani, che non vengano perciò tolti i fondi alle classi più vulnerabili.

E cosa pensate di questa ripartenza in diversi paesi?

Le attiviste dai territori chiedono di ripartire su basi totalmente nuove, ripensando il modello ambientale e quello economico-sociale. Siamo in una situazione in bilico e non c’è un modello che va bene per tutte e tutti. La Coalition for Human Rights in Development sostiene chi pensa che si debba dare maggiore spazio e potere decisionale a chi lavora nei territori e conosce le comunità.

Per concludere, in Italia in questi mesi è tornata la retorica dell’eroe per riferirsi a personale medico sanitario e rifiutata da molte mediche e infermiere. Anche altrove hai rilevato questo tipo di narrazione?

Purtroppo ovunque. Ma l’idea dell’eroe è errata per diversi motivi. Primo perché le battaglie sono sempre collettive, l’eroismo non rappresenta il cambiamento sociale. Poi perché si mette l’accento su una sorta di super eroe idealista mentre le difensore/i dei diritti umani non chiedono la luna ma hanno obiettivi raggiungibili e concreti, chiedono diritti che ci spettano, uno su tutti, il diritto ad una salute garantita e universale. Infine, non si riflette mai sul peso e carico eccessivo psicologico che si pone sul singolo/a, quando invece sono donne e uomini che rispondono semplicemente alla loro coscienza, al loro senso di giustizia e non certo per stare sotto i riflettori.

pubblicato su Network italiano Salute Globale

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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