Barbara Bonomi Romagnoli | Una scenata appassionata – Intervista a Silvia Ballestra
283
post-template-default,single,single-post,postid-283,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,select-theme-ver-1.6.1,wpb-js-composer js-comp-ver-5.4.5,vc_responsive

Una scenata appassionata – Intervista a Silvia Ballestra

“Contro le donne nei secoli dei secoli”: Silvia Ballestra non poteva scegliere titolo più azzeccato per il suo ultimo libro. Lei la definisce una “scenata”, di sicuro è un testo scritto di pancia, dove non si pontifica né si edificano teorie ma si dà spazio alle emozioni avvalorate da fatti e numeri. Ha tolto le parole di bocca a molte di noi che da tempo soffriamo un’epoca in cui “la repressione durissima, dai e dai, sembra quasi normale”.
Ballestra, scrittrice allieva della scuola di Tondelli, non ha mai fatto mistero della sua anima ribelle e per certi aspetti irriverente, così come la scopriamo nei personaggi dei suoi romanzi, ma anche della sua passione civica come quando all’indomani di Genova 2001 scrisse “È importante raccontare la paura, è importante raccontare con forza, a tutti, cos’è il terrore. Non perdonate niente, non minimizzate niente, non passateci sopra. Quello che è successo non ha alcuna scusa”.
Con la stessa forza ha scritto questo pamphlet sulle donne, perché è necessario arrabbiarsi. Non si possono non vedere gli attacchi e gli abusi subiti dal genere femminile. Come ci racconta lei stessa in questa intervista, Ballestra non ha soluzioni pronte, anzi alla fine del suo “sfogo” il malumore resta. Ma c’è anche la speranza che insieme ad altre disposte a fare scenate, a dare di matto perché no?, si possa aumentare la resistenza e trasformare il mondo.

Nel libro accenni al fatto che hai vissuto solo di riflesso la coda del femminismo storico, per ovvi motivi anagrafici. Ma ti è poi capitato di fare politica in gruppi di donne? Nasce da lì l’idea di questo pamphlet oppure viene da tutta altra storia?
No, non ho fatto politica nel movimento delle donne e questo è un testo che nasce molto al di fuori di un contesto militante. Questo libro non è un saggio, vuole essere più una invettiva. Io non dico nulla di sconvolgente metto solo in fila dei fatti che mi colpiscono e che sono sotto gli occhi di tutti. Forse posso dire che il mio lavoro politico comincia con la lunga frequentazione con Joyce Lussu da cui è nato anche un libro (Joyce Lussu. Una vita contro, Baldini&Castoldi, 2002, n.d.r). Lussu è certamente una donna che non può essere classificata semplicemente come femminista. La sua riflessione va molto oltre e certamente mi ha influenzato, posso dire di essere una sua allieva.
Senza mezzi termini dici anche che il dibattito sulle “donne” è roba da élite: perché secondo te accade questo?
Perché è un linguaggio vecchio, difficile, con incrostazioni che non aiutano. Sei hai 30-40 anni non lo capisci così facilmente. E se certi testi non sono arrivati ai più è colpa sì della repressione della cultura maschilista, ma evidentemente non erano molto forti. Lo dico provocatoriamente soprattutto ora che sto girando con questo testo e noto, con dispiacere, che c’è un clima molto respingente proprio da parte delle donne del femminismo storico. Quasi che ora un linguaggio radicale, come quello che uso io, non fosse più riconosciuto e si cercassero toni più dolci, più morbidi. Nonostante 30 anni fa gli slogan scelti fossero a volte molto forti e perfino violenti, ho avuto l’impressione che molte di quelle donne, che magari oggi sono approdate in ambiti istituzionali, volessero attenuare il linguaggio…
C’è stato un problema di comunicazione tra le generazioni o è il contesto che è mutato a tal punto da far perdere i nessi con il passato?
Il contesto è certamente cambiato molto. Per tutti, donne e uomini. Ma certo non aiuta questo atteggiamento di non accoglienza da parte delle donne più grandi. Anche perché tirano fuori sempre il solito ritornello: “Voi giovani disconoscete il lavoro fatto, le cose positive”. Ma quando mai! Anzi è proprio perché si dà per scontato il lavoro fatto che si vorrebbe andare avanti e nessuno chiede loro di fare chissà cosa, saranno pure stanche queste storiche… Insomma, è paradossale che succeda, come qualche giorno fa in una intervista per radio, che a darmi ragione fosse una tipa di Forza Italia: io non posso ritrovarmi d’accordo con questi corpi estranei!
Comunque non voglio generalizzare, ci sono anche donne che hanno accolto il libro per quello che è, una scenata, e hanno capito il senso del mio ragionare.
Chiara Valentini è una di queste ma si chiede anche un po’ provocatoriamente se “eredi tanto arrabbiate” hanno qualche idea sul che fare…
Effettivamente nel mio libro non ci sono soluzioni, io sono una scrittrice e scrivo le cose che non vanno e che non mi piacciono. Penso che sia necessario fare un salto nella comunicazione per arrivare a più gente, oguno nel suo ambito dovrebbe fare la propria scenata. Per esempio, sono stata invitata a partecipare a un convegno di pubblicitari, forse perché nel libro me la prendo pure con la pubblicità. Penso sia una cosa importante intervenire in un contesto del genere, perché è un mondo diverso nel quale poter dire la propria.
Nella tua “scenata” affronti, tra l’altro, il tema della violenza alle donne, che ciclicamente torna in prima pagina. Secondo te esiste un nesso tra violenza in famiglia (e fuori) e reddito?
Non ci credo, anzi mi sono fatta una idea completamente ribaltata. Questi fatti sono trasversali non sono legati alla classe sociale e non sono meno esposte le donne che hanno un reddito. Penso al direttore del teatro di Macerata, che aveva gettato la moglie nel cassonetto, o al fatto che sempre più spesso questi fatti accadono quando magari si tratta di donne indipendenti, che lavorano e magari hanno lasciato l’uomo.
Credo invece sia il colpo di coda del patriarcato, dovuto proprio alla rivoluzione degli anni Settanta. È una forma di difesa, di inadeguatezza dell’uomo. Per questo insisto nel dire che la questione della violenza è un problema degli uomini e non delle donne.
Lo dico perché se ne assumano la responsabilità e per uscire dalla trappola del vittimismo e dalle forme di accettazione della violenza. Io non riesco proprio a capire quelle donne che sopportano, che magari pensano di cambiare l’uomo violento che hanno accanto. A me basterebbe uno scappellotto per andarmene.
Ingerenza della chiesa, movimento della vita ma anche accondiscendenza di molti a sinistra: come fare per interrompere questa spirale mortifera?
Intanto si dovrebbe uscire dai dibattiti assurdi, come quello delle quote rosa. Io le eviterei volentieri ovviamente, vorrei che ci fosse un clima più maturo che escluderebbe naturalmente il parlare di quote. Ma siccome non siamo a questo punto, ok parliamo di quote ma facciamolo fino in fondo. Perchè chiedere il trenta, il quaranta… siamo il 53% della popolazione? e allora si chieda il 53% delle quote.
Ecco se dovessi parlare alla “politica” comincerei da questo…
Citi la scandalosa Eva Ensler e chiami in causa le donne che lavorano nella comunicazione: chiedi cosa hanno da dire su tutto quello che avviene del corpo femminile. Lo fai perché pensi che il cambiamento culturale debba iniziare da lì o forse è necessario tornare al personale è politico degli anni Settanta e cambiare i singoli rapporti di forza?
Come scrittrice prediligo le singole storie, quindi credo che da lì si debba partire, ma mi rivolgo alle donne che lavorano nella comunicazione perché spesso sono molto complici e hanno modalità offensive per tutti. Forse è il caso che si interroghino anche loro su quanto sta accadendo.
In chiusura accenni alla questione del velo islamico, puoi spiegare meglio la tua idea su questo tema che spesso rischia di essere strumentalizzato a fini razzisti e conservatori, basti pensare alla Santanché…
Rispetto al velo normale non ho problemi, sono però infastidita da quello integrale. Nel senso che contesto la scelta, soprattutto nei paesi occidentali non le obbliga nessuno. Mi sembra un atto di superbia, e per essere antipatica fino in fondo, mi chiedo: “Da lì sotto, loro parlano?” Credo sia una scelta troppo estremista.
Quanto alla Santanchè non voglio darle spazio, non bisogna legittimare certi personaggi dandogli attenzione, è come se parlasse Briatore…

Silvia Ballestra, “Contro le donne”, [Il Saggiatore, pag.96, euro 7]


(pubblicato da Aprile, rivista mensile, 04/2007)

Barbara Bonomi Romagnoli
barbara0romagnoli@gmail.com
No Comments

Sorry, the comment form is closed at this time.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi