Barbara Bonomi Romagnoli | Uno sguardo oltreoceano – intervista a Nana Corossacz
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Uno sguardo oltreoceano – intervista a Nana Corossacz

La Cgil ha compiuto cento anni. Un secolo di lotte e del raggiungimento di diritti fondamentali soprattutto per le donne lavoratrici, fuori e dentro le case. Cento anni su cui c’è una ricca bibliografia e documentazione. Minor attenzione spesso c’è per il resto del mondo, soprattutto nei media di casa nostra, e per quello che accade oltreoceano. In America Latina accanto a grandi situazioni di disagio, dove le donne pagano il prezzo più alto, ci sono tanti fattori che fanno pensare che una trasformazione in cui il sesso femminile sia protagonista sia possibile oltreché auspicabile. Su queste tematiche abbiamo conversato con Nana Corossacz, consigliera Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) e responsabile per la Cgil dei rapporti con l’America Latina e per le politiche delle donne nel sud del mondo.

Cominciamo dal binomio donne e politica. Qual’è la situazione in America Latina?

Il consolidamento della democrazia sta creando più possibilità perché si avanzi verso una maggiore presenza delle donne a livello decisionale. Le donne, anche se con forti differenze e divisioni, hanno lavorato per allargare gli spazi nelle isituzioni, tra l’altro con l’introduzione delle quote. Sono undici i paesi che hanno una legge che stabilisce un livello minimo (tra il 20 e il 30 per cento) di presenza delle donne nelle liste elettorali. Tra il 1995 e il 2003 le donne presenti in parlamento sono passate dall’11 al 18 per cento, ma in alcuni paesi come l’Argentina hanno raggiunto il 35 per cento. In Cile una donna è stata eletta alla presidenza della Repubblica e il 50 per cento del suo gabinetto è al femminile. 

Non tutto il movimento delle donne ha accolto a braccia aperte l’elezione di Bachelet…

Secondo il movimento femminista è solo un piccolo passo, anche se la Bachelet ha già dimostrato di voler avanzare sulla strada di maggiori diritti alle donne, affrontando il tema dalla legalizzazione dell’aborto, argomento tabù in quasi tutti i paesi dell’America latina. In Brasile, malgrado i movimenti delle donne siano molti forti, il presidente Lula aveva nel suo precedente gabinetto solo 4 donne su 34. In Bolivia il presidente Morales ha tra le 4 donne (su 12) del suo gabinetto una leader “quechua” del sindacato delle colf, suscitando però le critiche delle femministe boliviane di Mujeres Creando che si oppongono al carattere etnico delle nomine. In Uruguay con la vittoria delle sinistre le donne hanno costituto un Gruppo femminile in parlamento per rafforzare una politica trasversale tra i vari partiti. In Venezuela le donne ministro in incarichi chiave sono quattro. In questo senso in America Latina la capacità di articolazione, lo scambio tra le donne è di una ricchezza straordinaria trovando la sua origini nei valori comunitari  ancora molto vivi in tutti i paesi.

 

Nel sindacato che ruolo svolgono le politiche di genere?

Anche nei sindacati le donne stanno rafforzando la loro presenza con l’introduzione delle quote. In Brasile la quota è stata adottata dalla Cut il più importante sindacato fin dalla sua costituzione. Quote esistono anche in Colombia e in Perù una donna è stata eletta a dirigire il più forte sindacato del paese.Tuttavia la strada è in salita. Al riconoscimento formale non corrisponde molto spesso una effettiva possibilità di avere spazio sufficiente per allargare la presenza delle donne. 

Proviamo a dare un po’ di cifre, qual’è la situazione delle donne lavoratrici in America Latina?

Il 43 per cento delle donne delle aree urbane vivono in povertà e il 25 per cento di quelle capofamiglia sono al di sotto della linea di povertà contro l’11 per cento degli uomini. Anche se la presenza delle donne nel mercato del lavoro, sempre nelle aree urbane, è passata dal 39 per cento del 1990 al 45 per cento nel 2002 (mentre quella maschile è rimasta intorno al 75 per cento) ovunque le donne guadagnano meno degli uomini (non raggiungono il 40 per cento del salario maschile) e si concentrano nei lavori meno qualificati e senza garanzie. Circa metà delle donne che lavorano hanno una occupazione “in nero”. La disuguaglianza tra sessi inoltre si declina con la discriminazione etnica: in Brasile più del 70 per cento delle donne nere hanno un lavoro precario, contro il 65 per cento degli uomini neri, il 60 per cento delle donne bianche e il 40 per cento degli uomini bianchi. Sono dati recenti che vengono dall’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) e quindi con un alto grado di affidabilità. 

Come ha influito sulle donne la globalizzazione neoliberista degli ultimi anni?

In America Latina la globalizzazione e il commercio più libero hanno ampliato le già esistenti disuguaglianze di genere. Una recente ricerca dal titolo suggestivo “Pechino tradita” che fa un pò il punto sull’attuale situazione dei diritti delle donne dalla storica Conferenza delle Nazioni Unite  del 1995 a Pechino ci dice che malgrado la crescita economica, il continente continua a registrare le maggiori disuguaglianze a livello globale, e le donne sono quelle che ne sopportano il peso maggiore. 

Sappiamo però che molte di loro si sono organizzate anche con il sostegno della società civile e hanno intrapreso lotte importanti per i loro diritti, puoi raccontarci qualche esperienza significativa?

Sì, il protagonismo delle donne si sta rafforzando anche nella società civile organizzata. Un esempio è la loro partecipazione all’Alleanza Sociale Continentale che è nata  alla fine degli anni ’90 per fermare il progetto nordamericano di costruzione di un enorme zona di libero scambio, dall’Alaska alla Terra del Fuoco, chiamato Alca.  Le donne, che si sono organizzate dentro l’Alleanza in un Comitato, si sono mobilitate attraverso tutto il continente (si calcola in milioni) per spiegare, riflettere e mettere in atto strategie contro l’Alca, che intendeva piegare gli interessi economici del continente al governo di Washington. L’Alca avrebbe pesato in particolare sulle donne. Si sono costituite decine e decine di gruppi dal Messico (Rmalc, è la rete contro il libero commercio) alla Iniziativa femminista di Cartagena in Colombia, fino alla Articolazione Femminista Marco-Sud che attraversa tutto il continente.  Le donne hanno dibattuto i pericoli di un commercio internazionale senza regole o peggio con quelle imposte dai paesi più ricchi fin dal primo Foro Sociale Mondiale a Porto Alegre per poi continuare nei Vertici dei Popoli che hanno  visto la partecipazione delle donne del sindacato, dei movimenti contadini, indigeni, femministi, ambientalisti e dell’accademiche. 

Quali sono i risultati ottenuti da questo grande movimento? 

L’idea che gli scambi commerciali fossero solo una questione di macroeconomia senza ricadute di genere a livello micro è stata sfatata attraverso le esperienze delle  donne già coinvolte da questo tipo di accordi. Nelle riunioni dell’Alleanza le donne messicane che lavorano nelle maquilas (fabbriche di assemblaggio di prodotti tessili ed elettronici lungo il confine Messico-Stati Uniti, sorte in gran numero dopo la firma del Nafta, l’Accordo di libero commercio con Usa e Canada) e che sono la stragrande maggioranza, più del 70 per cento, hanno raccontato come lavorano per pochi dollari al giorno in fabbriche malsane, senza sicurezza, con l’umiliazione di doversi sottoporre a controlli periodici di gravidanza. Le donne colombiane che  lavorano nella raccolta di fiori per l’esportazione negli Usa (un fiore su due del mercato nordamericano proviene da questo paese) hanno testimoniato la loro vita di lavoro chiuse in serre surriscaldate, inalando pesticidi senza misure di sicurezza. I loro racconti fanno emergere come la produzione di fiori, in mano alle multinazionali, ha sostituito quei raccolti che possono invece garantire la sicurezza alimentare e una vita più degna. Dal Centro America le donne hanno raccontato come si stanno organizzando con l’aiuto dei sindacati nelle zone franche per l’assemblaggio di indumenti (venduti poi negli Usa) e nelle zone di produzione di banane. 

Quali sono le relazioni e i progetti che la Cgil ha con l’America Latina? Ci sono progetti specifici legati all’occupazione femminile?

Su questi temi la Cgil si impegna da tempo a portare avanti alcune iniziative in Messico e nel Centro America, a sviluppare reti di solidarietà con le donne dei sindacati del Mercosud e con altre organizzazioni come la sezione latinoamericana dell’Igtn (International Gender Trade Network). L’Unione europea sta avviando accordi commerciali con alcuni paesi dell’America Latina. Per contrastare una politica protezionistica abbiamo scelto di lavorare e intrecciare scambi con queste esperienze perché assicurare più diritti in quei paesi è la forma migliore per preservare anche i nostri.

pubblicato su Marea, www.mareaonline.it

Barbara Bonomi Romagnoli
barb.bbr@gmail.com
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