Barbara Bonomi Romagnoli | deep
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Speciale Covid 19 – Intervista a Francesco Cocco

Roma, 15 aprile 2020

All’indomani delle prime rivolte nelle carceri italiane, Francesco Cocco ha iniziato a Modena a fotografare il tempo del Covid19. Dal 10 marzo fotografa nei presidi ospedalieri dove gli è stato dato il permesso dalla Ausl, nelle tende davanti ai pronto soccorso dove si effettuano i pre triage, muovendosi fra Sassuolo, Vignola, Mirandola e Pavullo.

Avvicinandosi con prudenza in questi ultimi giorni al cuore, alla terapia intensiva, perché, anche se ci si arriva dopo “è un avanposto fondamentale dove – racconta Cocco – non ho visto solo anziani, sfatiamo questa idea, ma anche dei giovani”.

La violenza al tempo del virus

Lei esce sul balcone e si mette a suonare il flauto, quello che si usa alle scuole medie per iniziare ad avvicinarsi alla musica, lui inizia a urlarle contro da dentro casa, poi le si avvicina violento e inizia a strattonarla. Non sappiamo se lui sia il marito, il compagno, un anziano di casa. La sostanza non cambia.

Felicemente senza figli. E allora?

La mia città natale si chiama Willows, nel Wisconsin ma non vi venga in mente di andare a visitare la mia casa natale perchè Willows è una città che non esiste. Tutta finzione e frutto dell’immaginazione di quei matti di casa Mattel. Io Barbara, parlo 50 lingue, ho fatto un centinaio di mestieri ma non sono laureata e neanche sposata. Ken, il mio compagno da una vita avrebbe voluto sposarmi e avere qualche figlio da me ma io mi sono sempre negata.

Non ci crederete, ma ci sono donne, non solo bambole, che non hanno voluto figlie e figli, non per questo vogliono essere considerate femmine di serie B. Alcune son state famose, geniali, coraggiose; altre hanno animato la mitologia e le religioni di un mondo scritto e pensato a immagine e somiglianza degli uomini. Arrivano da epoche diverse o epiche lontane e sono le protagoniste di Monologhi impossibili. Le esclusive rivelazioni di 35 mitiche lunàdigas, libro a cura di Carlo A. Borghi, che fa parte del progetto molto più ampio dal curioso titolo Lunàdigas , ideato da Marilisa Piga e Nicoletta Nesler per dare voce alle donne che scelgono di non avere figli. La parola lunàdigas viene dalla lingua sarda ed è usata dai pastori per definire le pecore che in certe stagioni non si riproducono: le autrici e registe l’hanno scelta come titolo del loro lavoro in mancanza di un termine altrettanto incisivo nella lingua italiana. Dopo il webdoc del 2015 e il film del 2016, Piga e Nesler hanno pensato ad un testo scritto in forma di brevi racconti ma anche ad un “archivio vivo” online in continuo aggiornamento.

La vera storia di Valerie Solanas

Per il grande pubblico Valerie Solanas – scrittrice e femminista statunitense morta in condizioni di indigenza– è anzitutto la psicopatica che ha sparato a Andy Warhol nel 1968, e, solo incidentalmente, l’autrice di Manifesto SCUM e degli altri testi, finora inediti in Italia. Finalmente son stati pubblicati grazie al lavoro congiunto di due editori, VandA/Morellini, e alla cura di Stefania Arcara, docente di Letteratura Inglese e Gender Studies all’Università di Catania, e Deborah Ardilli, traduttrice e collaboratrice con il “Laboratorio Anni Settanta” dell’Istituto Storico di Modena, entrambe studiose femministe.

 

«In una situazione di normalizzazione diffusa della violenza etero-patriarcale, di cui è parte integrante la cancellazione dell’attività intellettuale delle donne, la memoria del ‘grande pubblico’ opera in maniera selettiva e per questo mette in primo piano il gesto aggressivo di Solanas nei riguardi di un uomo, per di più ammantato di prestigio sociale e culturale. In tali condizioni, è fin troppo facile inquadrare Solanas come la quintessenza del non-pensiero, del collasso della ragione, e cercare nei suoi scritti nient’altro che una conferma», spiega Stefania Arcara. Non è semplice, quindi, leggere la sua opera senza pregiudizi, perché «la violenza esercitata da una donna risulta sempre intollerabile e il giudizio negativo ricade sulla sua scrittura, mentre lo stesso criterio non viene applicato, per esempio, alle opere di Norman Mailer, che accoltellò la moglie, o di William Burroughs e del filosofo Louis Althusser, entrambi uxoricidi, perfettamente integrati nel canone» racconta Arcara. «Sebbene sia stata una protagonista della controcultura statunitense degli anni Sessanta, Solanas scrittrice è stata a lungo oggetto di una damnatio memoriae, compresa la rimozione dalla storia del femminismo: negli Stati Uniti ci sono voluti trentacinque anni, da quando fu composta, perché la sua commedia Up Your Ass fosse messa in scena per la prima volta, molti anni dopo la sua morte. C’è voluto mezzo secolo perché questo testo fosse tradotto in Italia (da Nicoleugenia Prezzavento) e pubblicato nel nostro volume insieme alla nuova traduzione del Manifesto SCUM e al racconto autobiografico del 1966, Prontuario per fanciulle, che narra la giornata di una giovane lesbica proletaria che vive di accattonaggio e prostituzione per le strade del Greenwich Village».

Quei libertari anni ‘80, quando essere trans significava non volere la normalità

«Quando si cominciò a rivendicare, prima che i diritti, il diritto di esistere»: finché non lo leggiamo nero su bianco, non ci riflettiamo quasi mai sul nostro stare al mondo, su chi può esercitare questo diritto senza colpo ferire, senza pensarci su. E chi, invece, ha dovuto aggrapparsi a tutto per arrivare a mettere al centro del discorso – pubblico e privato – il proprio diritto a esistere. Come trans e, soprattutto, a nominarsi come esperienza umana significativa. Sì, perché non è certo semplice dare un senso alla propria vita se c’è una intera società che la nega, se non sono reperibili documenti, se il mondo attorno ti etichetta come capricciosa, sempre e comunque malata e fuori dalla norma.

 

Lavorare con il corpo: dialoghi tra femministe e prostitute

Sì, senza punto interrogativo: Sex work is work. E come tale va accolto. Non significa far propria quella scelta ma riconoscerne la dignità al pari di altre, accettando almeno di fermarsi ad ascoltare cosa hanno da dire le dirette e diretti interessati. E senza dover ogni volta ricordare che la tratta e lo sfruttamento sono altro e che le/i sexworker sono in prima fila nel combattere illegalità, soprusi e violenze. Sì, è vero che il lavoro sessuale scelto senza costrizione riguarda una minoranza di persone, ma sfuggire al confronto perché riguarda poche persone è come dire: non ci occupiamo più delle minoranze etniche o delle femministe perché non sono la maggioranza della popolazione.

 

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