Barbara Bonomi Romagnoli | Tutti i buchi delle carceri – Indagini sulla detenzione in Italia
193
post-template-default,single,single-post,postid-193,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,select-theme-ver-1.6.1

Tutti i buchi delle carceri – Indagini sulla detenzione in Italia

La richiesta di autorizzazione per l’autopsia arriva via fax in tarda serata: in questo modo i familiari hanno saputo, il primo maggio scorso, che M.D.S., da tre giorni in carcere per il furto di un motorino, si era tolto la vita nella sua cella del reparto psichiatrico del carcere romano di Rebibbia. Aveva 41 anni e avrebbe dovuto scontare otto mesi e 15 giorni. Il giorno prima, sempre a Rebibbia, un ventenne, marocchino, si era impiccato con le lenzuola alle sbarre.


Il 20 maggio, a Macomer, un ragazzo bulgaro di vent’anni, tossicodipendente dall’età di nove e in carcere per tentata rapina, si è tolto la vita con un lenzuolo. G. C., ventotto anni, si è ucciso a fine maggio nel carcere di San Sebastiano, a Sassari. L’ultimo caso in una regione, la Sardegna, dove i suicidi dietro le sbarre sono in preoccupante aumento: cinque in quattro mesi dall’inizio dell’anno.
“Le carceri sarde hanno un’alta percentuale di giovani, tra i 24 e i 40 anni, con storie di tossicodipendenza alle spalle”, dice Nazareno Pacifico, consigliere regionale: “Con la commissione per i diritti civili abbiamo scritto un libro bianco, dopo un’ispezione in tutte le carceri sarde. Il sovraffollamento e le carenze igienico-sanitarie sono all’ordine del giorno. Il carcere di Buoncammino a Cagliari risale all’epoca borbonica, ha pochi bagni, solo acqua fredda e nei ‘quartini’ per l’ora d’aria spesso i detenuti sono stipati in più di trenta. Circola molta droga, e manca completamente il contesto riabilitativo, di formazione e sostegno”.
A Roma la situazione non è migliore, soprattutto a Rebibbia, dove c’è “una sezione anomala, il reparto dei minorati psichici – spiega Patrizio Gonnella, dell’associazione Antigone – che non è un ospedale giudiziario e neanche un luogo di sostegno per i detenuti con disturbi psichici, perché mancano personale e fondi”.
Non è semplice, in una situazione di tale disagio, valutare con precisione il fenomeno dei suicidi, soprattutto non è identificabile il dato numerico dei casi collegati alla tossicodipendenza. Secondo le stime ufficiali del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria [Dap], dall’inizio del 2003 i suicidi nelle carceri italiane sono stati almeno quindici. Erano stati 56 l’anno scorso e 70 nel 2001.
“Molte morti siglate nelle cartelle come naturali, sono in realtà dei suicidi – continua Gonnella – ad esempio l’uso del fornelletto a gas per sniffare è considerata morte naturale”.
A marzo è stato un giovane detenuto del carcere di Mammagialla, a Viterbo, a morire aspirando il gas propano contenuto in una piccola bombola da campeggio, coprendosi il volto con una busta di plastica. In casi come questo, l’amministrazione penitenziaria spesso preferisce parlare di overdose involontaria anziché di suicidio.
Il disagio per chi sopravvive in carcere è indicato dai dati riferiti al 2001, anche quelli in aumento, degli atti di autolesionismo [6352] e di tentato suicidio [878]: un detenuto ogni sette si è procurato lesioni. In più, negli ultimi dieci anni il numero dei detenuti tossicodipendenti è quasi raddoppiato, così come l’intera popolazione carceraria. I suicidi, con andamento irregolare, sono triplicati.
Dei circa 56 mila detenuti, almeno 16 mila sono tossicodipendenti e un terzo sono migranti. Il 38 per cento delle accuse mosse a carico degli stranieri [e il 16 per cento nei confronti degli italiani] riguarda il traffico di stupefacenti.
Il Rapporto 2002 dell’International Helsinki Federation for human rights sottolinea “il sovraffollamento, le condizioni di vita inadeguate, la grave carenza di personale, il trattamento differenziato per i prigionieri stranieri” che caratterizza il sistema penitenziario italiano.
Secondo i dati del rapporto sui Diritti globali 2003 [vedi Carta numero 22 del 2003], dei 16 mila detenuti tossicodipendenti presenti attualmente nelle carceri italiane, almeno 15 mila sono affetti da virus epatici, 856 sono alcoldipendenti, diecimila soffrono di disturbi mentali, 1552 sono in trattamento metadonico e più di 1400 sono malati di Aids.
Le ricerche dell’European monitoring centre for drugs and drugs addiction [Emcdda] confermano che è una tendenza in aumento anche in Europa in generale, e che riguarda il 50 per cento della popolazione detenuta, con un aumento del ricorso alle droghe soprattutto tra le donne. La cannabis è la sostanza più diffusa, ma è in aumento anche il consumo di eroina, il 21 per cento dei detenuti si è fatto il “primo buco” in carcere. Nei paesi come l’Italia, dove le siringhe in carcere sono proibite, il risultato è l’utilizzo di aghi condivisi, che trasmettono le malattie infettive.
“Non solo nelle nostre carceri le politiche di riduzione del danno non vengono applicate – continua Patrizio Gonnella di Antigone – ma aumentano i casi di violenza e maltrattamento. È il caso di dieci persone, fra agenti di polizia penitenziaria e operatori sanitari, indagate dal sostituto Woodcock per i maltrattamenti inferti a un detenuto tunisino di 21 anni. L’inchiesta è cominciata il 3 agosto 2000, quando Tbini Ama salì sui tetti del carcere per protestare contro le percosse subite il giorno prima. Un consulente nominato dal pubblico ministero avrebbe accertato la compatibilità delle lesioni riportate dal detenuto con i maltrattamenti denunciati. Le ipotesi di reato contestate sono lesioni gravi e gravissime e falsa certificazione medica. Il giovane tunisino si è suicidato il 17 aprile 2001. Ma per due mesi è rimasto nello stesso carcere e con le stesse guardie che aveva denunciato per maltrattamenti”.
Nel marzo del 2000, un altro caso che fece scalpore fu quello della casa circondariale di Sassari. I detenuti, in gran parte tossicodipendenti, iniziarono una protesta pacifica, battendo sulle sbarre delle celle a mezzanotte meno un quarto
La loro protesta era nata dallo sciopero dei direttori che si lamentano del numero scarso di funzionari rispetto alle necessità operative. Durante lo sciopero, i detenuti vennero lasciati senza viveri, senza acqua minerale, senza il sopravvitto e senza sigarette. Nei giorni successivi, si decise uno sfollamento generale dei detenuti da trasferire in altre carceri dell’isola: durante lo spostamento, circa trenta detenuti comuni vennnero brutalmente picchiati.
Dopo due anni di inchiesta, il 21 febbraio scorso, il giudice per l’udienza preliminare di Sassari ha condannato, con rito abbreviato, l’ex provveditore generale delle carceri sarde a un anno e sei mesi di reclusione, l’ex direttrice a un anno, l’ex comandante degli agenti a un anno e quattro mesi. È stata probabilmente la più grande inchiesta sui maltrattamenti nelle carceri in Italia.

(pubblicato su Carta, www.carta.org)

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
No Comments

Sorry, the comment form is closed at this time.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi