Barbara Bonomi Romagnoli | Un mondo più giusto in una tazzina di caffè.
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Un mondo più giusto in una tazzina di caffè.

L’illuminazione è sempre inattesa e quando arriva cambia la vita. A Paola Donadoni, 44 anni, è successo mentre andava controvoglia a fare un colloquio di lavoro per un posto che non sentiva suo, lontanissimo dai suoi studi: un’azienda cercava venditori porta a porta di macchine per caffé e lei si chiedeva: «Che senso ha che io, con la mia laurea in lettere, la mia specializzazione in Archivistica alla scuola Vaticana, il mio dottorato in storia, anni di lavoro super specializzato vada a questo colloquio?» Anche la risposta arrivava da sé: «Forse la curiosità di vedere un mondo che non ho mai neanche sfiorato o forse la frustrazione dei mesi passati a cercare uno straccio di lavoro “qualificato”».
Mentre si incamminava, ecco che le appare davanti l’illuminazione: c’è almeno una cosa a cui nessun italiano, neanche travolto dalla crisi, rinuncerà mai: una calda, fumante, profumata, rassicurante tazzina di caffè.

È da questo pensiero che una giovane donna, dopo aver lavorato all’Istituto Luce quasi otto anni, sempre con contratti precari a progetto, dopo esser stata mandata via insieme ad altri perché non arrivano più i finanziamenti, si reinventa un futuro lavorativo e decide di mettersi a vendere caffè. Ma in maniera diversa. Perché il caffè è sicuramente una bevanda buona a cui in pochi rinunciano, ma è anche sfruttamento, simbolo di colonialismo e latifondo, di agricoltura che usa la chimica e i pesticidi.
Paola pensa invece a qualcosa che diventi un reddito per lei e un’occasione di riscatto per i lavoratori e le lavoratrici impiegati nelle piantagioni, tramite l’acquisto del loro prodotto secondo le regole dettate dal commercio equo e solidale. Con pochi e fidati amici fonda un’associazione senza scopo di lucro “Critical Coffee” [http://www.criticalcoffee.com], con lo scopo di diffondere il consumo di caffé certificato Fairtrade, come valida alternativa ai marchi delle multinazionali più note. Un caffé coltivato con metodi biologici, nel rispetto dell’ambiente in cui nasce, e confezionato in cialde di carta compostabili, nel rispetto dell’ambiente di chi lo consuma.
Insieme a lei c’è anche Chiara Luti, 46 anni, giornalista dai mille lavori, per tanti anni è stata all’Arci e si è occupata di cooperazione internazionale, volontariato, progetti di solidarietà internazionale. Poi altre esperienze lavorative travolte dalla crisi economica e da un mercato lavorativo in cui anche un curriculum ricco diventa poco “spendibile”. Poi Chiara ha conosciuto Paola e le è piaciuta l’idea di fare del caffé equo e solidale un prodotto di “appeal”, per provenienza, filiera, modo di consumo, qualità delle miscele. Un caffé da portare negli uffici, nelle famiglie, e in tutte le realtà di lavoro e/o di socialità dove la “pausa caffé” è un piacere consolidato e condiviso.
Il rapporto con i produttori di caffé è diretto con voi o mediato da Fairtrade?
Sì il rapporto è mediato dalla filiera certificata Fairtrade. La certificazione Fairtrade si basa sull’adempimento di una serie di standard internazionali che stabiliscono, per la coltivazione e la commercializzazione del caffé, regole rispettose del lavoro dell’uomo e dell’ambiente. Il mercato del caffé è un mercato estremamente competitivo e schiacciato dagli interessi delle multinazionali. Attraverso alcuni interventi sostanziali, Fairtrade garantisce ai piccoli coltivatori non solo una dignitosa sopravvivenza, ma anche la possibilità di avviare progetti di sviluppo per la propria comunità di appartenenza. Fra le principali azioni di Fairtrade c’è la garanzia di un prezzo minimo pagato ai produttori per remunerare i costi sostenuti, ma anche degli accordi più a lungo termine con le cooperative di produttori e parte dei finanziamenti devono andare a favore di tutta la comunità (costruzione di scuole, strutture mediche, accessi stradali.).
La certificazione Fairtrade prevede limiti all’uso di sostanze chimiche e sostiene la conversione al biologico (per il caffé biologico viene dato un contributo aggiuntivo di 30 centesimi di dollaro per libbra). Grazie a questi sostegni, i produttori sviluppano le competenze per gestire autonomamente il loro prodotto e renderlo competitivo sul mercato e viene inoltre promossa la gestione democratica e il coinvolgimento di tutti i membri della cooperativa alla presa di decisioni e all’avvio di iniziative per la crescita della comunità.
La scelta che noi abbiamo fatto è stata quindi quella di privilegiare questa filiera, affidandoci, per la scelta ultima del prodotto, a torrefattori italiani di grande esperienza e professionalità che hanno scelto, anch’essi, di favorire questa filiera.
Siamo quindi distributori esclusivi, a Roma, del caffé bio-Fairtrade prodotto dalle torrefazioni Agust di Brescia e Franco Caffé di Treviso, e abbiamo da poco inserito le miscele bio-Fairtrade di Caffé Gioia, di Salerno.
A volte il consumo critico è un po’ costoso, e rischia per questo di essere per pochi. Nel vostro caso è conciliabile la qualità con un buon prezzo?
Per tutte le ragioni sopra ricordate, la materia prima è effettivamente più cara rispetto a quella che giunge sul mercato attraverso i canali consueti. Nonostante ciò, ci sforziamo di praticare prezzi accessibili a tutti, in linea con quelli delle marche più note e più diffuse sul mercato, anche attraverso una gestione estremamente mirata del marketing e dell’informazione pubblicitaria, basata principalmente sul passaparola e sul sostegno di chi ha scelto i nostri caffé.
Con quali altri progetti e/o associazioni avete fatto rete?
Stiamo promuovendo l’iniziativa “Un caffé per Medu – Medici per i diritti umani”. Medu è un’associazione di solidarietà internazionale che promuove l’impegno di medici ed altri operatori professionali per portare l’assistenza sanitaria alle popolazioni più vulnerabili nel mondo e in Italia: un impegno di solidarietà per un mondo più giusto e solidale che Critical Coffee condivide e che intende sostenere concretamente.
L’accordo con Medu prevede che per ogni cialda di caffé Critical Coffee acquistata 1 centesimo sarà devoluto ai progetti promossi dall’associazione: un esempio di marketing solidale per il sostegno reciproco tra realtà diverse, che va a vantaggio di tutti e che sostiene il consumo critico e consapevole anche di una tazzina di caffé.
Per ora c’è Medu, ma questa modalità di collaborazione vorremmo replicarla con altre associazioni, ong, organizzazioni di volontariato, con l’idea di promuovere un vero e proprio “marketing sociale” a beneficio di realtà diverse ma che “pensano” nella medesima direzione.
Essere imprenditrici donne in Italia nel 2013. Che significa e quali le maggiori difficoltà? Crediamo che le maggiori difficoltà dipendano soprattutto dal fatto che non abbiamo mai fatto le imprenditrici, non proveniamo da una famiglia di imprenditori, manchiamo di moltissime competenze in questo campo. Ciò che ci sostiene è l’entusiasmo, la convinzione di aver fatto una scelta giusta, la speranza che questa scelta sia fruttuosa per noi pur sapendo che ci saranno da affrontare difficoltà e momenti di stanchezza.
L’essere donne crediamo rappresenti un vantaggio, sia per il tipo di prodotto che proponiamo, sia per i canali, diretti e spesso amichevoli con i nostri clienti. Il problema, semmai (ma questa non è una notizia), è quello di conciliare un’attività che prevede anche mansioni pesanti – consegne in città, spostamento di merci in magazzino, ordini da evadere in poco tempo per clienti anche molto distanti… – con la cura della vita familiare, dei bambini da prendere a scuola e tutto quel che sappiamo.

pubblicato su Giulia.globalist

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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